giovedì, aprile 28, 2016

 

Mar Ignatius Joseph Younan III e Monsignor Basel Yaldo: Aiutateci a sopravvivere

By Il Nostro Tempo (Arcidiocesi di Torino) 


Il grido d’allarme del Patriarca siro-cattolico di Antiochia e del Vescovo di Baghdad per i cristiani perseguitati, lanciato a Torino al convegno de «il nostro tempo». Le responsabilità dell’Occidente, stop al mercato delle armi.
 
Papa Francesco, durante la sua visita apostolica di luglio scorso in Bolivia, ha deplorato il genocidio dei cristiani: «Oggi», ha detto il Pontefice, «siamo costernati per vedere come in Medio Oriente e in altre parti del mondo molti dei nostri fratelli e sorelle sono perseguitati, torturati e uccisi per la loro fede in Gesù. È una forma di genocidio in atto che stiamo vivendo, e deve finire».
Proprio due settimane fa ritornavo dalla mia decima visita in Iraq. In Kurdistan, regione autonoma nel nord del Paese, ho potuto incontrare migliaia delle nostre famiglie siro-cattoliche, che vivono in piccole case prefabbricate e in edifici in disuso. In angusti appartamenti affollati vivono anche due, tre o più famiglie. Quando in giugno e agosto 2014 furono sradicate dalle loro case di Mosul e della Piana di Niniveh, le famiglie siro-cattoliche erano circa 11 mila. Oggi il loro numero si avvicina alle 7 mila. Dove sono andate? Più di 2 mila famiglie sono già in Libano, altre in Giordania e quasi 700 famiglie sono fuggite in Turchia. Migliaia di altre persone hanno traversato mari e oceani cercando pace e dignità.
In quell’orrendo esodo del 2014, tutta una diocesi del Nord d’Iraq fu sradicata dalle frange terroristiche dello Stato islamico. Un arcivescovo, 34 sacerdoti e religiosi, più di 50 suore e 45 mila dei fedeli furono sradicati bruscamente; nella lugubre notte del 6-7 agosto 18 chiese e un monastero risalente al quinto secolo furono preda dei terroristi, e lo sono ancora. Il morale di questa povera gente, sfrattata con violenza dalla loro terra, non riesce a risollevarsi.
La loro domanda è sempre la stessa: «Patriarca, ritorneremo mai nelle nostre case?». Potranno mai ritornare davvero a casa? Secondo le ultime previsioni non sono più di 250 mila i cristiani rimasti in Iraq, meno del 25 per cento del numero stimato vent’anni fa.
Lo scorso 18 aprile sono stato a visitare la città di Al-Qaryatain, che è stata liberata dallo Stato islamico coll’intervento dell’esercito nazionale siriano e le forze aeree russe. In quella stessa città di fantasmi, perchè orribilmente distrutta, il nostro monastero di Sant’Elian è stato raso al suolo. Una simile sorte hanno subito le nostre due chiese parrocchiali. Padre Jacques Mourad, rettore del monastero e parroco, era già stato rapito dagli islamisti lo scorso maggio. Ma dopo quattro mesi, con l’aiuto divino, è stato liberato e sta ora recuperando le forze in Italia. 
Spesso noi sentiamo i nostri confratelli cattolici che ci domandano: cosa fare? come possiamo aiutare voi cristiani dell’Iraq e la Siria? Ecco il mio appello alla coscienza dei leader occidentali e dei media: è ora che vi attiviate per libertà religiosa delle comunità cristiane e le altre minoranze che lottano per la sopravvivenza nei loro Paesi d'origine. Occorre fermare il flusso delle armi ai gruppi jihadisti in Siria e in Iraq, mettendo fine all’invio di armamenti ai cosiddetti gruppi di “opposizione moderata” che finiscono per allearsi coi terroristi. Il presidente degli Usa Barack Obama un anno fa ha confessato che «l'opposizione moderata in Siria è semplicemente una fantasia». Allo stesso modo, è più urgente impedire il finanziamento di quelle organizzazioni terroristiche da parte dei più fanatici e radicali tra i sunniti wahabiti” degli Stati del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati del Golfo e la Turchia. Continuare a parlare di Iran come promotore del terrorismo nella regione è un modo per ignorare il problema e rinviare le soluzioni. Vi preghiamo, aiutateci a sopravvivere nei Paesi degli antenati.

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Cristiani perseguitati: Acs, Chiesa irachena aderisce a evento a fontana di Trevi

By SIR
 
I cristiani sono il gruppo religioso maggiormente perseguitato e la loro condizione continua a peggiorare in molti dei paesi in cui affrontano da tempo gravi limitazioni alla libertà religiosa. Lo conferma il Rapporto sulla libertà religiosa di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) che, pubblicato dal 1999, di edizione in edizione continua a denunciare la drammatica tendenza.
Per sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica al tema della persecuzione, Acs domani alle ore 20 illuminerà Fontana di Trevi di rosso a simboleggiare il sangue dei tanti martiri cristiani uccisi ancora oggi in odio alla fede. Tra gli scenari più tetri, ovviamente quello mediorientale. In Iraq, dove dal 2002 ad oggi la popolazione è diminuita da un milione a meno di 300mila, con una impressionante media di 60/100mila partenze ogni anno. Se la tendenza continuasse, la comunità cristiana non esisterebbe in soli 5 anni.
E dalla capitale irachena giunge una nuova adesione all’iniziativa Acs, da parte del Patriarca caldeo Louis Raphael I Sako. “Domani sera ci uniremo a voi in preghiera. Siamo lieti di essere in tal modo in comunione e unità con tutto il mondo cristiano”. Anche il patriarca sottolinea la necessità di accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sul martirio cristiano. “Purtroppo perseguitare i cristiani è divenuto un fenomeno diffuso. Non soltanto in Iraq, ma in molte parti del mondo e perfino in Occidente dove i fedeli sono discriminati”. Il prelato iracheno ricorda inoltre il valore della testimonianza dei martiri cristiani: “Un modello di amore totale, fedeltà e sacrificio che deve far riflettere tutti. Noi cristiani iracheni traiamo forza dalla loro testimonianza di fede e siamo convinti che il sangue dei martiri ci darà tanta speranza e riuscirà a cambiare l’attuale situazione”.

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Patriarca Sako: Amoris Laetitia, fonte di misericordia e formazione per il popolo irakeno

