martedì, settembre 16, 2014

 

Rogationists in Iraq. Father Zuhir Nasser, refugee among the refugees in Erbil

By Baghdadhope*

Father Zuhir Nasser R.C.J. is a Rogationist priest born in Qaraqosh (Iraq) who after many years spent in Italy more than one year ago went back to his country with some of his brothers to start a presence of the Order and to put into practice one of its missions: "To be good workers in the Church, engaged in works of charity, education and sanctification of children and young people, especially the poor and uncared-for, in the evangelization, the human promotion and the relief of the poor people."
Until August 6, Father Zuhir used to work between Qaraqosh and Bartella, one of the villages that that night fell into the hands of the militia of the Islamic State.
Here's how Father Zuhir reported the events to Baghdadhope:
"We run away during the night, leaving everything for fear of the troops of the Islamic State. There were Christians, but also Yazidi and Shiites fleeing Qaraqosh, Karamles and Bartella. It was the night between August 6 and 7 and we headed to Erbil. At the beginning Christians slept in churches, squares and streets and after 3 days some schools were opened to house them."
Where do you work today?
"I work at the Hammurabi primary school that compared to other refugee camps is smaller and is home to about 40 families for a total of about 180 people, all Christians. To help me to assist them there is another priest and a nun but unfortunately we can’t accommodate other people. For now the refugees will not be cleared from the building because it is a primary school, while the first that will have to go back to their primary purpose are the middle and high schools; however it is right for the kids to go back to school and maybe also those kids who came here as refugees will have the chance to attend lessons. I realize that it will not be easy and that is why alternative solutions for the thousands of people who arrived in Erbil who soon will face the winter out of their homes are necessary and urgent."
Who helps you?
"In the beginning there were some aid agencies that gave us what we needed to survive and I don’t know if the same agencies supplied a warehouse in Ankawa from where we took what we needed. Schools and camps are run by the church that, for example, through the bishops made the request to the Ministry of Education of Kurdistan to open the schools for the refugees. The situation is tragic, material needs,  also the simple ones, are many and so far we have received no financial support, some family had money by the government office in charge of the refugees, but most of them had and has nothing. Many are not even able to find a place in schools or in the camps and sleep in the streets."
Someone talked about aid offered to refugees by private citizens of Erbil ...
"Some good-hearted people opened the doors of their homes to refugees, and we thank them for this, but there are also those who are taking advantage of the situation. The rent of a completely empty house can cost 1000 Euro per month, in addition to 6 months in advance and more money for the deposit. "
What is your job?
"The management of the school,  from distribution of food to cleaning is entrusted to us and to the people who live in it. We don’t have a medical center but the medical and nursing staff of the Hospital of Qaraqosh,  for example, vaccinated children and young people."
What do the people you care for want?
"Most of them want to flee Iraq and go abroad because there are no guarantees that they can return to their homes and live in peace being sure that what happened in the last few months doesn't happen again. Few are those who want to stay even if they ask: How are we going to rebuild what we have been taken away? For whom should we do it? What will we find once back home? Questions nobody can answer to."
How can you describe the situation?
"I know that in many parts of the world it is difficult to understand the tragedy of 200,000 refugees, but I compare it to the effects of a devastating earthquake or a tsunami, and our case is only one among the others if we consider that the refugees created by the advance of the Islamic State in the world are now 2 million."

Leggi tutto!
 

Rogazionisti in Iraq. Padre Zuhir Nasser, profugo tra i profughi di Erbil

By Baghdadhope*

Padre Zuhir Nasser R.C.J. è un sacerdote Rogazionista nato a Qaraqosh (Iraq) che dopo molti anni trascorsi in Italia era tornato nel 2103 nel suo paese con alcuni suoi confratelli per avviare una presenza dell’Ordine e mettere in pratica una delle sue missioni: “essere buoni operai nella Chiesa, impegnati nelle opere di carità, nell’educazione e santificazione dei fanciulli e dei giovani, specialmente poveri e abbandonati, nell'evangelizzazione e promozione umana e nel soccorso dei poveri.”
Fino al 6 agosto Padre Zuhir lavorava  tra Qaraqosh e Bartella, uno dei villaggi caduti quella notte nelle mani dei miliziani dello Stato Islamico.
Ecco come Padre Zuhir racconta a Baghdadhope quell’evento: 
“Siamo fuggiti di notte lasciando tutto per paura delle truppe dello Stato islamico. C’erano cristiani, ma anche yazidi e sciiti che fuggivano da Qaraqosh, Karamles e Bartella. Era la notte tra il 6 ed il 7 di agosto e ci siamo diretti verso Erbil. All’inizio i cristiani si sono accampati nelle chiese, nelle piazze e nelle strade e dopo 3 giorni sono state aperte alcune scuole per alloggiarli.”
Come e dove presta la sua opera oggi?

“Lavoro presso la scuola elementare Hammurabi che rispetto ad altri campi è piccola ed ospita circa 40 famiglie per un totale di circa 180 persone, tutte cristiane. Ad aiutarmi ad assisterle c’è un altro sacerdote ed una suora ma purtroppo non riusciamo ad ospitare altre persone. Per ora i profughi non saranno sgombrati dall’edificio perché si tratta di una scuola elementare, mentre le prime che dovranno tornare allo scopo primario sono quelle medie e superiori; a ben pensare però è giusto che i ragazzi possano tornare a studiare e che magari anche quelli arrivati qui come profughi possano farlo. Mi rendo conto che non sarà per nulla facile, ed è per questo che è necessario pensare a soluzioni alternative per le migliaia di persone arrivate ad Erbil che tra poco dovranno affrontare l’inverno fuori dalle loro case.”
Chi vi aiuta?
“All’inizio c’erano delle agenzie umanitarie a darci il necessario per sopravvivere e non so se sono state quelle agenzie a rifornire un magazzino ad Ankawa dove prendevamo ciò che ci serviva. Le scuole ed i campi sono gestiti dalla chiesa che, ad esempio, attraverso i vescovi ha fatto richiesta al Ministero dell’Istruzione del Kurdistan perché le scuole fossero concesse ai profughi. La situazione è tragica, i bisogni, anche di semplice sussistenza, sono tanti e finora non abbiamo non abbiamo ricevuto fondi, qualche famiglia ha avuto dei soldi dall’ufficio statale che si occupa dei rifugiati ma la maggior parte di esse non ha e non ha avuto nulla. Molti non sono neanche riusciti a trovare posto nelle scuole o nei campi e dormono per strada.” Si è parlato di aiuti offerti ai profughi da privati cittadini di Erbil…
“Alcune persone di buon cuore hanno aperto le porte delle loro case ai rifugiati, e noi le ringraziamo per questo, ma ci sono anche quelle che stanno approfittando della situazione per arricchirsi sulla loro pelle. L’affitto di una casa completamente vuota può arrivare anche a 1000 Euro al mese a cui si aggiungono 6 mesi di anticipo ed altri soldi per la caparra.”
Come è organizzato il suo lavoro?
“La gestione della scuola, dalla distribuzione del cibo alla pulizia è affidata a noi ed alle persone che la abitano e che contribuiscono come possono. Non abbiamo un centro medico ma del personale medico ed infermieristico dell’Ospedale di Qaraqosh che, ad esempio, ha vaccinato i bambini ed i ragazzi.”
Cosa vogliono le persone che assistete?
“La maggior parte di loro vuole fuggire dall’Iraq ed andare all’estero perché non ci sono garanzie che possano tornare alle proprie case e vivere in pace senza che succeda più ciò che è accaduto negli ultimi mesi. Sono pochi coloro che vogliono rimanere anche se si chiedono: Come faremo a ricostruire ciò che ci hanno portato via? Per chi dovremmo farlo? Cosa troveremo una volta tornati a casa? Domande a cui nessuno può dare risposta.”
Come può definire la situazione?
“Mi rendo conto che in molte parti del mondo è difficile capire la tragedia di 200.000  profughi ma la paragonerei agli effetti di un terremoto devastante o di uno tsunami, ed il nostro è solo uno dei casi dato che a ben considerare i profughi creati dall’avanzare dello Stato islamico nel mondo sono ormai 2 milioni.” 


Leggi tutto!
 

Isis: Papa Francesco, l'allarme dell'ambasciatore iracheno: "Il Pontefice è in pericolo"


"Bisogna garantire la sicurezza del Papa ovunque, perchè credo che possano cercare di colpirlo durante i suoi viaggi o anche a Roma. Perchè ci sono membri dell'Isis che non sono arabi ma canadesi, americani, francesi, britannici e anche italiani".
Parla l'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, Habeeb M.H. al-Sadr, che intervistato dal Quotidiano Nazionale lancia l'allarme sull'incolumità di Papa Francesco che sarebbe nel mirino del Califfato.
"Non sono a conoscenza di fatti specifici, di progetti operativi. Ma quanto dichiarato dai terroristi dell' autoproclamato Stato islamico è chiaro. Loro vogliono uccidere il Papa. Questa banda di criminali - continua il diplomatico - non si limita a minacciare: in Iraq ha già violato o addirittura distrutto alcuni dei luoghi più sacri dell'islam sciita. Ha colpito luoghi di culto della religione degli yazidi, e del cristianesimo. Loro dicono: chi non è con noi è contro di noi. O ti converti o sono legittimati ad ammazzarti. E lo fanno davvero, è un genocidio".
Nonostante i moniti dell'ambasciatore, rimane chiara la posizione della Santa Sede, che esclude minacce concrete contro il Pontefice: recentemente, riferendosi all'imminente viaggio del pontefice in Albania, il portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi ha dichiarato: "le notizie che riguardano l'Isis preoccupano tutti ma se la domanda è se ci siano minacce specifiche la risposta è no. Non ci sono rischi e minacce per cui modificare programmi, come il prossimo viaggio in Albania o per cui cambiare il modo in cui il Papa si muove".

Leggi tutto!
 

