lunedì, settembre 29, 2014

 

Il Patriarca caldeo: dietro la guerra, giochi politici sporchi

By Vatican Insider - La Stampa
Gianni Valente

«Se non ci aiuta il Signore, per noi non c’è futuro». Si avverte anche sofferenza e apprensione nel Patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphael I. L'apprensione del pastore che vede il gregge in pericolo. La sofferenza del figlio della Chiesa caldea che vede correre verso la dissipazione una lunga storia cristiana, quella che ha irrigato per millenni le terre tra i due fiumi della Mesopotamia. E a angustiarlo non sono soltanto i sanguinari jihadisti dello  Stato Islamico.
Davanti alle sofferenze del suo popolo, cosa si può fare fare? Qual è, adesso, il vostro compito?
La prima cosa è consolare chi soffre e ha paura, aiutare tutti, e soprattutto incoraggiare la gente a perseverare e restare saldi nella loro fede e nella loro terra. A non andar via. A rimanere. Quelli che vogliono, certo. Senza forzare nessuno. Ma è nostro dovere orientare le persone con lo sguardo che ci suggerisce il Vangelo. Quelli che vanno via devono sapere che l'Occidente non è la terra promessa, tantomeno il Paradiso.
Ma tanti vogliono solo scappare.
Il momento che stiamo vivendo è anche una prova. Ognuno di noi è chiamato a guardare nel suo cuore, e può scoprire anche che la consolazione del Signore è l'unica forza e l'unico tesoro. Quello che abbiamo di più caro. Ma molti sono vittime di questa frenesia di fuggire. Non riescono nemmeno a pensare a quello che sta succedendo davvero alle loro vite. Cercano un futuro. Ma la speranza di un futuro migliore, per chi ha il dono della fede, non può ridursi solo alla ricerca di una vita più agevole.
Eppure un vescovo, negli Stati Uniti, sta trattando anche con la Casa Bianca per organizzare il trasferimento negli Usa di decine di migliaia di caldei.
Quel vescovo pensa sicuramente “all'americana”, ma non sembra pensare e agire secondo il Vangelo. E poi è fuori dalla situazione concreta in cui viviamo. In America hanno messo i cesti con le richieste di asilo sopra l'altare, durante la messa. Come se la migrazione di migliaia di cristiani iracheni negli Usa fosse qualcosa su cui invocare la benedizione di Dio. Una scena strana, che non fa che confondere la fede di tanti. Purtroppo alcuni ecclesiatici diventano  businessmen invece di rimanere pastori delle anime. Ragionano in termini di business e non di pastorale evangelica, anche riguardo ai fedeli. Per qualcuno sono soltanto numeri, con cui far crescere sulla carta la quota dei battezzati su cui hanno giurisdizione. Li fanno trasferire da una situazione brutta a un'altra che alla lunga può risultare ancora più miserabile. Lasciati a se stessi, senza una adeguata cura pastorale.
Lei cosa si sente di dire a chi vuole andar via?
Lo ripeto: ogni cristiano, nella sua coscienza, deve pensare a quale futuro cerca. Provare a sentire l'amore di Dio in questa situazione. Interrogarsi su cosa gli sta chiedendo il Signore in questo momento. E magari accorgersi che noi abbiamo un futuro qui, in questa nostra terra martoriata e benedetta. E che tutto il Paese rappresenta la nostra missione.
Il Presidente curdo Barzani, quando è venuto a trovarci con Hollande, ci ha detto: voi dovete avere pazienza, dovete rimanere. Dovete imparare da noi curdi, che abbiamo sofferto ma adesso abbiamo i nostri diritti. Prendere lezioni di perseveranza. A noi cristiani può far bene anche questo.

Intanto, gruppi cristiani con base negli Usa cercano - e dicono di trovare – proseliti nei campi profughi. Anche tra i non cristiani.
È un guaio. Una cosa immorale. Approfittano delle difficoltà e delle sofferenze di un popolo. Anche loro ragionano in termini di business, da manager della religione in cerca di clienti.
Contro i jihadisti dello Stato Islamico si sono costituiti anche gruppi armati che si presentano come “milizie cristiane”. Cosa ne pensa?
Ai politici, anche cristiani, che me l'hanno chiesto, ho detto sempre: se alcuni cristiani vogliono partecipare alla difesa o alla lotta per liberare le terre conquistate dai jihadisti, che entrino nell'esercito curdo o in quello nazionale iracheno. Fare delle “milizie cristiane”, che si connotano in maniera etnico-religiosa, è una follia e un suicidio, oltre a essere illegale.
Gli Usa hanno iniziato l'intervento armato con la “coalizione”. In Iraq, qualcosa del genere lo avete già visto.
Tutto questo mi sembra un gioco politico sporco. Bombardare questi jihadisti non li farà certo sparire. C'è il pericolo di uccidere tanti innocenti. Si distruggono le infrastrutture, che rimarranno distrutte. Gli americani già lo hanno fatto: hanno distrutto il Paese e non lo hanno ricostruito. La cosa più grave è che adesso tutti ripetono: la guerra durerà anni. Così mandano un doppio messaggio, pericolosissimo. Ai jihadisti dicono: tranquilli, avete tempo per organizzarvi con calma, trovare altri soldi, arruolare altri militanti a pagamento. Agli altri, al popolo dei rifugiati dicono: ne avrete per anni, per voi il futuro è possibile solo altrove, lontano dalle vostre case. E' meglio che ve ne andiate, se ci riuscite. Se si vuole davvero farla finita con i gruppi estremisti, si deve lavorare sull’educazione e sulla formazione, con programmi che davvero facciano percepire la falsità e la mostruosità di quell’ideologia sanguinaria.
Intanto, in Occidente, qualcuno ha provato a ritirar fuori lo stereotipo dello scontro di civiltà e degli islamici nemici della cilviltà occidentale.
La realtà è che l'Occidente non ha altri moventi oltre ai propri interessi economici e di potere. Anche quest'ultima entità che si fa chiamare Stato Islamico è stata nutrita per anni con soldi e armi che venivano da Paesi cosidetti “amici” dell'Occidente. Coi servizi segreti, quando vogliono, possono sapere tutto di ognuno di noi. Come mai non sanno da dove passano le armi, o a chi vendono oggi il petrolio? Gli Usa si sono mossi quando hanno decapitato i 2 poveri americani. E tutti quelli - siriani, iracheni, cristiani e musulmani – che avevano ammazzato e sgozzato fino a allora?
In tutto questo, c'è qualcosa che la fa sperare?
La scorsa settimana, a Baghdad, noi sacerdoti abbiamo fatto tutti insieme gli esercizi spirituali. I nostri preti fanno miracoli, malgrado tutta questa situazione: liturgie, catechismo, attività sociali e di carità, teatro, tante cose belle. A questo ci chiama oggi il Signore: consolare le persone, aiutarle a avere pazienza, a non perdere la speranza. Adesso è la cosa più importante.