 
L’Amoris Laetitia racchiude due “elementi essenziali” per le famiglie cristiane irakene: il valore della “misericordia” che deve servire “a formare” le persone “alla verità”, unita alla “conversione, che ci insegna che la verità è amore”.
Essa potrà avere anche “riflessi molto positivi” sui musulmani, i quali “stanno aspettando un discorso diverso” sulla famiglia, sull’amore, sull’unione fra i coniugi e sulla formazione dei bambini.
È quanto racconta ad AsiaNews Mar Louis Raphaël I Sako, patriarca caldeo, fra i partecipanti al recente Sinodo sulla famiglia, commentando
l’esortazione apostolica di papa Francesco. Sua beatitudine racconta che, fra guerre e violenze confessionali, oggi in Iraq “formare una famiglia è molto duro, una sfida”. Tuttavia, le difficoltà aiutano a rafforzare i legami tanto che “vi sono pochi casi di famiglie spezzate”, mentre divorzi e separazioni sono più frequenti fra “coloro i quali vanno all’estero, in Occidente”. 
Fra gli elementi di forza Mar Sako individua il rapporto stretto fra il sacerdote, il vescovo e i suoi fedeli, perché l’autorità “non è per dominare, ma per servire, amare, aiutare, formare e orientare la gente”. Inoltre, il patriarca caldeo apre al sacerdozio per gli sposati - una tradizione secolare in Oriente - a tutta la Chiesa universale “perché non vi sono contraddizioni” e con il tempo “si andrà in questa direzione”. Perché “il Vangelo non è una tradizione, ma una parola viva per l’uomo di oggi e per questo bisogna confrontarsi con l’attualità”.
Ecco, di seguito, l’intervista del patriarca Sako ad AsiaNews:
Beatitudine, che valore ha l’esortazione apostolica per le famiglie cristiane irakene?
In questo testo vi sono due elementi essenziali: in primis la misericordia, che in questo anno giubilare assume ancor più valore. Gesù ci parla sempre di misericordia, una delle beatitudini che va compresa a fondo perché deve servire per formare - e non per distruggere - la gente. Non basta perdonare, ma bisogna aiutare gli altri a capire il valore della misericordia che deve condurre alla verità. La Chiesa non deve avere paura, anzi deve trovare il coraggio di aggiornarsi, rinnovarsi, perché se noi rimaniamo solo in un contesto tradizionale e conservativo finiremo per perdere i nostri fedeli. La nostra missione non è di giudicare la gente, ma aiutarla a vivere nella gioia e nel perdono. E poi l’elemento della conversione, che ci insegna che la verità è amore. 
E in che misura l’Amoris Laetitia riguarda anche il mondo musulmano? 
Penso che questo testo - del quale servirebbe una sintesi - avrà riflessi molto positivi anche per i musulmani, non solo qui in Iraq. Anche loro stanno aspettando un messaggio, un discorso diverso. Prendiamo l’elemento della poligamia: come è possibile, oggi, parlare di poligamia e amore? Il matrimonio non è una fabbrica di bambini, l’importante è la formazione e l’educazione alla paternità, e prima ancora al rapporto di coppia, all’unione fra coniugi. Sarà importante diffondere questa esortazione in un linguaggio appropriato, in arabo; questo avrà una vasta eco anche nel mondo musulmano, che si interesserà a noi, alla nostra visione. L’elemento dell’unità del matrimonio, dell'amore e della mancanza di poligamia… ecco, sono tutti elementi che abbracciano l’islam.
Infatti papa Francesco invita ad abbracciare tutti e non dimenticare nessuno…
Sì, sono parole che hanno grande valore per noi che conosciamo il dramma della guerra, della sofferenza, dell’abbandono. Nei giorni scorsi in tanti mi hanno chiesto perché il papa ha accolto dei musulmani in Vaticano al suo ritorno da Lesbo. Io ho risposto che il Vangelo non fa differenze fra persone secondo la loro fede o etnia, chi ha bisogno va aiutato. Il papa ha fatto un gesto simbolico molto ricco, l’ho trovata un’apertura molto grande che è stata apprezzata dai musulmani qui. È un messaggio evangelico molto forte.
Beatitudine, cosa significa essere famiglia in Iraq fra guerra, violenze confessionali, crisi economica?
Avere o formare una famiglia oggi è molto duro. È una sfida, se pensiamo alla situazione politica e alla situazione religiosa. Talvolta la gente non riesce nemmeno a venire in chiesa. I problemi di natura economica, la mancanza di sicurezza generano grande paura e la gente, i cristiani, trovano la forza proprio nel vivere appieno la fede, nel Vangelo.
Il conflitto ha inasprito le crisi familiari, vi sono più separazioni o divorzi?
No, al contrario. Noi abbiamo pochi casi di famiglie spezzate. Sono piuttosto coloro i quali vanno all’estero, in Occidente, a subire crisi profonde che portano anche alla separazione. Anche loro imparano il modello della società che li ospita. Invece qui in Iraq, fra quanti restano, i casi di divorzio sono molto limitati e lo stesso vale per gli annullamenti.
Restare insieme, uniti, lavorare e vivere in comune, proteggersi, farsi forza… questa è la base! Per noi non vi è altro che la famiglia, che si rifà ancora al modello patriarcale, con rapporti molto stretti e forti. Questo vale ancor più se pensiamo al confronto quotidiano con i musulmani e il modello tribale; ecco perché per i cristiani diventa essenziale mantenere un legame forte. 
Patriarca Sako, la Chiesa irakena ha delle iniziative particolari a sostegno della famiglia?
Certo, abbiamo in programma diverse attività. Prima di tutto un corso per preparare e formare le coppie al matrimonio; prima di benedire la coppia c’è un percorso approfondito di formazione da seguire. E per chi è già sposato vi sono i gruppi di preghiera, per discutere e affrontare i problemi. Vi sono anche corsi di teologia aperti alle coppie e ai laici, oltre che momenti di incontro al termine della messa e nelle principali funzioni del calendario liturgico; i fedeli si riuniscono in un’aula o all’aperto, per scambiare due chiacchiere, confrontarsi e aiutarsi in modo reciproco con l’obiettivo di rafforzare la vita comunitaria.
Nella parrocchia la gente si conosce e si frequenta, le persone non si sentono straniere ma tendono a creare legami le une con le altre, si salutano e si parlano. L’ambiente è molto sereno e familiare. Il nostro compito è quello di promuovere l’unità, formare, aiutare, dare un po’ di speranza, adempiere a questo compito di promuovere la pastorale. Da noi l’espressione per indicare un pastore è “abouna”, un termine che in arabo significa padre; questo vuol dire che io non mi sento un funzionario, nella Chiesa Gesù vuole pastori e non funzionari o amministratori.
Anche per questo sto pensando di aprire un centro di ascolto per la famiglia a Baghdad. 
Questo legame fra il vescovo, il sacerdote e la comunità è un valore che la Chiesa d’Occidente dovrebbe riscoprire dalle chiese orientali?
Penso di sì, perché questo rapporto per noi è un elemento essenziale! I fedeli che vengono alla messa per noi non sono numeri, sono persone; se uno non viene, chiedo perché non ci sia, mi interesso. L’ho sempre fatto, prima da parroco e poi da vescovo a Kirkuk. E poi le visite alle famiglie bisognose, cui ora si sono aggiunge le famiglie di sfollati [fuggiti da Mosul e dalla piana di Ninive con l’arrivo dello Stato islamico, ndr] e io che mi chiedo sempre cosa si possa fare per aiutarle, essere loro vicino. Ai preti dico di essere gentili, umili e servirle nel bisogno. Del resto se abbiamo un’autorità non è per dominare, ma per servire, amare, aiutare, formare e orientare la gente. Dobbiamo fare sacrifici per loro, proprio come un padre compie sacrifici, va al lavoro, per mantenere la propria famiglia. Questa è una delle mie più grandi preoccupazioni a livello pastorale. 
In Oriente vi sono sacerdoti sposati. Una pratica che si può estendere a tutta la Chiesa?
Perché no?! Oggi vi è una carenza di preti, e perché non può essere possibile aprire il sacerdozio alle persone sposate… La cultura, la mentalità è cambiata e sono convinto che avere preti sposati come da noi sia una forza, un modello per gli altri. Si tratta di una scelta, si può essere sacerdoti da celibe oppure sposati e penso che col tempo si andrà in questa direzione. Certo è importante la formazione, ma un padre di famiglia saprà garantire un’ottima pastorale, vicina alla gente. Non ci sono contraddizioni in questo. È una disciplina! E i preti che non sono sposati possono vivere in comunità; per me vivere con altri, sia da sacerdote che da vescovo, è stata una forza. La vita comunitaria è fonte di arricchimento, e la stessa cosa faccio oggi da patriarca a Baghdad. Queste due diverse tipologie, preti sposati e non, si completano fra loro, non sono in contraddizione. Il Vangelo non è una tradizione, ma una parola viva per l’uomo di oggi e per questo bisogna confrontarsi con l’attualità, con fede e coraggio.
 