Patriarca di Baghdad: nella crisi irakena serve un "mandato Onu", non "vittime innocenti"


 L'accordo raggiunto a Parigi "è un fatto positivo", anche se "ogni azione" sul campo "deve essere promossa dalle Nazioni Unite, non da un Paese solo". Inoltre, va anche aggiunto che "bombardare non è una soluzione", perché gli ordigni sganciati durante i raid aerei finiscono per uccidere "persone innocenti". Con queste parole Mar Louis Raphael I Sako, Patriarca caldeo d'Iraq, commenta ad AsiaNews l'accordo alla Conferenza di Parigi, che garantisce il via libera agli aiuti militari all'Iraq da parte dei Paesi della coalizione nella lotta contro le milizie dello Stato islamico (SI). Durante la sessione dei lavori, il presidente Francois Hollande ha sottolineato che i combattenti jihadisti costituiscono una "minaccia globale" e per questo è necessario armare e sostenere Baghdad "con tutti i mezzi necessari". Il documento finale della Conferenza internazionale per la pace e la sicurezza in Iraq, presieduta da Hollande e dall'omologo iracheno Fouad Massoum è stato approvato da una coalizione di 25 Stati. Esso invoca una "azione determinata" contro il Daesh (soprannome arabo dello SI). È necessario un migliore coordinamento dei servizi di sicurezza e una maggiore sorveglianza delle frontiere. Al vertice non erano presenti Iran e Siria, nazione in lotta contro le milizie islamiste che hanno occupato una porzione di territorio siriano e irakeno, in particolare nel nord e nel nord-est.
Di contro, nella capitale francese era invece presente la Russia che, per bocca del ministro degli Esteri Serghei Lavrov, ha detto di essere pronta a "partecipare all'elaborazione di misure supplementari per la lotta contro il terrorismo". Nei giorni scorsi il Cremlino è intervenuta a più riprese contro possibili raid aerei Usa in Siria senza il benestare del presidente Bashar al-Assad, alleato di Mosca. Lavrov ha inoltre ricordato che in tema di terrorismo è auspicabile una discussione più ampia in sede di Consiglio di Sicurezza Onu, per dar vita a una risposta globale sotto l'egida delle Nazioni Unite.
Una posizione che trova favorevole il Patriarca di Baghdad, in questi giorni impegnato in una serie di conferenze in Europa, secondo cui è auspicabile un "mandato Onu", non l'iniziativa di un solo Paese o di un gruppo di nazioni. Inoltre è altrettanto importante la partecipazione dei Paesi arabi, perché essi "conoscono la lingua, la mentalità e la geografia" della regione. "L'azione nel suo complesso - avverte Mar Sako - deve partire da un mandato esplicito dell'Onu". Tuttavia, il capo della Chiesa caldea considera positiva l'azione comune dei 30 e sottolinea il lavoro del presidente francese, che proprio di recente ha visitato l'Iraq  dando "un segnale di incoraggiamento ai profughi" e, in particolare, "i cristiani". Il presidente ha detto che si può "contare sulla Francia", e "questo sostegno è molto positivo", secondo Mar Sako.
Il Patriarca di Baghdad è fiducioso anche per la formazione del nuovo governo, anche se avverte che "ci vuole tempo per una vera riconciliazione e tutti devono essere veri partner, non creare muri". La volontà "c'è", conferma, ma "servono anche fatti concreti". Da ultimo  Louis Sako rivolge un pensiero alle centinaia di migliaia di profughi, "non solo i cristiani, ma tutte le minoranze, i sunniti, gli sciiti" che "devono essere protetti dalla comunità internazionale". Fra i molti problemi immediati vi è anche quello che riguarda l'inizio dell'anno scolastico: "La maggior parte - racconta - studia in lingua araba, mentre in Kurdistan si parla il curdo e non vi sono scuole per tutti". E poi vi è il problema degli alloggi, perché le persone "hanno bisogno di un tetto e non possono stare nelle tendopoli", in vista dell'inverno. Infine serve "rinforzare l'esercito irakeno e le milizie peshmerga curde, perché siano in grado di proteggere la gente" dalla minaccia islamista.

Leggi tutto!

lunedì, settembre 15, 2014

 

A Mosul le case dei cristiani usate dall'IS come rifugi e laboratori per fabbricare armi terroristiche.

By Baghdadhope*

Secondo alcune testimonianze riportate dal sito Ankawa.com elementi delle milizie dello Stato islamico starebbero occupando a Mosul molte case prima appartenenti a famiglie cristiane per nascondersi e sfuggire all'eventuale tentativo di riconquista della città da parte dell'esercito iracheno. Le case dei cristiani sarebbero inoltre usate come laboratori per la costruzione di ordigni esplosivi e di auto bombe, a dimostrazione forse di un cambiamento tattico dello Stato Islamico che passerebbe dalla guerra al terrorismo nel tentativo di respingere la ri-presa della città.  

Leggi tutto!
 

Altri profughi cristiani arrivano a Kirkuk

By Baghdadhope*
Fonte della notizia: IshtarTV

Altri 12 profughi cristiani tra i quali una bambina di un solo anno sono arrivati a Kirkuk dopo essere stati scacciati dalle loro case dalle milizie dello Stato Islamico.
Tutti i proughi, tranne una donna che viveva a Sinjar, provengono dal villaggio cristiano di Bartella e sono stati accolti a Kirkuk dalle autorità cittadine preposte all'accoglienza dei profughi e da Padre Qais Mumtaz. Anche questi profughi, come accaduto qualche giorno fa ad altri arrivati a Kirkuk da Qaraqosh saranno trasferiti ad Erbil per riunirli alle rispettive famiglie.
Il sito Ankawa.com precisa che i profughi sono stati tenuti prigionieri in una casa di Bartella, e che di fronte al loro rifiuto della conversione all'Islam sono stati cacciati da ciò che lo Stato islamico ritiene essere il proprio territorio. 



Leggi tutto!
 

Iraq, peshmerga reclutano cristiani contro Stato islamico


Le forze peshmerga del Kurdistan iracheno stanno reclutando combattenti cristiani per contrastare l'avanzata dei jihadisti dello Stato islamico (Is) nel nord dell'Iraq. Lo ha dichiarato il presidente del consiglio del quartiere cristiano Ainkawa di Erbil, Jalal Habib Aziz, al sito Rudaw spiegando che ''rappresentati dei peshmerga sono venuti ad Ainkawa a reclutare cristiani''.
Secondo Aziz, il ministero curdo dei Peshmerga ha chiesto ai leader cristiani di rivolgere un appello ai membri della comunità invitandoli a imbracciare le armi a fianco delle forze di Erbil per ''proteggere se stessi e le loro zone''. Aziz prosegue affermando che ''abbiamo chiesto ai giovani caldei e assiri di registrarsi per servire nei ranghi delle forze peshmerga del Kurdistan''. All'addestramento militare possono partecipare gli uomini di età compresa tra i 18 e i 30 anni.
Ad Ainkawa vivono centinaia di migliaia di rifugiati cristiani fuggiti da Mosul e dalla piana di Nineveh a giugno e ad agosto in seguito all'avanzata dello Stato islamico.

Rudaw: Peshmerga Forces Recruit Christian Fighters, says Local Official


Leggi tutto!
 

Salem e gli altri cristiani rimasti in Iraq per non perdere la propria vita e la fede. Dieci anni di persecuzioni

By Tempi
Rodolfo Casadei

La recentissima morte da martire cristiano di Salem Matti Kourki, il 43 enne di Bartellah, cittadina della piana di Ninive, trucidato dai miliziani dello Stato islamico per essersi rifiutato di abiurare la sua fede e di convertirsi all’islam, accende un riflettore su due fatti rilevanti ma poco noti dell’agonia dei cristiani iracheni. Il primo riguarda la perdurante presenza di centinaia di loro a Mosul e nelle cittadine della piana di Ninive occupate dai jihadisti dell’Isil il 7 agosto scorso: mentre la quasi totalità delle comunità ha abbandonato quei luoghi (si stima un esodo di 150 mila persone, alle quali ne vanno aggiunte altrettante di religione yazida), alcuni sono voluti restare. Si tratta per la maggior parte di persone anziane o malate, ma anche di adulti che non intendono abbandonare le loro proprietà immobiliari, col rischio di vederle perdute per sempre e, nel caso di Mosul, di cristiani che già da tempo pagavano una sorta di tassa di sottomissione a gruppi islamisti radicali diversi dallo Stato islamico, e che quindi considerano la loro condizione del tutto speciale.
Nell’Iraq settentrionale è molto diffusa l’abitudine di tenere in casa riserve alimentari per fare fronte a imprevisti, e ciò ha permesso a molti di non mostrarsi in pubblico per settimane. Quando, come nel caso di Salem Kourki, le riserve di acqua e cibo finiscono, cominciano i problemi. Secondo la ricostruzione dei fatti resa possibile anche dalla testimonianza di un fratello dell’uomo che ha trovato riparo nella città di Erbil (testimonianza raccolta da Sat2000 nel servizio proposto in fondo a questa pagina), gli uomini armati che lo hanno fermato a un posto di blocco si sono dichiarati disponibili a fornirgli ciò di cui aveva bisogno a condizione che si convertisse all’islam. Al suo deciso rifiuto avrebbero reagito prima prendendolo a botte e poi uccidendolo con colpi di arma da fuoco.
Salem Kourki era un siriaco ortodosso, una Chiesa orientale presente soprattutto in Siria e che in Iraq conta circa 50 mila fedeli. A Erbil i siriaci ortodossi giunti come profughi a causa degli attacchi di luglio e di agosto sono in gran parte ospitati nelle pertinenze della chiesa di Oum el Nour, dedicata a Maria Madre della Luce. Come gli altri cristiani accolti nei 15 centri che le varie Chiese hanno organizzato nella capitale regionale del Kurdistan, si tengono in contatto coi parenti rimasti nelle località di origine attraverso i telefoni cellulari (quando quelli dei parenti non sono stati sequestrati, com’è regola, dallo Stato islamico) o attraverso vicini di casa, conoscenti o amici musulmani che si muovono con relativa libertà. L’apprensione per il loro destino cresce di giorno in giorno, perché man mano che le scorte di viveri si esauriscono, sono costretti a venire allo scoperto e a manifestare la propria condizione ai jihadisti.