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mercoledì, aprile 27, 2016

 

New York events will give a voice to victims of anti-Christian persecution

 
This week’s #WeAreN2016 Congress aims to call on the world to stop the persecution of Christians and other minorities. Victims of persecution and leaders from around the world will speak about the need for action in Syria, Iraq, Nigeria and elsewhere.
“Christians account for 80 percent of persecuted minorities,” the congress website said. “They are victims of the deliberate infliction of conditions of life that are calculated to bring about their physical destruction in whole or in part. They are being murdered, beheaded, crucified, beaten, extorted, abducted, and tortured.”
The congress cited other atrocities like enslavement, forcible conversion to Islam, and sexual violence against women and girls.
The congress’ events will take place April 28-30 at several New York City venues. The Holy See’s permanent observer mission to the United Nations is among the conference sponsors, as is the group In Defense of Christians. The congress was organized by the citizen activism website CitizenGo and the Spain-based religious liberty advocacy group MasLibres.  The April 28 events will take place from 10 a.m.-1 p.m. at the U.N.’s Economic and Social Council Chamber.
Opening remarks will come from Archbishop Bernardito Auza, who heads the Holy See’s permanent observer mission, and Ambassador Ufuk Gokcen, who is the permanent observer of the Organization of Islamic Cooperation.
They will be followed by a panel discussion on protecting victims of persecution and fostering religious freedom around the world. Archbishop Auza will chair the panel. Panel members include Carl Anderson, Supreme Knight of the Knights of Columbus; Lars Adaktusson, Swedish member of the European Parliament; and Dr. Thomas F. Farr, who was the first director of the U.S. State Department’s Office of Religious Freedom.
Ignacio Arsuago, president of CitizenGO, will chair a panel about mass atrocities, the exodus of Christians, and those who have suffered due to the Islamic State group. Bishop Joseph Danlami Bagobiri of Kafanchan, Nigeria will be a panelist, as will Sister Maria de Guadalupe, a missionary in Syria, and Father Douglas Al-Bazi, a Chaldean Catholic priest who was kidnapped by the Islamic State group in Iraq.
Carl and Marsha Mueller will also speak. They are the parents of aid work Kayla Mueller, who was kidnapped by the Islamic State group in Syria and killed.
Another panel will discuss Christian and Yazidi women as sexual victims of crimes against humanity. Panelists include a Yazidi who was kidnaped by the Islamic State group.  On April 29, at 10 a.m., backers of the #WeAreN2016 petition will deliver it to the U.N. Secretary General. The petition calls on the international community to recognize the nature of the systematic attacks on Christians and other religious minorities. It also calls on the international community to commit itself to protect them according to international law and previous U.N. resolutions.
That evening, the documentary “Insh Alla—Blood of the Martyrs” will premiere at the Roosevelt Hotel. A 6:30 p.m. reception will precede the 7:30 p.m. showing. The movie is produced by MasLibres and CitizenGo.
On April 30, the final day of the congress will be hosted at the Roosevelt Hotel from 9 a.m.-4:45 p.m.
The daughter and husband of Asia Bibi, a Christian woman who faces a death sentence in Pakistan for violating its strict blasphemy law, will speak at the gathering. They will be joined by Syrian missionaries, Fr. Al-Bazi, and Bishop Bagobiri.
Other speakers include Ignacio Arsuaga, president of CitizenGo; Toufic Baaklini, president of In Defense of Christians; and Drew Bowling, communications and policy advisor to U.S. Rep. Jeff Fortenberry(R-Neb.), the congressman who introduced a House resolution against the genocide of Christians and other minorities in the Middle East.
Additional information and registration are available at the site www.wearen.org. All registration fees will support the witnesses of persecution who speak at the conference.

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Isis: Younan, indifferenza vergognosa su tragedia cristiani

 
All'interno del dramma dei profughi se ne sta consumando uno con caratteri specificamente religiosi. E' la tragedia delle famiglie cristiane in Iraq e in Siria denunciata questa sera nel corso di un incontro promosso dal settimanale diocesano torinese "Il nostro tempo", dal patriarca di Antiochia della chiesa siro-cattolica Ignace Youssef III Younan. Il patriarca ha spiegato che negli ultimi due anni mancano all'appello quattromila delle undicimila famiglie cristiane presenti tra Mosul e la Piana di Niniveh in Iraq. "La metà sono già in Libano, migliaia di altre persone hanno già attraversato mari ed oceani cercando pace e dignità".
Sotto i colpi delle bande terroristiche dello stato islamico in Iraq sarebbero rimasti non più di 400mila cristiani, meno della metà rispetto al milione che erano nel 2003. "Avevamo un dittatore - ha osservato il vescovo di Baghdad Basel Yaldo - ora ne abbiamo cento. Almeno ai tempi di Saddam c'era più sicurezza, ora viviamo nel terrore". Anche in Siria la situazione è altrettanto drammatica: un centinaio di chiese, quattro monasteri distrutti, la minoranza cristiana, sparsa in tutte le regioni, che ha subito uccisioni barbariche, rapimenti e abusi. Circa mezzo milione di persone è dovuto fuggire dalle aree di conflitto e dalle violenze. "Ciò che rende la situazione ancora peggiore - ha detto il patriarca - è l'indifferenza vergognosa verso le minoranze nelle terre dell'Islam da parte delle cosiddette nazioni democratiche del mondo libero e ciò ovviamente per opportunismo economico".
Un argomento toccato con accenti diversi anche dall'arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia in un suo videomessaggio: "C'è un silenzio spesso incomprensibile che segnala quanto sia difficile per il mondo occidentale affrontare con impegno ciò che accade lontano da casa sua". Younan ha anche messo in guardia da una falsa lettura delle crisi mediorientali.
Nel mirino dell'Occidente, ha detto, soltanto i regimi più laicizzati e progressisti della regione mediorientale, come l'Iraq e la Siria, mentre i regimi integralisti vengono considerati "i migliori alleati". "Una complicità immorale" ha sostenuto. "L'Occidente è complice dei tragici avvenimenti in Siria". "Occorre fermare il flusso delle armi ai gruppi Jihadisti - ha detto il patriarca - mettendo fine all'invio delle armi ai cosiddetti gruppi di opposizione moderata che finiscono per allearsi con i terroristi". "IN Iraq i cristiani e le altre minoranze rischiano di perdere la speranza nel proprio futuro , se non ci saranno misure internazionali per proteggerli , assicurando loro una zona protetta dalle Nazioni Unite per una durata minima di dieci anni. Quanto alla Siria non c'è altra soluzione che avviare un serio processo di soluzione politica". "Noi ci aspettiamo dalla Ue - ha concluso il vescovo Yaldo - un aiuto per liberare i nostri fratelli dall'invasione islamica".

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L’Isis distrugge la chiesa dei domenicani a Mosul

By Vatican Insider - La Stampa
Giorgio Bernardelli
 
Ancora un simbolo della presenza cristiana fatto esplodere con la dinamite dal sedicente Stato islamico: da Mosul è giunta la notizia della distruzione della chiesa dei domenicani, la parrocchia latina della grande città del nord dell’Iraq, da quasi due anni nelle mani dei jihadisti. Una chiesa costruita nel XIX secolo e testimonianza della lunga storia che lega i domenicani a Mosul.
A confermare le voci che già da ieri pomeriggio circolavano è stato con una nota il patriarcato caldeo. «Abbiamo ricevuto notizia che uomini dello Stato islamico hanno fatto saltare con la dinamite la chiesa latina appartenente ai padri domenicani e situata nel centro di Mosul - si legge nel comunicato -. È sconvolgente quanto sta accadendo in Iraq. Condanniamo con forza questo nuovo atto che ha preso di mira una chiesa cristiana, come quelli contro le moschee e gli altri luoghi di culto».La chiesa domenica di Mosul era l’erede di una lunghissima tradizione: l'ordine dei predicatori era infatti giunto in Mesopotamia già nel XIII secolo e aveva stabilito un suo convento anche a Mosul. Con la sconfitta del regno crociato ad Acri nel 1291 tutti i domenicani presenti qui subirono il martirio. Ma cinque secoli dopo papa Benedetto XIV volle ricominciare quella storia; così nel 1750 inviò di nuovo i domenicani a Mosul. La chiesa attuale risaliva al 1870 ed era nota soprattutto per il suo campanile con l’orologio, dono dell’imperatrice Eugenia di Francia, la moglie di Napoleone III.
Appare evidente l’intenzione del gesto dell’Isis: cancellare a Mosul persino la memoria della presenza cristiana. E vale la pena di sottolineare che questo nuovo episodio sia avvenuto nonostante negli ultimi mesi lo Stato islamico sia stato colpito duramente dai raid aerei in Siria e in Iraq. Insieme alle notizie di altre gravi violenze giunte nelle ultime settimane da Raqqa e dalla stessa Mosul, la distruzione della chiesa dei domenicani sembrerebbe dimostrare come un mero indebolimento dello Stato islamico non faccia altro che aumentarne il livello di ferocia, a danno della popolazione civile e dei simboli religiosi.
Proprio per questo il patriarcato caldeo nella sua nota rivolge un nuovo invito alle autorità irachene e alla comunità internazionale a uscire dall’indifferenza.  «I politici iracheni - si legge - cerchino una riconciliazione nazionale autentica, raggiungendo risultati tangibili per il ristabilimento dello Stato di diritto». Quanto alla comunità internazionale e alle autorità religiose l’invito è ad «assumersi pienamente le proprie responsabilità e a intraprendere passi seri per porre fine alle guerre e ai conflitti e creare le condizioni per una pace giusta e rispettosa della diversità e del pluralismo in Iraq e nella regione».


April 25, 2016 
Islamic State blows up Empress Eugenie's Clock Church in Mosul

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I cristiani di Baghdad in pellegrinaggio a Ur dei Caldei

By Fides
 
E' stato il più grande pellegrinaggio compiuto da cristiani iracheni negli ultimi anni, quello che ha visto circa 200 caldei di Baghdad recarsi fino a Ur, il sito storico della bassa Mesopotamia, attualmente nel governatorato iracheno di Dhi Quar, che viene generalmente identificata con il luogo di nascita del Patriarca Abramo, padre di tutti i credenti. Venerdì 22 e sabato 23 aprile, accompagnati dal Vescovo caldeo Basilio Yaldo e da sette sacerdoti, i cristiani appartenenti a diverse comunità e parrocchie di Baghdad hanno vissuto il pellegrinaggio come momento forte nello spirito dell'Anno della Misericordia.
I pellegrini portavano con sé anche cartelli e striscioni con il logo del Patriarcato caldeo e con quello del Giubileo della Misericordia, “Speriamo di poter fare qui un pellegrinaggio più grande, con migliaia di pellegrini, quando Papa Francesco verrà a visitare questo luogo, a Dio piacendo” ha detto tra l'altro il Vescovo Basilio in occasione della Messa celebrata nel sito archeologico, non lontano dallo Ziggurat sumerico, sotto una tenda innalzata a ricordo di quella di Abramo.
In occasione della visita a Ur, i pellegrini provenienti da Baghdad hanno avuto anche incontri con i cristiani di Bassora e con l'Arcivescovo caldeo Habib al Naufali, che ha raccontato loro la vita quotidiana della locale comunità cristiana, formata ormai soltanto da 250 famiglie.

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Ausiliare di Baghdad: "L’Iraq è nel caos, ha toccato il momento più basso della sua storia"

 
L’Iraq ha raggiunto “il momento più basso” nella storia del Paese, anche se “non possiamo dire di aver toccato il fondo”, perché vi è il rischio che “la situazione precipiti sempre più”. È il grido d’allarme affidato ad AsiaNews da mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare dei caldei a Baghdad, che conferma i timori di analisti ed esperti secondo cui questo “è il periodo peggiore” della storia moderna dell’Iraq. Quantomeno dall’inizio del nuovo millennio a partire dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003. “Nessuno riesce davvero a capire cosa stia succedendo - prosegue il prelato - e nemmeno a prevedere cosa accadrà nel futuro”.
Ieri il Parlamento irakeno ha approvato un (parziale) rimpasto della squadra di governo, accogliendo alcune delle proposte avanzate dal Primo Ministro Haider al-Abadi. Cinque i dicasteri interessati: Sanità, Lavoro e affari sociali, Risorse idriche, Elettricità, Istruzione superiore. Il piano di riforme proposto dal premier ha registrato la strenua opposizione di blocchi politici e gruppi in seno al Parlamento, che chiedono le dimissioni dell’esecutivo. 
Se all’interno dell’aula un blocco si oppone alle riforme, in piazza centinaia di migliaia di manifestanti imbeccati dal leader sciita Muqtada al-Sadr chiedono all’esecutivo maggior forza e decisione nel cammino del cambiamento. Negli ultimi mesi a Baghdad sono aumentate le forme di dissenso pubblico e le manifestazioni di piazza contro politica e istituzioni dello Stato - esecutivo e Parlamento - incapaci di arginare la diffusione della corruzione.
Negli anni il sistema politico irakeno, basato sul clientelismo, ha favorito la diffusione di una corruzione ormai endemica, che ha svuotato le risorse economiche già prosciugate dal calo dei proventi del petrolio. A questo si uniscono i costi della lotta contro lo Stato islamico (SI) e altri movimenti jihadisti.
Per questo i cittadini chiedono riforme strutturali serie, che siano in grado di contrastare il fenomeno della corruzione, e pene più severe contro funzionari o pubblici ufficiali coinvolti in episodi di malaffare. Il timore è che la - legittima - protesta di piazza dei cittadini venga manipolata da al Sadr (e dall’alleato iraniano) per giochi politici interni. 
Mons. Warduni racconta di una popolazione “molto stanca” per mancanza di lavoro, di risorse, di prospettive. “Un Paese ricchissimo - sottolinea - oggi è diventato poverissimo. Si dice che questa sia la terra del petrolio, ma che utilità ha per noi oggi se non abbiamo nemmeno il carburante da mettere nei generatori.  Sarebbe meglio non averlo - prosegue - perché è da qui che partono le nostre sofferenze… tutti vogliono il nostro petrolio, tutti vogliono le nostre ricchezze”.
Per mons. Warduni la realtà politica e istituzionale irakena è “un caos” nella quale “le opinioni cambiano ogni due ore”; egli giudica al contempo inopportuna l’intromissione di capi religiosi e potenze straniere (Europa, Stato Uniti) nelle questioni interne, che alimentano ancor più la confusione. “Serve la pace - sottolinea il prelato - e una lotta seria al traffico e alla vendita di armi. Non è vero che non si può fare nulla; anche voi cristiani d’Occidente, dove siete in questo anno della Misericordia? L’Iraq e i fedeli della nostra terra hanno bisogno di voi”.
Criticità e pericoli emergono anche nell’analisi del parlamentare cristiano Yonadam Kanna, leader dell'Assyrian Democratic Movement, membro della Commissione parlamentare sul Lavoro e gli affari sociali. Per salvare l’Iraq, spiega ad AsiaNews, è essenziale “restare uniti”, tutte le varie anime del Paese devono “combattere la medesima battaglia” contro obiettivi “comuni” come lo Stato islamico (SI) e la corruzione.
Egli non risparmia critiche a quella parte del Parlamento che con “urla, rumori e insulti al premier e al presidente” ostacola le riforme e il cambiamento. “L’Iraq è lacerato dai molti problemi - conclude il deputato cristiano - che non possiamo risolvere da soli, anche perché coinvolgono l’intera regione e le grandi potenze. Serve un comitato internazionale, sotto la guida delle Nazioni Unite, per trovare una soluzione nell’ambito costituzionale che garantisca pace e sicurezza, appianando gli scontri in corso fra sunniti e sciiti, fra Baghdad ed Erbil per citarne alcuni”. Infine, a livello regionale, serve maggiore collaborazione fra le nazioni dell’area, arrivando a un punto di “unità e comprensione reciproca”. “Arabia Saudita e Turchia da una parte e l’Iran dall’altra - conclude - devono trovare pure loro un’intesa, perché la situazione di conflitto ha un riflesso sull’Iraq”.