Abiurare mai

Il secondo fatto rilevante che il martirio di Salem Matti Kourki mette in evidenza è l’indisponibilità di quasi tutti cristiani iracheni ad abiurare la propria fede anche quando vengono sottoposti alle pressioni più forti e alle minacce più gravi. I casi di cristiani iracheni convertiti all’islam nel corso dell’ultimo decennio si contano in poche decine, e spesso si è trattato di conversioni opportunistiche che poi sono state rinnegate non appena i ricatti che le avevano determinate sono venuti meno. Il riferimento all’ultimo decennio dipende dal fatto che la persecuzione contro i cristiani in Iraq è iniziata esattamente dieci anni fa, l’1 agosto del 2004, quando cinque autobombe esplosero contro altrettante chiese a Baghdad e a Mosul. Contemporaneamente iniziarono i rapimenti mirati di cristiani, che non sono mai cessati.
Prassi standard dei gruppi jihadisti è quella di proporre agli ostaggi la conversione all’islam, come riferiscono tutti coloro che sono stati rilasciati dopo il pagamento di onerosi riscatti e quanti sono sopravvissuti a sequestri di gruppo spesso conclusisi tragicamente. La conversione non è garanzia automatica di rilascio, ma conduce immediatamente al miglioramento delle condizioni di detenzione: cessano gli abusi fisici, migliora il vitto e viene restituito un minimo di libertà di movimento. Tuttavia la quasi totalità dei sequestrati – si tratti di caldei, assiri orientali, siriaci cattolici o ortodossi – si nega alla conversione e riafferma di fronte ai rapitori la propria identità cristiana. Gli aneddoti circa i cristiani iracheni che hanno rifiutato di abiurare la loro fede in occasione di un sequestro di persona sono numerosi.
Nel 2007 un gruppo di jihadisti fermò un’automobile all’altezza di Tikrit per rapinare i passeggeri. Dalla presenza di croci, iconcine e rosari si resero conto che si trattava di cristiani: il conducente era un taxista caldeo della cittadina di Batnaya che stava trasportando verso Baghdad due uomini e una donna provenienti dalla stessa località cristiana della piana di Ninive. I guerriglieri apostrofarono i tre uomini ordinando loro di convertirsi all’islam se volevano avere salva la vita. Questi rifiutarono, ribadendo il loro buon diritto a vivere come cristiani in Iraq. La donna, moglie di uno dei tre, fu mandata libera – ed è lei la fonte di questo racconto – mentre i tre uomini furono portati via e scomparvero nel nulla insieme al taxi.

Nessuna pietà per la sedicenne
Ancora più tragica ed eroica la storia di Surur, ragazza cristiana caldea di 16 anni di Baghdad, che fu martirizzata per il suo rifiuto di indossare il velo islamico. Era figlia di un rivenditore di bevande alcoliche che subiva estorsioni da parte di vari gruppi a cavallo fra criminalità e jihadismo e pagava la “protezione” per non vedere distrutta la sua attività. Fino a quando la famiglia risiedeva nella Zona Verde della capitale, le condizioni di sicurezza erano accettabili. Ma dopo essere stata sfrattata dalla casa in affitto dove viveva per fare posto a una persona legata al primo ministro, aveva dovuto trovarsi un altro domicilio in un quartiere pieno di problemi. A scuola gli insegnanti pretendevano che Surur portasse il velo come le sue compagne musulmane, adducendo i rischi a cui l’intero istituto sarebbe andato incontro se non si fosse sottomesso ai diktat degli estremisti. Dopo molte discussioni Surur aveva cessato di frequentare la scuola, in attesa di trasferirsi in un altro istituto. Non ne ebbe il tempo.
Uno dei giorni seguenti, in piena notte un’auto con le insegne della polizia si fermò davanti a casa sua, ne scesero quattro uomini in divisa che si fecero aprire con violenza la porta. Segregarono in una stanza i genitori, un fratello e una sorella di Surur e condussero la ragazza nel locale adiacente, dove la violentarono per un’ora e alla fine la uccisero tagliandole la gola. La famiglia cercò rifugio a Beirut e gli assassini non furono mai puniti.

Leggi tutto!
 

Medio Oriente, per milioni di bambini il ritorno a scuola è un sogno

By Radiovaticana
Fabio Colagrande

Mentre in Italia con il mese di settembre riaprono le scuole, per milioni di bambini in Medio Oriente il ritorno sui banchi è solo un sogno. A Gaza, in Iraq e Siria, guerra e violenze hanno compromesso anche il diritto all'istruzione e un'intera generazione rischia di perdere anni e mesi di scuola. Lo ricorda 'Agire' - l'agenzia italiana per la risposta alle emergenze che riunisce 10 organizzazioni non governative -  che con la Croce rossa italiana continua la raccolta fondi per portare soccorsi alle popolazioni colpite dai conflitti in Medio Oriente.  
"Ci sono bambini a Gaza che nei primi anni di scuola hanno vissuto già tre conflitti. Altri in Iraq e in Siria che negli ultimi anni sono stati spostati da una parte all'altra del loro paese", spiega Marco Bertotto, direttore di Agire. "Contesti difficili in cui l'educazione resta una delle poche possibilità per dare propsettive di ricostruzione alle giovani generazioni e assicurare a quelle regioni un futuro migliore". "Sempre più spesso - aggiunge il direttore di Agire - la scelta di destinare gli edifici scolastici ad alloggio per le comunità di sfollati - diventa, in Medio Oriente, obbligata".
"L'educazione a volte viene sottovalutata e si ritiene che le priorità in situazione di emergenza umanitaria siano solo alloggi, cibo e acqua. E' invece importante cercare di riportare i bambini a scuola o perlomeno a una realtà che assomigli alla scuola", spiega Daniele Grivel, capo missione Intersos ad Erbil, in Iraq. "E non è facile per minori che vivono in campi di diecimila persone. E' una problematica, inoltre, che riguarda gli stessi bambini curdi che hanno dovuto lasciare le loro aule per cederle agli sfollati senza un tetto". “Se non si troverà rapidamente una soluzione adeguata, specie ora che l'inverno è alle porte, - conclude l'operatore di Intersos - si acuiranno le tensioni tra le comunità curde locali e gli sfollati provenienti dalle altre province del paese". 

Leggi tutto!
 

Caritas Internationalis: profughi in Medio Oriente, dramma insostenibile

By Radiovaticana

È incentrata sulla crisi in Medio Oriente, in particolare in Siria, in Iraq e a Gaza, la riunione convocata da Caritas Internationalis, da oggi a mercoledì a Palazzo San Calisto, a Roma. Presenti i responsabili delle Caritas della regione, assieme ai partner internazionali, per mettere a punto una strategia comune. La guerra in Siria, l’avanzata degli estremisti dello Stato Islamico (Is), la ripresa del conflitto in Iraq, l’attacco israeliano su Gaza hanno provocato un’emergenza che coinvolge non solo le zone interessate dalle violenze, con un flusso inarrestabile di sfollati interni, ma anche i Paesi limitrofi: il Libano accoglie oltre un milione di rifugiati siriani, la Giordania più di 600 mila, la Turchia supera gli 800 mila. Proprio a causa dei combattimenti in Siria, ci sono 13 milioni di persone bisognose di aiuto. La rete Caritas negli ultimi tre anni ha risposto alle necessità di 965 mila persone in Siria, Iraq e a Gaza fornendo alloggi, assistenza sanitaria, cibo, istruzione. Nel suo intervento, il presidente della Caritas Internationalis, il cardinale honduregno Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, ha ricordato che ogni minuto 4 bambini devono lasciare forzatamente le loro case.

Per un quadro della situazione in Iraq, in particolare per i cristiani,
Giada Aquilino ha intervistato mons. Shlemon Warduni, presidente di Caritas Iraq:

La situazione dei cristiani in Iraq è molto precaria, difficile, specialmente per i cristiani del Nord, di Mosul e della Piana di Ninive, perché sono stati cacciati dalle loro case, dai loro villaggi, hanno perso tutto. Non hanno lasciato che prendessero niente.

Perché sono stati cacciati? E da chi?

Perché sono cristiani. E miliziani dell’Is o Daash hanno questo spirito di fanatismo terribile, non hanno coscienza, fanno degli atti cannibaleschi perché sono inumani contro l’umanità! Cosa hanno fatto ai bambini, alle donne, ai poveri, agli anziani? Li hanno lasciati camminare scalzi e con 48° al sole! Hanno preso le loro macchine, hanno fatto tutto. E come e perché? E da dove? Noi ci chiediamo anche questo. Certamente ci sono Nazioni che li aiutano e questo dovrebbe essere messo in evidenza.

Dove si trovano ora i cristiani, soprattutto quelli del Nord?

I cristiani di Mosul e della Piana di Ninive si trovano ancora più a Nord, nei villaggi cristiani. Anche la Chiesa ha cercato di trovare dei posti, dei luoghi dove farli vivere. In 120 mila sono arrivati dalla Piana di Ninive, in 30-40 mila da Mosul e molti di loro, come dicevo, non avevano niente: dormivano sotto le stelle. E (questi miliziani, ndr) sono stati così cattivi che una donna ha partorito in un giardino.

Come sta operando la Caritas e a quale strategia si punta con la riunione a Palazzo San Calisto?

All’inizio abbiamo detto al direttore, ai funzionari, ai volontari: “Ecco, questo è il tempo di lavorare per la Caritas, per amore. Ascoltiamo la Parola del Signore che dice: “Tutto ciò che avete fatto per uno dei miei piccoli fratelli, lo avete fatto per me”. E abbiamo aiutato più di 7.500 famiglie. Ora, con questa riunione, dobbiamo arrivare a dei risultati, per aiutare queste famiglie non solo in Iraq ma anche in Siria, Gaza, Libano: ovunque c’è bisogno di aiuto, la Caritas deve darsi da fare.