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Bagnasco ad ACS per Fontana di TrevI: "Abbiamo bisogno di segni come questo"

 
«Imporporare la Fontana di Trevi sarà l’occasione per offrire a tutti un segno della presenza, ancor oggi, del martirio, e per innalzare al Signore una preghiera a favore dei cristiani perseguitati e di tutti coloro che sono oppressi, nell’auspicio che un’accresciuta sensibilità su questo tema porti, in tanti, frutti di impegno e attivo coinvolgimento».
Così il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, nel messaggio che ha inviato ad Aiuto alla Chiesa che Soffre in occasione dell’evento organizzato a Fontana di Trevi il prossimo 29 aprile alle ore 20. ACS illuminerà la fontana con fasci di luce rossa a ricordo del sangue versato dai martiri cristiani.
Il porporato si unisce alla fondazione pontificia nel sottolineare quanto sia essenziale favorire una maggiore sensibilità in merito alla persecuzione che affligge milioni di cristiani in tutto il mondo. Ed evidenzia l’importanza delle testimonianze che ACS ha voluto proporre nel corso dell’evento.
Alcuni amici e parenti ricorderanno martiri di oggi come Shahbaz Bhatti, Don Andrea Santoro, le quattro Missionarie della Carità trucidate a marzo in Yemen e gli studenti dell’Università di Garissa uccisi lo scorso anno in Kenya.
Seguirà poi l’intervento del vescovo caldeo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, in quei giorni in Italia ospite della fondazione pontificia per testimoniare il dramma dei cristiani di Siria. «Abbiamo bisogno di segni – continua il cardinal Bagnasco e quello che compirete, unito alle testimonianze che saranno proposte, sarà un segno altamente evocativo, che spero si imprima nella mente e nel cuore di molti».
Nel lodare l’opera di Aiuto alla Chiesa che Soffre, il presidente della Conferenza episcopale italiana, sottolinea la necessità di «pregare e agire per i cristiani e con i cristiani che in ogni parte del mondo soffrono a causa dell’incomprensione, dell’odio e della persecuzione», i quali «ci rammentano che nella sofferenza si offre la testimonianza più alta, al punto che, come affermava un antico padre della Chiesa, “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”».
Infine il porporato – prima di invocare assieme a tutti vescovi italiani la benedizione su quanti parteciperanno all’iniziativa – si sofferma poi su Fontana di Trevi, che «nella sua architettura e nelle sue composizioni, offre una raffigurazione del mare»: «simbolo della globalizzazione, poiché congiunge tutte le parti del pianeta» e al tempo stesso «della migrazione di tanti fratelli, che attraverso il mare cercano salvezza e speranza».

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martedì, aprile 26, 2016

 

Iraq: patriarca Sako alla Chiesa universale, “sostenere la nostra Chiesa, che è Chiesa dei martiri”

By SIR
 
“A Baghdad vivevano 750 mila cristiani, adesso si sono ridotti a 200 mila. A Bassora di famiglie ne sono rimaste appena 500. I cristiani in Iraq sono perseguitati. Perseguitati da chi ci uccide, da chi distrugge le nostre chiese, da chi ci ha rubato tutto, da chi non mette freno alla corruzione, da chi non riconosce i nostri diritti. Per questo chiediamo alla Chiesa universale di sostenere la nostra presenza in Iraq, la presenza secolare della nostra Chiesa, che è Chiesa dei martiri”.
È l’appello lanciato da monsignor Louis Raphael I Sako, dal 2013 Patriarca di Babilonia dei Caldei, la comunità cristiana più numerosa dell’Iraq, in un’intervista rilasciata al settimanale diocesano “Nostro tempo” in occasione del convegno internazionale “Cristiani d’Oriente, dopo duemila anni una storia finita?” che si tiene oggi a Torino, per ricordare il 70° anniversario della fondazione del giornale, voluto da mons. Carlo Chiavazza.
Un appello seguito da una proposta molto concreta rivolta dal patriarca Sako alle diverse Conferenze episcopali d’Europa. “Venite a visitare il nostro Paese, i fedeli di tutto l’Iraq si sentirebbero meno soli e pieni di rinnovato coraggio e speranza”. Ma non basta. Il patriarca caldeo lancia un monito: “anche quando il Daesh (lo Stato islamico) sarà confitto, l’ideologia che lo guida rimarrà e continuerà a infettare il Paese. È proprio questa ideologia che bisogna combattere: devono farlo le autorità religiose islamiche, che devono preferire la diffusione di quei versetti del Corano che invitano alla tolleranza ed evitare di dare spazio a chi, tra essi, diffonde l’odio; e deve farlo il governo iracheno, che dovrebbe avere a cuore tutti i suoi cittadini”.
Alla Chiesa mons. Sako ricorda che “è indispensabile sanare e porre un freno al fenomeno dei sacerdoti che fuggono verso l’estero: come può un fedele essere invitato a resistere alle avversità, quando i sacerdoti fuggono? A Baghdad ci sono 32 parrocchie e 21 tra vescovi e sacerdoti, in Seminario solo 17 seminaristi. Chi è fuggito deve essere obbligato a tornare, la Congregazione per le Chiese orientali deve appoggiare di più e far rispettare le decisioni del Sinodo locale. Solo così la Chiesa in Iraq sarà più unita e più forte. E più forte sarà, più potrà aiutare i fedeli, non solo dal punto di vista materiale ma anche, e soprattutto, da quello spirituale”.

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lunedì, aprile 25, 2016

 

Islamic State blows up Empress Eugenie's Clock Church in Mosul

By The Telegraph
Richard Spencer

Islamic State jihadists have blown up one of Mosul's best known remaining churches, known as the Clock Church after its tower, according to Iraqi news reports.
The clock tower was paid for by Empress Eugenie of France, wife of the last Emperor Napoleon III, as a gift to the Dominican Fathers who were building the church in the 1870s.
It gave its name to the neighbourhood around it, al-Saa - and overlooked it to the extent that the Dominican monks had to promise residents they would not climb the tower and peep down on residents sleeping on their roofs in the boiling summer months.
Islamic State of Iraq and the Levant made no statement about the destruction, and it was not clear why it should happen now.
They damaged and destroyed various historic sites and Christian and Muslim shrines and places of worship within a few weeks of taking over the city in June 2014.
But according to a number of outlets, the jihadist planted a number of explosives under it and detonated it on Monday morning.
Mosul has always been known as a city where Sunni Muslims, Christians, Shabaks, Arabs, Kurds, Assyrians, Armenians and Turkmens all co-existed, sometimes uneasily. It had more than 40 churches and monasteries at the time of the allied invasion of 2003.
Some had already been damaged by the time of the Isil takeover two years ago, including the Clock Church in a 2006 bombing.
The money for the tower was given by the Empress Eugenie as a reward for the Dominican friars' attempts to end an outbreak of typhoid in the city.
Isil are under pressure in Mosul, with Kurdish forces to the north and Iraqi government and Shia militia forces to the south threatening to launch a bid to retake it.
The US-led coalition has also been bombing Isil strongpoints in the city for months, including the university, which it has taken over as a base.
However, there has also been an outbreak of fighting between Kurdish troops and Shia militias south-east of the city, and in-fighting in Iraq's fractious politics makes a concerted attack unlikely any time soon.