Cosa serve urgentemente?

Prima di tutto i viveri, medicine, anche un po’ di denaro per comprare qualche vestito, qualcosa, poi anche un tetto. Adesso arriva l’inverno: cosa faranno? E per i bambini poveri che vogliono andare scuola? Le scuole, che ospitano i profughi, saranno svuotate e queste persone non avranno più un riparo.


La Caritas è presente anche in Libano, accanto ai profughi. Sentiamo padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano, intervistato da Giada Aquilino:

Abbiamo un grande problema: in Libano sono presenti già un milione e 600 mila siriani e ultimamente abbiamo raggiunto quasi 400 famiglie che vengono dall’Iraq e ogni giorno ci sono nuovi arrivi. Inoltre abbiamo il problema dei profughi palestinesi, che sono presenti sul nostro territorio già da 60 anni. Dunque, è emergenza a livello di numeri, soprattutto perché il Libano non è un Paese grande e la nostra popolazione, i nostri fedeli si stanno impoverendo da un giorno all’altro. Facciamo appello alla comunità internazionale affinché si assuma le proprie responsabilità per fermare questo ‘gioco politico’ in atto nella regione.

Cosa raccontano i profughi?

Sono stato in Iraq con la delegazione ufficiale dei Patriarchi. Davvero, è una vera tragedia che ci porta le lacrime agli occhi: quando, per esempio, vedi persone che hanno camminato per circa 70 chilometri, per nove ore al giorno, poi si attaccano alla tua veste, alla tua croce e ti dicono: “padre, prega per me, benedicimi”, oppure ti chiedono: “pace: vogliamo la pace, vogliamo tornare nella nostra terra, nella nostra casa” … questo tocca il nostro cuore. Anche i siriani sono fuori dalle loro case, dalla loro terra. Ma è tutta la problematica politica, che ruota intorno a questa situazione. Inoltre i fanatici sono aumentati tanto. Prima si parlava della rivoluzione, adesso non se ne parla più; abbiamo sentito parlare dell’Esercito libero, adesso non se ne parla più. Adesso si parla soltanto di jihadisti, di fanatici. E questo risolve il problema di tutta una zona ferita?

Quando è andato a Erbil, ma anche quando parla con i profughi in Libano, cosa raccontano di questi combattenti? Perché agiscono così i miliziani dello Stato Islamico?

Quando uno non crede più ai diritti umani, non crede più alla libertà religiosa, non crede più alla convivenza tra i popoli, quando uccidono, cosa possiamo chiedere a una persona così?

Come la Caritas Libano è impegnata affianco di questi profughi?

A livello nazionale, in Libano noi abbiamo già avviato un piano urgente di aiuti che riguarda soprattutto alloggi, kit alimentari e igienici, cerchiamo anche di provvedere - dove possibile - ai luoghi per alloggiare le persone: anche questa è una grande emergenza. E la cosa grave che affrontiamo con i nostri assistenti sociali, è che la maggior parte di questi profughi, fratelli iracheni, entrano in Libano avendo in mente di voler prendere un visto per andare in Occidente. E’ un grande peccato per i nostri fratelli iracheni: non dovrebbero mai lasciare la loro terra.

Cosa vi aspettate dalla riunione della Caritas Internationalis?

Che ci sia un appello molto forte a livello della politica internazionale, perché ci sia una vera giustizia in tutta la zona.

Leggi tutto!
 

"Adotta un cristiano di Mosul": il grazie del vescovo per i primi aiuti


Mons. Amel Nona, vescovo caldeo di Mosul, anch'egli rifugiato, ringrazia tutti i donatori della campagna lanciata da AsiaNews. La situazione è sempre più difficile per il numero enorme di profughi e per l'arrivo dell'inverno e della neve, che rendono impossibile alloggiare nelle tende o all'aperto. La crisi, un'occasione che rende attiva la fede dei cristiani.

Mons. Amel Nona, vescovo caldeo di Mosul, anch'egli rifugiato in Kurdistan, ci ha scritto una lettera per ringraziarci della prima tranche di aiuti, giunti a lui come presidente del Comitato dei vescovi responsabili della distribuzione. La lettera è indirizzata ad AsiaNews, ma lo stesso vescovo ringrazia "tutti i donatori" - e sono migliaia - che hanno testimoniato la vicinanza alla loro situazione. Tale solidarietà è importante dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista spirituale, perché comprende l'importanza "che i cristiani di questo Paese abbiano il diritto a vivere come gli altri uomini, con dignità e libertà".
La situazione sul terreno è ancora molto drammatica e diviene sempre più difficile: alla povertà, all'assottigliarsi dei fondi, alla mancanza di alloggi per decine di migliaia di persone, si aggiunge ora il sopravvenire dell'inverno, del freddo e della neve che rende impossibile ai rifugiati poter vivere nelle tende, o all'aperto nelle aiuole spartitraffico, o nelle scuole.
Mons. Nona e la Chiesa in Kurdistan stanno svolgendo un lavoro gigantesco, oltre le proprie forze, non essendo la Chiesa "una potente organizzazione umanitaria internazionale". Il vescovo spera che si possa trovare una soluzione veloce per far tornare i profughi alle loro case conquistate dall'esercito islamico. Ma è soprattutto cosciente che la preghiera potrà trasformare "la nostra crisi" in "un'occasione per unire tutti i cristiani rendendoci attivi nella fede".
Di fronte al perdurare dell'emergenza, è necessario continuare la nostra campagna "Adotta un cristiano di Mosul", con le modalità già indicate (clicca qui). Di seguito, il testo della lettera di mons. Amel Nona:

P. Bernardo Cervellera
Direttore
AsiaNews
                                        Voglio informarla che il 9 settembre 2014 ho ricevuto la somma di 279.219 euro inviata da voi con la campagna "Adotta un cristiano di Mosul", per aiutare i nostri cristiani di Mosul e della piana di Nineveh rifugiati  nella regione Kurdistan-Iraq.
Quale responsabile del comitato dei vescovi che organizza gli aiuti umanitari ai cristiani rifugiati, a nome mio e a nome di tutti i vescovi membri di questo comitato - che sono cattolici e non cattolici - ringrazio lei e tutti i donatori che hanno testimoniato la realtà della fede Cristiana verso la persona umana, tramite il dono che avete offerto per sostenere i cristiani iracheni, nella dignità, nella loro vita.
La nostra situazione è veramente drammatica, perché tutti questi nostri fedeli sono stati spogliati di ogni cosa: case, proprietà, lavoro, chiese,.. E sono arrivati nella regione del Kurdistan senza niente.
Si può sopportare tale situazione per un breve periodo, ma con il passare del tempo, senza una soluzione per l'area controllata dall'Isis, si creano tanti problemi e difficoltà.
La gente ha perso la fiducia nel Paese, nella loro terra, nei vicini, nell'autorità...
Gli aiuti umanitari si riducono di giorno in giorno, e i rifugiati si sentono sempre più bisognosi. Vivere sotto le tende, o nei giardini, oppure nelle scuole non è più possibile perché la stagione sta cambiando e l'inverno bussa alle porte. Abbiamo tantissima gente senza casa e neanche un tetto che li possa coprire.
Stiamo cercando di trovare una soluzione per il problema dell'alloggio, ma non riusciamo a ospitare tutti perché il numero è grandissimo: noi non siamo una potente organizzazione umanitaria internazionale, sebbene tutti i nostri cristiani ci domandino con insistenza di aiutarli.
Le nostre possibilità sono limitate perché tutto il Paese sta attraversando una fase difficile di divisione religiosa ed etnica, accompagnata da una vera guerra civile e dalla sfiducia reciproca tra le parti politiche e sociali.
Fin da primo giorno della crisi la Chiesa sta facendo di tutto per trovare una risposta vera e degna per i suoi figli. E ringraziamo Dio che nonostante tante difficoltà abbiamo organizzato almeno per un po' gli aiuti per i nostri fedeli, cercando di dare loro il minimo per vivere come persone umane, sempre sperando in una soluzione giusta e rapida per la nostra terra.
La vostra partecipazione nella solidarietà, ci dà forza non solo perché ci aiuta materialmente - e ciò è importantissimo - ma anche perché sentiamo che abbiamo fratelli e sorelle cristiani vicini a noi, che comprendono quanto sia importante che i cristiani di questo Paese abbiano il diritto a vivere come gli altri uomini, con dignità e libertà.
Ancora una volta vi ringrazio tutti, pregando il Signore che la nostra crisi sia un'occasione per unire tutti i cristiani rendendoci attivi nella fede.

Il Signore vi benedica

+ Amel NONA
Arcivescovo di Mosul dei caldei
14 settembre 2014

Leggi tutto!
 

I centomila volti della sofferenza cristiana in Iraq


Dal 13 al 15 agosto una delegazione internazionale della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha visitato alcuni villaggi del Kurdistan iracheno.
Il racconto di Maria Lozano, vicedirettore internazionale della comunicazione di ACS.
©ACS/ACN
Ad Erbil l’aria è irrespirabile. La città si trova in un’area semi desertica e in estate le temperature sfiorano i 44 gradi. Eppure entrando nel capoluogo del Kurdistan iracheno, si viene colpiti da un’ingannevole sensazione di tranquillità. Nulla sembra indicare che proprio qui e in questo stesso momento, il destino di decine di migliaia di persone sia appeso ad un filo. E che lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante sia a soli 40 chilometri di distanza.
Dietro ai muri delle Chiese, nelle scuole, nei centri sportivi, all’ombra di palazzi fatiscenti o in costruzione, trovano riparo più di 70mila rifugiati. Il principale dei ventidue centri di accoglienza è la cattedrale caldea di San Giuseppe, nel quartiere cristiano di Ankawa, dove vivono circa 670 famiglie. Teloni improvvisati e qualche sprazzo d’ombra sono l’unica difesa dal caldo impietoso e soffocante. Molte persone sono sedute in terra, su piccole stuoie o materassi. Altre su sedie di plastica.
Ankawa è un’enorme sala d’aspetto, dove migliaia di volti condividono una stessa storia.
Il 6 agosto i combattenti curdi che difendevano l’area a maggioranza cristiana a Nord di Mosul si sono ritirati abbandonando la popolazione alla mercé degli estremisti. La prima bomba ha colpito la casa della famiglia Alyia a Qaraqosh, uccidendo il piccolo David e suo cugino Mirat che giocavano in giardino. Qaraqosh è stata per secoli casa di decine di migliaia di cristiani. Ora quasi l’intera comunità ha lasciato il villaggio, come accaduto in altri centri, tra cui Bartella e Karamlish. Circa centomila cristiani sono stati costretti a lasciare le proprie case nella Piana di Ninive per dirigersi verso Dahuk, Zakho ed Erbil nel Kurdistan iracheno. Migliaia e migliaia di persone sono fuggite portando con sé solo qualche vestito in uno zaino. Un tragico déjà-vu per chi aveva vissuto la stessa situazione nella notte tra il 9 ed il 10 giugno, quando in poche ore e senza incontrare alcuna resistenza da parte dell’esercito, Isis aveva assunto il controllo di Mosul.
Dalla caduta del regime di Saddam Hussein, a Mosul sono stati uccisi in odio alla fede oltre mille cristiani. «Mio fratello Salman aveva 43 anni quando lo hanno freddato con tre colpi di pistola alla testa», afferma un uomo. Accanto a lui, sua madre stringe la foto di Salman con entrambe le mani. Si erano trasferiti a Qaraqosh nella speranza di un futuro migliore, ma l’avanzata dei fondamentalisti li ha costretti ancora una volta a fuggire.
«Non è di noi che ci preoccupiamo, ma dei nostri figli», urla disperata la mamma di sei bambini che a Mangesh condivide una stessa tenda con altre cinque famiglie. Sedici bambini e non un singolo giocattolo, non una bambola. Alcuni di loro dormono perfino sul pavimento.
Ad Erbil vi sono file di tende per accogliere quanti non hanno trovato spazio nei vari edifici adibiti ad alloggi di emergenza. In ogni tenda vivono almeno otto persone che di giorno sopportano temperature fino a 44 gradi e durante la notte corrono il rischio di essere morse dai ratti e dagli scorpioni.
«Siamo fuggiti per salvare le nostre vite, la nostra fede e l’onore delle nostre mogli e figlie», raccontano alcuni facendo notare come la tempestiva fuga abbia risparmiato ai cristiani la drammatica sorte toccata alla minoranza yazidi, i cui fedeli hanno subito massacri e stupri. Tuttavia, accanto ai beni materiali, ai cristiani di Qaraqosh, Alqosh, Tell Keyf e degli altri villaggi è stata portata via la speranza. «Non posso più vivere qui – singhiozza il padre di David, uno dei due bambini uccisi a Qaraqosh – questo paese è intriso di sangue». Sua moglie si copre il viso con entrambe le mani e si abbandona ad un pianto disperato. Non c’è nessuno che possa offrire loro un sostegno psicologico, sono stipati in una scuola di Ankawa con centinaia di altri rifugiati.
La Chiesa è straordinariamente presente e attiva. Sacerdoti, religiosi e vescovi telefonano, organizzano, ascoltano, consigliano. Sostengono i rifugiati con ogni mezzo a disposizione ad Erbil come a Duhok, dove vi sono altri 60mila rifugiati cristiani.
Anche l’arcivescovo di Mosul, monsignor Emil Shimoun Nona, è un rifugiato. Quando Isis ha conquistato la seconda città d’Iraq, il presule si trovava in un altro villaggio della sua diocesi e non ha potuto far ritorno a casa. Ora incoraggia i suoi fedeli, dona loro pacchi di viveri e cerca di procurare tutto ciò di cui hanno bisogno: materassi, tende, ventilatori, medicine.
Ad Erbil, Zakho, Dahuk e in tutto l’Iraq la sofferenza dei cristiani si riflette in tanti volti segnati dalle lacrime. «Aiutateci supplicano – la nostra unica speranza è che qualcuno ci salvi da una morte certa». Chiedono un aiuto immediato che consenta loro di trovare alloggi dignitosi al riparo dal caldo soffocante dell’estate irachena. E chiedono protezione e sicurezza: condizioni indispensabili affinché i cristiani abbiano nuovamente il diritto di vivere la propria fede, in una terra che abitano da secoli.
 

Leggi tutto!

giovedì, settembre 11, 2014

 

Iraq, il reportage dalla linea del fronte in un villaggio riconquistato dai miliziani curdi

By TV2000

Il reportage dalla linea del fronte in un villaggio riconquistato dai miliziani curdi:
Il nostro inviato Massimiliano Cochi, con il nostro operatore Carlo Petruzziello, ha raggiunto il fronte della battaglia contro le milizie islamiche dell’Isis.
Siamo a Toluskoff, la città appena liberata dai peshmerga curdi, fra macerie e trappole esplosive.



Leggi tutto!
 

Stato Islamico: Come ti cancello Darwin e Gesù

By Baghdadhope*
Fonte della notizia: Ishtar TV

La prima teoria che gli studenti di Mosul potranno trovare solo sui vecchi libri dei genitori e dei fratelli sarà quella dell'evoluzione della specie di Darwin cancellata con un sol tratto di penna dai miliziani dell'IS che ormai gestiscono il sistema scolastico a Mosul, e per il quale fervore religioso ogni teoria che metta in dubbio l'operato di Dio, unico creatore, non è degna di essere studiata.   
Anche l'Iraq in quanto entità nazionale è sparito per l'IS che nei documenti lo ha ormai sostituito con la dicitura "Daula'l Khalifa fi'l Iraq wa asSham" lo Stato del Califfato in Iraq e Siria.
I "sudditi" del Califfato in nome della legge islamica non dovranno sapere chi era Darwin, ma neanche conoscere la storia, generale e nazionalistica, la geografia, l'arte, la musica e la letteratura.
Meno che mai potranno conoscere i fondamenti della religione cristiana, definita "portatrice di idee contrarie alla legge islamica". 
Le nuove regole scolastiche imposte nella provincia di Ninive controllata dall'IS sono state diffuse attraverso due decreti nel primo dei quali si legge: "Buona notizia dal principe dei credenti, capo della struttura del Da'ash*, Abu Bakr Al Baghdadi: per combattere l'ignoranza e diffondere la legge islamica che si oppone alla scienze, ed i programmi di studio corrotti, sostituendoli con programmi islamicamente corretti, il Principe ha ordinato la creazione dell'Ufficio dell'Istruzione (gestito dal) Da'ash".
Nessuno, nel territorio del Califfato, può opporsi a queste regole, ed i pochi docenti che hanno osato farlo sono stati costretti a lasciare la città per non rischiare di essere arrestati o uccisi, come sempre avviene a chi si oppone ad esso, cristiano o musulmano che sia.
Il Governatore della provincia di Ninive, Atheel al Nujaifi, ha dichiarato come le iniziative del Da'ash nel campo educativo - l'aggiunta e la cancellazione di materie di studio o eventuali esami - siano contrarie a quanto stabilito dal sistema educativo iracheno che non le considererà valide. 
Oltre alla cancellazione di materie di studio il Califfato ha anche ordinato, come era ovvio avrebbe fatto, la netta separazione nelle classi di maschi e femmine.
Tra quanto alle bambine sarà vietato imparare a leggere e scrivere?
Considerando quanto in fretta il potere dell'IS si sia consolidato dal momento della presa di Mosul all'inizio di giugno forse non ci vorrà molto perché essi diventino le nuove schiave dei "Talebani iracheni".

* Da'ash: Acronimo in arabo di Ad-Daula Al-Islamiyya fi'l Iraq wa as-Sham, in Occidente ormai conosciuto come IS = Islamic State

Leggi tutto!
 

Pope to travel to Turkey in November; Chaldean Patriarch hopes for visit to Iraq

By Catholic Culture
September 9, 2014

Pope Francis will travel to Turkey in late November, according to a report in Crux, the news service recently launched by the Boston Globe.
The Vatican has not announced plans for a papal visit to Turkey. Orthodox Patriarch Bartholomew I of Constantinople has invited the Pope to visit, but Turkey's President Recep Tayyip Erdogan has not issued an official invitation.
Citing sources in the Turkish embassy to the Holy See, Crux said that Pope Francis will travel to Istanbul, where he will join Orthodox Patriarch Bartholomew I in celebrating the feast of St. Andrew, the patron of the Constantinople see, on November 30.
Each year, the Holy See sends a delegation to join the Ecumenical Patriarch in celebrating his patronal feast. In turn, an Orthodox delegation travels to Rome each year to join the Pope for the feast of Sts. Peter and Paul. Pope Benedict XVI made the trip himself in 2006, joining in the celebration of the feast of St. Andrew. Patriarch Bartholomew had previously traveled to Rome in 2004 to celebrate the feast of Sts. Peter and Paul with Pope John Paul II.
The visit to Turkey would also bring the Pontiff close to Iraq, and Chaldean Catholic Patriarch Louis Sako has urged Pope Francis to visit that country. The Iraqi prelate reminded reporters that the Pope has said that he is willing to travel to Iraq, and added that "we need his presence." The Chaldean Patriarch said: "He is our father, and a father not only thinks and says words to encourage his children, but is also near to them."

Leggi tutto!
 