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Fontana di Trevi in rosso: il presidente Grasso loda l'iniziativa di ACS "Solleviamo un grido di condanna contro le persecuzioni"



Il presidente del Senato Pietro Grasso loda l’iniziativa di Aiuto alla Chiesa che Soffre, che il 29 aprile alle ore 20 illuminerà Fontana di Trevi di rosso a ricordo del sangue versato dai martiri cristiani.
Da Palazzo Madama giunge infatti ad ACS un messaggio mediante il quale il presidente Grasso desidera esprimere il suo apprezzamento «a tutte le persone che si sono impegnate nell’organizzare questo evento, rendendosi interpreti di quei valori di libertà, di democrazia e di rispetto della dignità umana e dei diritti umani che uniscono tutti gli italiani e tutti coloro che vivono in questo Paese».
Tingendo metaforicamente la nota fontana romana di rosso, ACS intende richiamare l’attenzione internazionale sulle discriminazioni e le persecuzioni a sfondo religioso, specie quelle subite dai cristiani che attualmente rappresentano il gruppo religioso maggiormente oppresso a causa della propria fede.
«Oggi – aggiunge il presidente Grasso nel suo messaggio ad ACS – proviamo un forte sentimento di identificazione con chi soffre, ovunque nel mondo, per le gravi violazioni della libertà religiosa che si registrano in diverse aree geopolitiche, persone inermi ed incolpevoli che vengono trasformate in obiettivi di una furia distruttiva».
E durante la serata ACS ricorderà, attraverso alcuni testimoni, quattro storie di cristiani che hanno perso la vita in odio propria fede. Martiri di oggi come Shahbaz Bhatti, Don Andrea Santoro, le quattro Missionarie della Carità trucidate a marzo in Yemen e gli studenti dell’Università di Garissa uccisi lo scorso anno in Kenya. Seguirà poi l’intervento del vescovo caldeo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, in quei giorni in Italia ospite della fondazione pontificia per testimoniare il dramma dei cristiani di Siria.
«Rigettiamo – afferma Grasso – l’uso perverso della religione e di qualsiasi ideologia per giustificare la violenza, sollevando un grido di condanna e di denuncia contro le persecuzioni, ma anche di coraggio nel rivendicare la propria identità di credenti». Il Presidente del Senato conclude il suo messaggio con l’auspicio che «il nostro operato, in tempi in cui i giovani uccidono altri giovani, permetta alle generazioni a venire di non essere più testimoni dell’orrore».

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venerdì, aprile 22, 2016

 

Mar Louis Raphael I Sako: "Non abbandonate la chiesa dei martiri"

By Il Nostro Tempo (Diocesi di Torino)
Luigia Storti

«A Baghdad vivevano 750 mila cristiani, adesso si sono ridotti a 200 mila. A Bassora di famiglie ne sono rimaste appena 500. I cristiani in Iraq sono perseguitati. Perseguitati da chi ci uccide, da chi distrugge le nostre chiese, da chi ci ha rubato tutto, da chi non mette freno alla corruzione, da  chi non  riconosce i nostri diritti. Per questo chiediamo alla Chiesa universale di sostenere la nostra presenza in Iraq, la presenza secolare della nostra Chiesa, che è Chiesa dei martiri».
È l’appello lanciato da monsignor Louis Raphael I Sako, dal 2013 Patriarca di Babilonia dei Caldei, la comunità cristiana più numerosa dell’Iraq, in questa intervista esclusiva rilasciata al «nostro tempo» in occasione del convegno internazionale «Cristiani d’Oriente, dopo duemila anni una storia finita?» che si terrà a Torino, martedì 26 aprile, alle 17.30, nel Salone del Sermig (piazza Borgo Dora 61), per ricordare il 70mo anniversario della fondazione del giornale, voluto da mons. Carlo Chiavazza. Un appello seguito da una proposta molto concreta rivolta da mons. Sako alle diverse Conferenze episcopali d'Europa. «Venite a visitare il nostro Paese, i fedeli di tutto l’Iraq si sentirebbero meno soli e pieni di rinnovato coraggio e speranza».

Monsignor Sako, dalla cacciata dei cristiani da Mosul e dalla Piana di Ninive nell’estate del 2014 l’attenzione dei media si è concentrata su quei profughi che ancora vivono nel Kurdistan iracheno, eppure la comunità è presente anche a Baghdad e a Bassora. Ce ne vuole parlare?

Purtroppo i cristiani iracheni sono sempre di meno a causa del fenomeno della fuga verso l’estero, conseguenza della violenza di cui sono stati vittime. A Baghdad ne vivevano 750 mila che ora si sono ridotti a 200 mila, mentre a Bassora ci sono appena 500 famiglie. In queste due città attualmente non ci sono attacchi contro i cristiani, ma la mancanza di leggi favorisce le azioni di bande criminali che, grazie alla diffusa corruzione e falsificando i documenti, si stanno impadronendo dei negozi e delle case che in passato i cristiani sono stati costretti ad abbandonare. A tutto ciò si unisce il sempre più diffuso radicalismo islamico che, e questo capita anche nel Nord, sta diventando una cultura imperante.
Cosa intende per “cultura imperante”?
Significa che anche quando il Daesh (lo Stato islamico) sarà confitto, l’ideologia che lo guida rimarrà e continuerà a infettare il Paese. È proprio questa ideologia che bisogna combattere: devono farlo le autorità religiose islamiche, che devono preferire la diffusione di quei versetti del Corano che invitano alla tolleranza ed evitare di dare spazio a chi, tra essi, diffonde l’odio; e deve farlo il governo iracheno, che dovrebbe avere a cuore tutti i suoi cittadini.
Nella realtà, invece, che cosa succede?
La realtà è che nessuno fa nulla. Così, ad esempio, non sono stati banditi quei testi scolastici in cui si parla male dei giudei e dei cristiani; e nessuno ha punito chi, qualche settimana fa, ha messo in vendita delle scarpe sulla cui suola era incisa la Croce. Un'azione veramente offensiva nel mondo arabo, dove la suola della scarpa è considerata impura. Se a ciò aggiungiamo la difficoltà che i cristiani hanno in tutto il Paese di trovare lavoro rispetto ai musulmani, è chiaro che la situazione è davvero difficile.
Cosa può fare la Chiesa universale per aiutare i nostri fratelli cristiani?
Per prima cosa deve capire che sostenere la presenza cristiana in Iraq vuol dire sostenere la presenza stessa di Gesù, che nella nostra comunità è più che mai viva, e prova ne è che i cristiani iracheni non si sono convertiti, neanche quando sarebbe stato facile e conveniente. Molte volte a costo della loro stessa vita, perpetuando la tradizione secolare della nostra Chiesa, che è Chiesa dei martiri. Sostenere la comunità vuol dire aiutare i fedeli a rimanere nella propria terra, ma anche aiutare la Chiesa a funzionare meglio.
Cosa è necessario fare?
Per esempio, è indispensabile sanare e porre un freno al fenomeno dei sacerdoti che fuggono verso l’estero: come può un fedele essere invitato a resistere alle avversità, quando i sacerdoti fuggono? A Baghdad ci sono 32 parrocchie e 21 tra vescovi e sacerdoti, in Seminario solo 17 seminaristi. Chi è fuggito deve essere obbligato a tornare, la Congregazione per le Chiese orientali deve appoggiare di più e far rispettare le decisioni del Sinodo locale. Solo così la Chiesa in Iraq sarà più unita e più forte. E più forte sarà, più potrà aiutare i fedeli, non solo dal punto di vista materiale ma anche, e soprattutto, da quello spirituale. Il sacerdote, il vescovo, il patriarca, tutti dobbiamo essere modelli forti e giusti, in grado di dare fiducia e speranza a chi ha paura del futuro. Come comunità di esseri umani abbiamo bisogno di aiuto per sostenere chi non ha più nulla: lavoro, casa, soldi; come comunità cristiana abbiamo bisogno, però, anche della vicinanza spirituale. La società irachena musulmana, sciita, sunnita o curda che sia, è una società tribale; ma non è così per i cristiani, che in più sono disarmati e indifesi. Quando le delegazioni straniere vengono a farci visita, a vedere di persona la situazione in cui viviamo, ecco, quelli sono i momenti in cui la comunità riprende coraggio, non si sente sola e non è neanche percepita come tale.
Nel 2010 ci fu il Sinodo straordinario per il Medio Oriente e la proposta di indirlo, a Benedetto XVI, fu proprio sua. Il Sinodo, però, dal punto di vista pratico si risolse in poco o nulla. Adesso, e specialmente nell’ultimo periodo, le visite di vescovi o cardinali delle diverse Conferenze episcopali si sono moltiplicate: crede che rendere queste visite meno sporadiche e organizzate (non un singolo vescovo o cardinale, ma una delegazione) possa aiutare la causa dei cristiani d’Oriente, nel senso di diffondere la conoscenza della drammatica situazione in cui vivono?
Potrebbe essere un’idea, sì. Potrebbero venire in Iraq delegazioni di dieci o venti membri delle diverse Conferenze episcopali: nel Nord a visitare i profughi, certo, ma anche a Baghdad e a Bassora. Si potrebbero organizzare incontri con i rappresentanti del governo e con i capi religiosi islamici. Si potrebbe tenere una grande celebrazione religiosa. Non c’è da avere paura a venire a Baghdad o ad andare a Bassora, e in ogni caso stiamo parlando di vescovi, religiosi pronti a dare la vita per la fede, così come facciamo noi che viviamo qui. Non dimentichiamo che nella sola Baghdad vivono ben sette vescovi cattolici. I fedeli di tutto l’Iraq si sentirebbero meno soli e pieni di rinnovato coraggio e speranza.
I cristiani iracheni vogliono tornare nelle case, nei villaggi e nelle città da cui sono stati scacciati oppure sognano soltanto di fuggire all’estero?
Certo, qualcuno che vorrebbe fuggire c’è. Ma, ad esempio, durante gli incontri che il cardinale austriaco Cristoph Schönborn ha avuto con i profughi di Mosul e della Piana di Ninive a Pasqua, tutti gli hanno espresso il desiderio di tornare alle proprie case. La piana di Ninive sarà liberata prima o poi. Liberare la città di Mosul sarà invece più difficile: non solo ha 2 milioni di abitanti, ma è uniformemente sunnita. Una parte della popolazione sostiene il Daesh; l’altra parte, anche se non lo sostiene, non accetterà di essere liberata né da truppe a maggioranza sciita, né dai curdi, né da interventi esterni. Ho fiducia, comunque, che i cristiani torneranno almeno nella Piana di Ninive, una volta liberata. Potrebbero iniziare da Telleskof, un villaggio che non ha subito danni, dove prima del 2014 viveva una popolazione interamente cristiana di 14 mila persone, e che è già controllato dai peshmerga curdi. Certo, per ora, il Daesh è ancora troppo vicino, a soli 10 chilometri. Ma quando sarà scacciato da tutta la Piana, a Telleskof seguiranno gli altri villaggi.
Monsignor Sako, è giusto definire i cristiani iracheni dei «cristiani perseguitati»?