Iraqi Christians Say Obama's Plan for ISIS Will Not Be Enough

Carlo Angerer, September 11, 2014

Christians who have fled the bloody campaign of ISIS in Iraq said U.S. plans to snuff out the Sunni militants will not be enough and that American combat troops are their only hope.
President Barack Obama pledged overnight to lead a "broad coalition" of allies to tackle the threat of the Islamic State of Iraq and al-Sham - but without American combat troops.
That disappointed many on the ground in northern Iraq, who told NBC News they want boots on the ground.
"Only Americans can fix it," said one man taking shelter in an unfinished building in Erbil, a city of 1.5 million that has become a safe haven for religious minorities who have escaped and fled religious persecution at the hands of ISIS militants. "They should just send their soldiers into Iraq and Syria, not just fight from the air."
He and others, who requested anonymity out of fear for their lives, said they do not see how local, Iraqi forces can defeat the extremists.
"I was with the Iraqi army in Mosul for four years and I can tell you we did not do anything, just collected a salary," said the man, who fled from the Christian town of Qaraqosh. Qaraqosh, once a town of 40,000, has been terrorized by ISIS fighters amassing power and laying down harsh Sharia law.
"We're happy that the U.S. is conducting air strikes," another man said. "But it's not enough. We need something to happen now."
Obama has stressed that U.S. involvement will not lead to a repeat of the Iraq war - but some Christians who spoke to NBC News waxed nostalgic for those times.
"When the Americans were in Mosul, we had no problems," another man said. "When they left, the troubles started."

Leggi tutto!
 

Christians Flee ISIS Rule in Northern Iraq

By NBC News
Carlo Angerer, September 10, 2014

 Sunni militants in northern Iraq gave Christians a zero-sum ultimatum: Convert to Islam or die.

For at least one family in Qaraqosh, a city once considered the "Christian capital of Iraq," escape came before it had to choose.
"Thank God that we're here in safety," the Christian man, who asked not to be identified for his safety, said just days after he and his family fled the bloody rule of Islamic State fighters. They have taken shelter in Erbil, a city of 1.5 million that has become a safe haven for religious minorities who have escaped the brutal Sunni insurgents. 
Qaraqosh, once a town of 40,000, has been terrorized by ISIS fighters amassing power and laying down harsh Sharia law. The man said he saw militants lash a fellow Christian with a water hose 20 times just for smoking a cigarette. He and his family lived in constant terror, feeling they were always being watched.
"Sometimes, you would not see any fighters — and within minutes, the street was full of them," he said. "We were always afraid."
Just weeks after the town fell to ISIS fighters, only a few dozen Christians remain in Qaraqosh and streets are now deserted, the man told NBC News. "Maybe only 50 to 75 Christian people, most of them elderly, are there, unable to flee," he said, adding that he and many others realized too late that ISIS fighters were there to stay.
U.S. airstrikes and military support to Iraqi and Kurdish forces may have temporarily stunted the terrifying rise of ISIS militants — but in recent weeks, they have tightened their grip on several towns and villages in northern Iraq, according to interviews with several eyewitnesses.
Eyewitnesses in Mosul, Iraq's second-largest city and the largest Iraqi city currently under ISIS control, told NBC News in phone interviews that insurgents there have committed atrocities. They said several women were executed after an Islamic court found them guilty of committing adultery and that at least seven men were killed because they spoke out publicly against the tyranny of ISIS.
These horrifying stories are just the latest accounts of ISIS’ barbarism. The militant group has been accused of massacring countless civilians and takes responsibility for the beheadings of two American journalists, Jamey Foley and Steven Sotloff.
A copy of an exam schedule at a local college of medicine obtained by NBC News is headed with “The Islamic State” in bold font and bears the logo of ISIS. Underneath it lists the various subjects including physics, chemistry, and surgery and the statement “we pray for you to you succeed and excel in this life and the afterlife."
Locals told NBC News that many Sunnis at first accepted the reign of ISIS because it had stunted the sectarian violence in Mosul, for which they blamed Shiite militias and the Shiite-controlled central government. 
“We have not lived in peace before the way we do now,” one man, who identified himself as Mohammed, said. “It is true that the elements of Islamic State sometimes behave in a weird way, but still we are happy because people have not been detained by the government for nothing. There are no explosions of IEDs or car bombs.”
It appears that ISIS has been able to keep the city functional. Mohammed said that local markets are filled with vegetables and fruit.
“Last month prices of sugar, rice and flour went high, but this month these items were brought in by local and Syrian tradesmen,” he said. “Now prices went down again.”
Mohammed added that hospitals are suffering from a lack of medical supplies but that pharmacies are still stocked and the prices for medicine has stabilized.
Fred Abrahams, a special advisor at Human Rights Watch, who is currently assessing the situation in northern Iraq, said that many Sunnis turned to ISIS either actively or by acceptance because of their hatred for the central government.
“The long record of abuse of policy by the Iraqi government opened the door for ISIS to come in with such speed,” he said. “Many Sunni tribes and people, who don’t necessarily agree with all ISIS tactics, have accepted them.”
But support for ISIS among the Sunni population seems to be waning as they show their full brutality.
“The people in Mosul have changed their view toward ISIS after discovering the real face of those who claim that are Muslims,” one local journalist said adding that many locals are turned away by the many executions enforced through the Islamic courts that ISIS has established.
A local political analyst, who continues to live in Mosul, said that behavior and actions of ISIS militants, especially the destruction of local mosques, have turned the population against them.
“Now the people of Mosul are willing to be liberated from the tyranny of ISIS militants,” he said.

Leggi tutto!
 

Raid aerei colpiscono le aree adiacenti a due chiese di Mosul

By Fides

I raid aerei compiuti per colpire le postazioni dei jihadisti dello Stato Islamico (IS) insediatisi a Mosul hanno danneggiato pesantemente gli edifici adiacenti a due chiese nella zona orientale della città irachena. La notizia è riferita all’Agenzia Fides da fonti locali in contatto con il sito di informazione in arabo www.ankawa.com. Secondo le fonti contattate, nella notte di martedì 9 settembre interventi aerei attribuiti all'esercito regolare iracheno hanno preso di mira presidi delle milizie jihadiste concentrati nelle adiacenze della chiesa siro-cattolica di San Paolo e della chiesa siro-ortodossa di Sant'Efrem, nel cosiddetto “quartiere della polizia”. Già alla fine di giugno la chiesa di Sant'Efrem era stata occupata e saccheggiata dai miliziani dello Stato Islamico, che avevano poi issato la propria bandiera sull'edificio sacro e rimosso la croce dalla cupola. Nei primi giorni successivi alla caduta di Mosul in mano ai jihadisti dell'IS e agli insorti, avvenuta il 9 giugno, gruppi di musulmani avevano presidiato le chiese per cercare di difenderle dai saccheggi, dopo che la gran parte dei cristiani erano già fuggiti dalla città. A luglio era stato incendiato il palazzo episcopale dei siro-cattolici. 

Leggi tutto!

mercoledì, settembre 10, 2014

 

Sandri: l’ONU deve difendere i cristiani del Medio Oriente

By La Stampa - Vatican Insider
Marco Tosatti

E’ in corso in questi giorni a Washington un Convegno di grande ampiezza organizzato da un‘organizzazione, “In Defence of Christians” (IDC) che raccoglie esponenti del mondo politico e culturale degli Stati Uniti, e soprattutto, i leader delle Chiese cristiane del Medio Oriente, cioè delle Chiese che stanno soffrendo in maniera straordinaria la violenza: in particolare in Iraq e in Siria.
“Lo scopo principale del Summit – spiegano gli organizzatori – è quello di riunire tutti i membri della diaspora in un senso dell’unità ritrovato. Ortodossi o cattolici; evangelici, Copti o Maroniti; Siriaici, libanesi, Caldei o Assiri; tutti i cristiani del Medio Oriente saranno chiamati a unirsi nella solidarietà”. E questo con lo scopo anche politico di giungere a rinforzare le politiche in loro difesa sensibilizzando sia il mondo politico statunitense che il grande pubblico, “per invitare tutte le persone di buona volontà a unirsi nella causa di difendere l’indifeso, di essere la voce di chi non ha voce”.
Un ospite particolarmente autorevole del Summit è il cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, che ha parlato all’inaugurazione del Convegno. Il porporato ha ricordato le radici del conflitto; il Papa aveva accusato il traffico di armi, e il cardinale ha aggiunto altre ragioni profonde di quello che è cominciato con la guerra irachena del 2003 e sta continuando oggi: “il controllo dei pozzi petroliferi e dei depositi di gas, la sicurezza delle pipeline per petrolio e gas, la supremazia di un’area di libero commercio su un’altra, e questo non solo nel Medio Oriente ma anche nell’Europa dell’Est e in altre regioni del mondo”. In questi ingranaggi la vita e la dignità delle persone “diventano secondari e possono anche essere annichilite”.  
Abbiamo sotto gli occhi i drammi delle minoranze in Iraq e in Siria, dove i fondamentalisti islamici compiono atrocità efferate. Dice il cardinale Sandri: “Dobbiamo insistere affinché le Nazioni Unite a New York diventino in maniera crescente e trasparente il luogo in cui vengono prese decisioni in cui tutti i popoli non solo proclamino ma anche difendano in pratica con risoluzioni adeguate e azioni la dignità dei Cristiani nel Medio Oriente, insieme agli appartenenti a ogni altra minoranza”.  