Certo, siamo perseguitati. Da chi ci ha ucciso; da chi ci ha rubato e continua a rubare tutto; da chi invita a non comprare le proprietà dei cristiani perché, quando non ci saranno più, quelle proprietà saranno a disposizione gratuitamente di chi le razzierà; da chi non mette freno alla dilagante corruzione; da chi apertamente ci chiama infedeli e non riconosce i nostri diritti di cittadini; da chi ci nega il lavoro perché non apparteniamo a questa o a quella tribù e perché professiamo, senza rinnegarla, la nostra religione; da chi distrugge le nostre chiese e brucia il nostro patrimonio culturale e di fede (ad esempio, i manoscritti antichissimi). Se tutto ciò vuol dire essere perseguitati, è chiaro che noi lo siamo.

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Iraqi Christians return home from Czech Republic

By Prague Monitor

 A group of 16 Iraqi Christian refugees who wanted to leave the Czech Republic for Germany last week departed for Iraq this afternoon, said Kiril Christov, spokesman for the Refugee Facilities Administration of the Czech Interior Ministry.
"All of them agreed with the voluntary return and all of them boarded the plane. Everything went well," Christov told CTK.
The Iraqi group took a regular flight via Istanbul.
The Interior Ministry said the flight tickets cost about 100,000 crowns. The ministry will negotiate with the Generation 21 Endowment, which has organised the resettlement programme for Christians from Iraq, about its possible payment of the costs.
The endowment's head Jan Talafant said Generation 21 would pay the flight costs if it was possible. He said the administrative board of the endowment would deal with the issue.
The police detained the group of 16 Iraqi Christians, including children, on their way to Germany close to the Czech-German border last Thursday.
The group was granted asylum in the Czech Republic, but later they changed their mind and withdrew their asylum applications. After their detention, they applied for asylum in the Czech Republic again and were taken to a facility in Zastavka u Brna pending their asylum application is settled.
However, then they changed their mind again and applied for return to Iraq.
Another group of 20 Iraqis that left for Germany should be returned to the Czech Republic by the end of April.
The endowment has as yet brought 89 Christian refugees from Iraq to the Czech Republic.
The first to leave the country was a group of 25 people at the beginning of April who went to Germany. German authorities want to return 20 of them to the Czech Republic, while the remaining five-member family can stay as the father has already been granted asylum in Germany.
An eight-member Iraqi family left Brno for Iraq previously. The travels costs were covered by their relatives.
In reaction to the above groups' decision to leave the Czech Republic, the Czech government scrapped the Generation 21's project, which planned the resettlement of a total of 153 Iraqi Christian refugees, two weeks ago.
The project was scrapped a few days before the planned arrival of further two Iraqi families in the Czech Republic. Generation 21 said each family received 500 U.S. dollars in compensation as they already had flight tickets and sold their property.
Some 40 Iraqi Christians still stay in the Czech Republic. Talafant said no problem has occurred in these groups.

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giovedì, aprile 21, 2016

 