C’è stato, e in parte ancora esiste, un problema: quello del “silenzio” di una troppo grande parte dell’islam sugli atti efferati commessi in nome dell’islam dai terroristi in Siria e in Iraq. Il cardinale Sandri ha voluto ringraziare le voci di chi ha parlato: “Nelle settimane recenti sembra allargarsi la posizione presa da alcuni leader spirituali dell’islam in Oriente e in Occidente. Pensiamo ai Gran Muftì dell’Arabia Saudita e dell’università di Al-Azhar, così come a parecchi imam in Inghilterra e in Italia. Li ringraziamo nella speranza che il loro esempio sia seguito da tanti, così che il silenzio non possa essere equivoco”.
E comunque il porporato nega che si possa parlare di uno scontro di civiltà, e che in conseguenza della crisi attuale possano venire messi in discussione i principi di dialogo fra le diverse fedi enunciati dal Concilio Vaticano II, e portati avanti dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso sin dalla sua fondazione, cinquanta anni fa.  
Il punto focale della crisi attuale sembra essere l’Iraq, e in particolare la piana di Ninive, e Mossul, da cui decine di migliaia di cristiani sono fuggiti o sono stati cacciati dai terroristi dello Stato islamico “Ripetiamo con forza – ha detto Sandri – che il loro ritorno alle città e alle loro terre deve essere garantito”, pena la dissoluzione di una società che è stata capace per secoli di coesistenza recirpoca. “L’aggressore ingiusto deve essere fermato, ma non limitiamoci a pensare solamente all’uso della forza – in certi casi necessaria, ma nel quadro di un accordo internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite coinvolgendo Paesi arabi e musulmani”. E Sandri, citando la Bibbia, dove dice: “Giona…alzati e vai a Ninive, la grande città” ha ricordato che un luogo simbolo di tre religioni, la moschea del profeta Giona, è stato fatto saltare in aria dai terroristi. “Non vogliamo credere in futuro del Medio Oriente senza cristiani”, ha concluso il cardinale, dicendosi però sicuro che le persone della diaspora sono giunte in Occidente come Giona, araldi della fede.

Leggi tutto!
 

Un sacerdote siro cattolico: i cristiani torneranno nella Piana di Ninive solo se sarà liberata Mosul

By Fides

Davanti alle prospettive incerte che si registrano nella regione settentrionale irachena, l'Arcivescovo siro cattolico di Mosul, Yohanna Petros Moshe, e i fedeli della sua diocesi hanno deciso che proveranno a tornare a Qaraqosh e negli altri paesi della Piana di Ninive solo se, e quando, verrà risolta la situazione a Mosul, cioè solo se e quando la seconda città irachena verrà liberata dai miliziani del Califfato islamico che la controllano dal 9 giugno.
Lo rivela all'Agenzia Fides il sacerdote siro cattolico Nizar Semaan, collaboratore dell'Arcivescovo Moshe: “Si tratta di una scelta dettata dal buon senso - spiega p. Semaan -, presa insieme dall'Arcivescovo e dal popolo: sarebbe inutile tornare alle proprie case se la situazione rimane incerta e tutti restano esposti al rischio di nuovi attacchi da parte dei jihadisti dello Stato Islamico, come è successo altre volte”.
Nelle ultime giornate, secondo fonti locali consultate da Fides, i miliziani dello Stato Islamico hanno concentrato mezzi militari nelle aree centrali di alcuni paesi della Piana di Ninive – a cominciare dal centro urbano di Bertella – dando l'impressione di prepararsi alla resistenza davanti all'avanzata dei Peshmerga curdi. A giudizio di p. Semaan, la riconquista di Mosul e delle città della Piana di Ninive cadute nelle mani dei jihadisti è condizionata anche da tatticismi politico-militari di difficile interpretazione. “I Peshmerga - dice a Fides il sacerdote iracheno - hanno rotto la linea di difesa dei jihadisti e già la scorsa settimana sono arrivati a pochi chilometri da Qaraqosh. Ci aspettavamo da un momento all'altro che riconquistassero quella città, dove si hanno notizie di saccheggi che non avrebbero risparmiato nessuna casa. Invece l'avanzata si è fermata, e non sappiamo perchè. A volte si ha l'impressione che le cose sul campo sono mosse da strategie e deliberazioni politico-militari di cui ci sfugge il reale disegno”

Leggi tutto!
 

Erbil, la scuola ai tempi dell’Is

By Avvenire
Luca Geronico

«Per chi suona la campanella a Erbil?». Difficile dirlo. Ma questo primo giorno di scuola nel Kurdistan iracheno sarà una festa solo per pochi bimbi privilegiati. Una campanella – questo almeno è certo – che oggi suonerà indistintamente per i ragazzi e le famiglie curde, ma anche per rifugiati iracheni e sfollati siriani. Un tintinnio di festa, ma a segnare, pure, inevitabili disparità e acuire tensioni. Accolti con generosità, in due ondate successive, dalle autorità locali, le centinaia di migliaia di profughi ora paralizzano l’intero sistema scolastico.
L’ondata del 9 giugno, con la caduta di Mosul in mano all’Is e poi quella del 6 agosto, dai villaggi dalla piana di Ninive e dal Sinjar: centinaia di migliaia di uomini in una fuga dal genocidio a cui per due volte le autorità non hanno esitato ad aprire i check point di un incerto confine. Un’ondata che oggi presenta il primo, pesantissimo prezzo, alla società curda.
In una riunione a inizio mese l’Unicef ha convocato agenzie umanitarie oltre che rappresentanti del governo di Baghdad, del governo regionale del Kurdistan e dei cinque governatorati più colpiti. Uno sforzo di coordinamento senza precedenti in cui è stato delineato un piano di intervento dai contenuti a dir poco allarmanti. Le scuole, assieme ai centri commerciali e ai numerosi edifici in costruzione, sono diventati da agosto dei campi profughi spontanei nel centro abitato di Erbil come di Duhok. L’impegno di autorità locali, Onu e Chiese cristiane ha garantito sinora cibo e prima assistenza, ma ora 33 scuole ad Erbil e ben 1.300 nel solo governatorato di Duhok devono essere sgomberate per consentire l’istruzione e ridare una normale socialità sia a chi è fuggito come a chi ha aperto le porte di casa. Inutile dire che per queste scuole oggi la campanella della prima lezione suonerà a vuoto. E, fatto con evidenti pesanti ricadute psicologiche su minore i famiglie, rischia di farlo a lungo.
Ad Erbil in questi giorni sono stati individuati cinque siti in cui dovranno sorgere o essere sviluppati dei campi profughi: il primo sarà l’“Agricultural center”, interamente da costruire presso un terreno della scuola di agraria appena fuori dall’abitato. Il “Brasilian center”, un ex centro sportivo, già stipato all’inverosimile e con un sistema fognario al collasso, dovrà essere ristrutturato e ampliato. Un intervento analogo è previsto per il “Bahrka camp”, di proprietà del governo, che già ospita il doppio della sua capienza. Un po’ meglio va nel quartiere cristitano di Ankawa dove si dovranno riconvertire a strutture di accoglienza i cantieri di due centri commerciali: l’“Ankawa mall” e l’“Ankawa church mall”. Quest’ultimo, proprio di fronte alla cattedrale di St. Joesph, da nudo scheletro in muratura a metà agosto ha iniziato ad essere suddiviso in micro-camerette di circa tre metri per lato. Una situazione che garantisce un minimo di dignità. L’unica soluzione che pare essere accettata dalle famiglie sinora in rifugi di fortuna e concordi solo nel dire: «Di qua non ci muoviamo».
O forse, altro elemento di incertezza, potrebbe muoversi solo per rientrare a casa. «Con protezione internazionale», precisano tutti i cristiani. Oppure muoversi, ma per espatriare. Per questo progetti, stime e cifre sono quanto mai incerte. Nessuno, pero, vuole finire in una tendopoli fuori dall’abitato e senza servizi. Intanto tutte le autorità glissano sulle modalità del trasferimento degli sfollati nei campi: l’allerta ordine pubblico è a dir poco evidente. Ma problemi di convivenza potrebbero scoppiare ancora prima. Se il governatorato di Erbil accetta due mesi di ritardo nell’apertura delle scuole, alcuni sindaci avrebbero annunciato una sola settimana di disagio in un evidente rimpallo di responsabilità. Il malumore serpeggia, mentre avanza l’emergenza umanitaria: fra i bambini nei campi più isolati e già comparsa la scabbia. L’inverno, proibitivo in particolare sulle montagne di Duhok, è un altro incubo.
Per lottare contro il degrado, in primo luogo psicologico, sui bambini, la Focsiv sta studiando un progetto di animazione per i ragazzi dai 6 ai 12 anni. Una sorta di super oratorio ampliando il lavoro che padre Ialil Jako, rogazionista iracheno, e suor Ibbtisan Torghis, francescana egiziana, stanno già facendo. «Una presenza concreta con giochi, mini sceneggiature, canti che dà un enorme sollievo a bambinio e famiglie», spiega Terry Dutto appena rientrato da Erbil.
Intanto l’Onu prevede di attivare 26 campi in tutto il Kurdistan per 240mila degli 850mila profughi censiti e sono già stati spesi metà dei 500 milioni di dollari donati all’Onu da Riad. Una corsa contro il tempo, prima che suoni la campanella della rivolta.

Leggi tutto!
 

"Stato Islamico!" Un'altra Croce cade in Iraq

By Baghdadhope * 



Gira in rete un filmato dell'abbattimento della Croce di una chiesa a Telkeif, un villaggio a maggioranza cristiana della Piana di Ninive caduto nelle mani dei miliziani dello Stato Islamico.
Nulla di nuovo. Già dagli inizi di giugno le chiese erano state profanate ed i simboli sacri erano stati distrutti a Mosul. Di quegli avvenimenti però erano pervenute poche immagini fisse. Ciò che è diverso nel filmato sono le voci. Alla consueta invocazione "Dio è grande" si aggiunge la frase: "Stato Islamico!" cui la gente riunita sotto la chiesa risponde: "Durerà per sempre!"
Sono le voci dei soli miliziani? E' logico pensare che tutti gli uomini che si vedono alla fine del filmato, e di cui uno solo appare armato, appartengano all'IS? E che vi appartengano anche i bambini le cui voci si distinguono chiaramente? Anche il ragazzino in bicicletta?
Questo filmato avvalorerebbe le dichiarazioni di molti, tra i quali citiamo per ultimo il sacerdote Padre Benham Benoka, secondo le quali sebbene non attivamente coinvolti nei crimini dell'IS i musulmani sunniti dei villaggi cristiani abbiano approfittato di essi e della conseguente "cacciata" degli "infedeli" per appropriarsi dei loro beni in una sorta di passiva complicità che, certamente, renderà più difficile ai cristiani il ritorno. Specialmente a chi guardando il filmato avesse riconosciuto in uno degli indifferenti spettatori il proprio vicino di casa, il maestro dei suoi figli, l'impiegato prima gentile o il figlio di un conoscente.
Sarebbe forse diverso per noi?     