Sacerdote irakeno: la mia vocazione, nel dramma della guerra e della malattia

Dario Salvi
 
Una vocazione al sacerdozio che trae origine e viene alimentata dalle “malattie” e dal “dramma di una nazione” martoriata da decenni di guerra e divisioni confessionali; una storia personale che si intreccia con la vita del proprio Paese, al quale è legato da un affetto profondo e nel quale “se Dio vorrà” desidera svolgere la propria missione.
Così p. Gabriele Firas A Kidher, sacerdote irakeno, racconta ad AsiaNews la scelta di consacrare la vita a Cristo, un “desiderio che è cresciuto nel tempo” per donare “la mia vita alla gente che soffre”. “La fragilità umana, le ferite nel corpo e nell’anima - aggiunge - non devono far perdere la speranza, perché Gesù è con noi. Questo vale anche per il popolo irakeno, per i cristiani di quella terra”. 
P. Kidher ha 39 anni - è nato a Baghdad il 12 marzo 1977 - ed è membro della congregazione dei Rogazionisti del Cuore di Gesù. Egli è uno dei diaconi cui papa Francesco ha conferito l’ordinazione sacerdotale domenica 17 aprile, nella basilica di san Pietro.
Nato e cresciuto in Iraq in una famiglia di profonda fede cattolica (uno zio sacerdote e due zie suore), egli ha vissuto il dramma di tre guerre - contro l’Iran, l’invasione del Kuwait e la caduta di Saddam Hussein - e sperimentato in prima persona l’odio confessionale per i cristiani. Trasferitosi in Italia, egli si è formato fra i padri rogazionisti dei quali è rimasto affascinato dopo aver incontrato un sacerdote della congregazione: “Sono rimasto colpito dalla sua testimonianza - racconta - dal suo invito a mantenere il cuore di Cristo, compassionevole e zelante, misericordioso”.
Il primo evento che segna la sua vita avviene quando è ancora bambino a Qaraqosh, cittadina della piana di Ninive, dove la famiglia si era trasferita per sfuggire alle violenze nella capitale nella guerra degli anni ’80 con l’Iran. “Un camion mi ha investito - racconta - e sono rimasto in coma per 13 giorni. Per i medici dovevo morire ma, a un certo punto, nel buio ho visto un uomo vestito di bianco, che mi prendeva per mano. Dopo poco mi sono svegliato e ho subito pensato fosse Gesù. Credevo di essere rimasto incosciente per pochi minuti, in realtà erano trascorsi diversi giorni”. 
Da bambino non è possibile cogliere le sfumature degli eventi, prosegue, però quella è stata la prima tappa di un percorso di crescita e formazione.
In seguito all’incidente ha dovuto subire diverse operazioni, ma non si è mai perso d’animo e con lo stesso spirito, qualche anno più tardi, affronta la malattia: “All’università - ricorda p. Kidher, laureato in Biologia genetica a Mosul - una grave malattia ha colpito il midollo osseo e ho dovuto restare fermo, nel letto, per sette mesi. In quel periodo ho compiuto una rilettura profonda della mia vita. Ho riletto la Bibbia passo passo, in particolare la vicenda di Giobbe. Ero partecipe della sua sofferenza. Vivevo una lotta col Signore, che poi è maturata fino a immaginarmi in San Pietro”. Nel dramma trova la forza per confrontarsi con un padre spirituale, che lo conduce alla maturazione e all’idea di avvicinarsi al sacerdozio “pur senza sapere in quale ordine religioso”. 
Egli si trasferisce in Italia nel 2004 dove vive una prima esperienza ad Assisi e “radica la fede”. Dopo quasi due anni di discernimento, l’8 settembre 2007 a Messina fa il suo ingresso nei rogazionisti. E ancora, compie studi di teologia alla Lateranense, che completerà entro la fine di questa estate. Egli ha alternato letture e libri in Italia a periodi - anche lunghi - di missione in Iraq. “Mi hanno mandato - racconta - per un anno a Bartella e Qaraqosh, fra il 2012 e il 2013 e proprio a Qaraqosh avrei dovuto compiere la professione perpetua, il primo luglio 2014, ma l’arrivo dello Stato islamico ha stravolto i piani”. 
P. Kidher ha avuto a che fare in prima persona con i terroristi: “Nel 2014 - ricorda - sono scampato a un attentato a Mosul, per mano di gruppi estremisti islamici”. Nella seconda città per importanza dell’Iraq egli ha compiuto gli studi universitari ai primi anni duemila, ma “negli ultimi tempi, ancor prima della presa dello SI, era un’altra città. Mi sembrava di essere in Afghanistan, era già da tempo in mano ai fondamentalisti”. 
Nel descrivere i rapporti con i musulmani e la regione islamica, p. Gabriele Firas A Kidher narra un aneddoto dei tempi dell’università: “Il professore, musulmano, chiedeva a noi studenti un’opinione sulla genetica partendo dalla religione di appartenenza. I musulmani erano contrari. Quando sono intervenuto ho detto che se un qualcosa è a favore dell’essere umano, ne migliora la vita senza intaccarne i valori, questo è un bene. Da biologo posso dire che in passato si uccidevano moltissime mucche per ricavare l’insulina, mentre ora grazie alla ricerca questo non serve più. Tuttavia, loro non volevano ascoltarmi”.
Il problema di fondo nei rapporti con l’islam, spiega, consiste in questo: la mancanza di apertura, “non solo a livello di pensiero ma anche di religione”.
Per questo, prosegue, è “necessario” un lavoro “sulle generazioni che verranno, far capire il valore del confronto, dello studio, dell’apertura verso l’altro”. “Anche io - prosegue - ho avuto parenti uccisi dai fondamentalisti a Mosul perché cristiani. Hanno ammazzato mio cugino e suo padre nel 2007, ai tempi della crisi fra sunniti e sciiti in città. I cristiani erano un ponte di pace, di unione, ma guardavano a noi con sospetto perché non ci schieravamo”. 
Di recente p. Kidher è tornato in Iraq e ha visitato i campi profughi di Erbil e del Kurdistan. “Una immagine mi ha colpito - ricorda - ed è quella di una mamma che teneva in braccio il suo bambino mentre lei era immersa nel fango, dopo una notte di pioggia. Cercava di riscaldarlo col proprio corpo, mentre lei si manteneva eretta nonostante le difficoltà. Ecco, questa è una grande testimonianza… Io soffro, ma voglio proteggere mio figlio’”. 
In quest’anno giubilare della Misericordia, il sacerdote irakeno vuole concludere lanciando un piccolo messaggio a quanti desiderano coltivare la vocazione e dedicare la vita a Cristo: “La misericordia non è una parola o un concetto - conclude - ma un desiderio da mettere in pratica ogni giorno in modo concreto. Ed è possibile farlo in molti modi, aiutando i poveri, i migranti, gli emarginati… essi sono un modo vivo e attuale per sperimentare la misericordia. Le persone di buona volontà, che vogliono seguire Cristo, devono saper amare abbracciando la sofferenza”.


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Voyage en Irak : Inauguration de l’église de Mart Shmouni et Sainte-Anne à Erbil

 
Après leur passage à Kirkouk auprès des étudiants, les évêques français se sont rendus ce matin dans le quartier chrétien d’Erbil, à Ainkawa, où ils ont célébré la messe dans la nouvelle église de Mart Shmouni (Saint-Simon). Ils ont ensuite pu visiter l'école et la bibliothèque sur le terrain adjacent.
Les travaux ont débuté il y a trois mois dans cette zone centrale d’Ainkawa. C’est là que vivent de nombreux réfugiés venus de la plaine de Ninive, dont une masse importante de chrétiens – 60 000 -, majoritairement syriaques catholiques. La construction de cette église représente donc beaucoup pour la communauté chrétienne réfugiée. Elle pourra contenir environ 800 fidèles. L’église porte également le nom de Sainte Anne pour rendre hommage à l’épouse du donateur qui a financé la construction de cette église.
Depuis septembre 2015, tous les enfants chrétiens ont accès à l’école, mais le nombre de salles limite le temps d’étude. En général, chaque salle accueille deux voire trois niveaux différents qui se relaient successivement dans la journée. Une école, et une bibliothèque sont donc également prévues sur le terrain de Mart Shmouni, adjacent à l’église. En tout, le terrain devrait ainsi pouvoir accueillir 13 caravanes capables de contenir une vingtaine d’écolier chacune. Au total, l’école sera en mesure d’accueillir 780 élèves.
L’ensemble des travaux devraient s’achever début mai.
 
ASSM avec notre correspondante en Irak Eglantine Gabaix-Hialé.

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French bishops travel to Iraq in support of Christian students

 
A delegation of bishops and priests from France are visiting Iraq April 17-21 to aid young Christian students living in the refugee camps.
The visiting bishops are the Archbishop of Marseilles, Georges Paul Pontier and the Bishop of Pontoise, Stanislas Lalanne. Also accompanying them are Father Pascal Gollnische, the director general of l’Oeuvre d’Orient, a French aid society for Christians in Middle East; and Father Olivier Ribadeau-Dumas, secretary general and spokesman for the French Conference of Catholic Bishops. 
These young students are part of the group of 120,000 Christians that fled from the cities of the Nineveh Plain when the Islamic State attacked the region in 2014.
When the students came to Erbil they had trouble continuing their studies because the curriculum is in the Kurdish language, and they speak Arabic. Around 400 of them will now be able attend university in the city of Kirkuk, where an educational program has been set up in their language.
The trip was the initiative of Archbishop Pontier and the Chaldean Catholic Archbishop of Kirkuk, Yousif Thomas Mirkis, and is part of the “Support the Students in Iraq” project which was began last year and seeks to raise approximately $1.7 million to help young Iraqis continue their studies. The project is sponsored by the French bishops' conference and l'Oeuvre d'Orient.
When they arrived in Iraq, the bishops went to Kirkuk where they celebrated a Mass and met with the students and visited the homes where they live.
Regarding the situation of these young Christians, Archbishop Mirkis stated that they are “the priority and future of Iraq.”
“Helping these future leaders pursue their studies is essential for rebuilding our country. By supporting these young people we're keeping them in the country. So then there will be doctors, pharmacists, architects, and engineers,” Archbishop Mirkis stated on l'Oeuvre d'Orient's website.

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