Leggi tutto!
 

Raccolti già 11mila euro per i cristiani in Iraq


Sono trascorsi pochi giorni dal lancio della campagna di raccolta fondi per i cristiani perseguitati in Iraq e il Movimento Shalom annuncia un ottimo risultato. «Abbiamo ricevuto oltre 11mila euro di offerte che abbiamo già provveduto ad inviare a padre Firas, referente di Shalom a Erbil in Iraq per sostenere le cure mediche dei feriti, dei malati e garantire cibo, vestiti e assistenza agli sfollati», spiegano dal Movimento.
Shalom informa che si può donare anche online direttamente dal sito www.movimentoshalom.org oppure tramite conto corrente cpostale (numeno 11858560 intestato a Movimento Shalom onlus oppure bonifico bancario presso CRSMiniato codice Iban IT49U0630071150CC1000006324 - nella causale specificare: "per i cristiani dell'Iraq").
«Direttamente da padre Firas – riprendono quelli di Shalom – ci è pervenuta una proposta shock che indica la situazione drammatica in cui stanno vivendo i cristiani, una richiesta di asilo di massa in Australia, Usa o Europa. Sono parole importanti, queste, parole pesanti, se si considera la lotta che in tutti questi anni è stata fatta perché i cristiani non sparissero dall'Iraq, ma che denotano il grado di disperazione cui essi sono arrivati».
La testimonianza di padre Firas è agghiacciante: «La gente non ha più speranza ed il problema ormai non è solo l'Isis perché i musulmani della Piana di Ninive, quelli con cui abbiamo sempre convissuto, stanno appropriandosi delle case e delle attività che i cristiani sono stati costretti a lasciare».
Il sacerdote iracheno, che nelle scorse settimane ha ricevuto anche una telefonata di incoraggiamento da papa Francesco, è responsabile del dispensario medico del campo profughi del santuario di Mart Shmoni che ospita dalle 400 alle 500 famiglie (con in media 5 componenti, circa 2500 persone, anche se i numeri variano di giorno in giorno perché le famiglie vanno e vengono e nessuno può contarle. « Non possiamo lasciare soli i nostri fratelli- dichiara don Andrea Cristiani lo dobbiamo prima di tutto come uomini e poi come cristiani. Se Firas che conosco da anni arriva a chiedere un asilo di massa vuol dire che la situazione è davvero insostenibile e drammatica. Non so se questa strada sia percorribile realmente ma il fatto è che non possiamo abbandonarli al loro destino. Singoli, gruppi, società civile, istituzioni nazionali e internazionali. Insieme dobbiamo fare qualcosa"
Shalom informa che continua anche la campagna di sensibilizzazione #anchioesclusodalcaliffato per tenere alta l'attenzione su questo tema. L'11 settembre ci sarà la " Seconda Camminata del sandalo" da Fucecchio a Cerreto Guidi dedicata proprio ai cristiani perseguitati nel mondo.

Leggi tutto!

martedì, settembre 09, 2014

 

Chaldean Patriarch Calls On Catholics Worldwide To Help Prevent Extinction Of Iraqi Christians

By Archdiocese of Sydney

In an unprecedented move, Iraq's Chaldean Patriarch of Babylon and spiritual leader of Assyrian Catholics has personally emailed each of Australia's Catholic bishops as well as Catholic leaders worldwide in a bid to prevent the extinction of Iraq's Christian community.

In his email the Chaldean Patriarch, Louis Raphael Sako calls on fellow Catholics to help to create a strong and hopeful future for Iraq's beleaguered Christians. His request is not for a safe haven in a foreign lands for Iraq's persecuted Christians but instead to enable them to return to the Iraqi villages and towns that have been their home since the dawn of Christianity.

Dating back to the earliest days of Christianity, Iraq's Christian communities are in danger of being wiped out either by bloodthirsty slaughter at the hands of ISIS extremists or by displacement as thousands are now fleeing their homeland in a desperate bid for safety.

For many years the numbers of Christians living in Iraq, long considered one of the cradles of Christianity, have continued to decline. In 1987 Christians in Iraq represented 8 percent of the population with an estimated 1.4 million Christians. After the Gulf War and other military incursions, Christians accounted for just 5 percent of the population, but still numbered over 1 million.

After the toppling of Saddam Hussein and the most recent Iraq war, the Christian population has fallen sharply and at the beginning of this year stood at just 450,000. With the rise of ISIS and Islamic extremist militias and the mass extermination of Christians in the North Iraqi city of Mosul and adjacent villages where hundreds of thousands have been forced to flee, this number has been reduced even further.

"What hurts us most is the inability of the machinery of the (Iraqi) Government to impose law and order in front of the ongoing and significant deterioration of security which fosters a culture of violence that provides the extremist groups a favourable locale to expand," the Patriarch, who is spiritual leader of Assyrian Catholics, writes in his email to Australia's bishops.

The Australian Catholic Bishops Conference has condemned what is happening in Iraq, and the persecution and slaughter of Christians and religious minorities, with Bishop Comensoli speaking out against what he called the "horrific and barbaric acts" of the Islamic extremists two weeks ago.

"This evil and horrendous action taking place in the Middle East is not in the name of religion," he said describing ISIS and what it stood for as an ideology of evil.

Now the Chaldean Patriarch is letting the world know not only that Christians are being persecuted, tortured and killed not only by ISIS but by rampaging gangs and mobs in the nation's capital, with a weak government in Baghdad doing little or nothing stop this. Christians are being kidnapped in armoured cars with shaded windows in broad daylight, he writes. With no retribution or fear of arrest, Christians are being threatened the moment they leave their houses with others harassed at some of Baghdad's schools as well as in many of the city's public offices.

"The people are suffering and the politicians are fighting for positions instead of being united to identify the causes that lead to extremism, violence and injustice, and to seek radical solutions before it is too late," the Patriarch says. While he hopes the new Prime Minister and new Government will recognise this as an integral part of its "historical, national and moral responsibility" he like the rest of the world is unsure this will happen.

Patriarch Sako, who wrote to the Holy Father Pope Francis last month warning of the unfolding Christian tragedy in Iraq, says thousands of Christians and Yazidi minorities in Northern Iraq have been robbed of everything they own, including all their official documents and have been forced to flee ahead of the ruthless advance of ISIS extremists intent on creating an Islamic Caliphate across Syria and Iraq.

"In the absence of an immediate solution, Iraqi's displaced Christians face an unknown future with many of them now in pursuit of a safe country in the West because in their own country of Manna and Quail only disaster prevails," the Patriarch writes.

Instead he urges Iraqi Christians to face the current situation with courage and hope in their hearts, with active and lively Christian communities helping to construct a strong future form themselves and their families.

"The world's challenges of life are faced with courage not cowardice," he says and reiterates his strong belief that for Iraq's Christians, emigration should not be seen as a solution.

In his individual emails to the world's Catholic bishops, the Patriarch gives an eight-point plan he believes will help save Iraqi Christians from becoming extinct. Under this plan, he calls for competent political and independent Christian organisations to be formed with a qualified staff equipped to analyse and study the situation in Iraq, and come up with proposals and solutions not only in light of the current crisis but also in what may happen in the future.

He also calls for a Crisis Management Team to prepare an accurate statistical record of the displaced families in order to claim compensation from the government for the damages and loss of (Christian) properties, and to help specific cases with solutions and recommendations.

In addition, the Patriarch would like to see an Education Committee established to keep track of the academic status and numbers of displaced Iraqi students, and to ask the Government of Kurdistan to host them in its schools and universities lest these students lose their scholastic future. He adds that the numbers of such students is low and could easily be absorbed into the universities of Kurdistan.

At an international level the Patriarch requests the United Nations and other sponsor countries to help in the construction of decent suitable housing complexes for those wishing to return to their villages instead of what he calls "the current inappropriate tents."

He also urges Catholic leaders to join with him in appealing to the UN Security Council to form a UN peacekeeping force in collaboration with the Iraqi Security Forces and the Kurdish Peshmerga for liberating the Nineveh Plain and for providing adequate security allowing those Christians and others who have been displaced to return to the villages where they and their families have lived for thousands of years.

Patriarch Sako would also like local police forces established in the Nineveh Plain to protect these villages and hopes that a law will be passed by the new Government so that social interaction between Christians and their fellow Iraqi citizens of other faiths can resume.

The Chaldean Patriarch writes that the UN Human Rights Council must also be asked to begin investigations into the human rights violations in Iraq by establishing  a commission of inquiry into the atrocities and crimes committed by the so-called "Islamic State" and to bring to justice those responsible behind these "crimes against humanity."

In his email he wants the voices of Christians worldwide to continue to be raised against extremists and to work to create a new mentality of living together so that Shiites, Sunnites, Arabs, Kurds, Turkmens, Christians and Yezidis can live together in peace and harmony.

For this to happen,  it is vital that offensive action be taken at an ideological level against the Islamic world to stop ISIS' veneer of religious legitimacy and financing and sending of foreign militants to fight against Christians and the Iraqi people on their behalf.

"We urge the Central Iraq Government and the Regional Government of Kurdistan to spread the culture of openness, diversity, plurality and equality in the face of a culture of extremism, elimination, marginalisation and social backwardness along with a weak individual and collective consciousness of its deficiency," he writes and firmly believes this can only be achieved through education and by changing Iraq's school and university curricula.

"Only education can commence this transformation and the building of a society where equality of each citizen is recognised and succeeds," he says.

 


Leggi tutto!

This page is powered by Blogger. Isn't yours?