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sabato, settembre 27, 2014

 

Duemila volontari per la Brigata cristiana in Iraq


Gli iracheni di fede cristiana hanno deciso di imbracciare le armi e formare le proprie milizie per contrastare l’avanzata dei jihadisti dell’Isis, convinti che le forze curde e quelle del governo federale non siano in grado di proteggerli. A Sharafya, a nord della piana di Ninive, i miliziani islamici che avevano conquistato il villaggio sono stati scacciati a metà agosto dai peshmerga, ma un mese dopo, le strade sono ancora vuote. I jihadisti si trovano ancora a pochi chilometri di distanza, nel villaggio di Tel Kef, e solo pochi uomini in uniforme controllano la zona. A prima vista, riferisce un reportage dell’Agenzia France Presse, sembra che si tratti di peshmerga, le forze curde, che indossano uniformi color kaki e hanno il kalashnikov a tracolla. Ma ricamato sulla manica hanno uno scudo che li distingue: il drappo assiro barrato da due fucili.
Questi uomini appartengono a una nuova brigata in via di formazione composta da assiri, popolazione cristiana insediata da millenni nella piana di Ninive. Formata lo scorso 11 agosto a ribattezzata “Dwekh Nawsha”, che vuol dire martirio futuro nel dialetto armeno locale, è composta per ora da un centinaio di uomini.  “Non siamo molto numerosi, ma la nostra fede è grande”, ha detto uno dei comandanti della Brigata, il luogotenente Odicho, incaricato dell’addestramento. Secondo il Movimento democratico assiro, uno dei partiti politici della regione, già duemila uomini si sono presentati come volontari per combattere l’Isis, responsabile di molte violenze nei confronti della minoranza cristiana. I curdi stanno addestrando alcuni battaglioni cristiani e yazidi arruolando profughi fuggiti in Kirdistan dopo l’offensiva estiva dello stato Islamico.
Per rafforzare i ranghi e migliorare l’equipaggiamento delle milizie cristiane una delegazione di assiri iracheni si è recata in Libano a chiedere aiuto alle Forze Libanesi (FL), la principale milizia cristiana che ha combattuto nella guerra civile nel paese, fra il 1975 e il 1990. Samir Geagea, leader delle FL, ha fatto sapere che il suo partito è pronto a “sostenere tutte le decisioni che prenderanno i cristiani in Iraq”. La creazione di “brigate” cristiane in Iraq ricorda da vicino l’ingaggio degli assiri in Siria, dove si battono tuttora insieme al partito dei curdi siriani impegnato in queste settimane a difendere la regione curda del nord est dall’attacco delle forze del Califfato.

con fonte AFP

Foto: Assiryanvoice

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Il patriarca Younan: «Per noi nessuno si muove Quando torneremo a casa?»

By Avvenire
Roberto Zanini

«La domanda più frequente che mi fanno è: “Patriarca, torneremo mai a casa?”. E io non so dare risposte. I loro vicini di casa musulmani, con i quali sono cresciuti e hanno condiviso tutto, li hanno traditi. Qaraqosh, dove abitavano 50mila cristiani, oggi è deserta. Anche i fondamentalisti dell’Is l’hanno abbandonata. I curdi che sono stati forniti di armi dall’Europa dovrebbero riconquistarla, ma per i cristiani non si muove nessuno».
Anzi, i cristiani iracheni fuggiti dalla piana di Mosul che si rifugiano
nei limitrofi territori curdi, nella speranza di tornare, sono costretti a pagare l’affitto per restare. Il Patriarca siro-cattolico di Antiochia Ignatius Youssef III Younan è stato particolarmente severo nel denunciare il precipitare della situazione in Iraq, parlando ieri alla Camera dei deputati in un dibattito per la presentazione del documentario Syria’s christian exodus  sul genocidio dei cristiani in Medio Oriente, realizzato dalla giornalista Elisabetta Valgiusti.
L’incontro è stato coordinato da Pierluigi Castagnetti. Insieme al Patriarca e a Valgiusti c’era il direttore di  Avvenire  Marco Tarquinio. Il filmato oltre a presentare immagini della distruzione di decine di chiese, opere monumentali,  intere comunità e quartieri cristiani in Siria e Iraq, propone molte interviste ai profughi, anche islamici, nei campi di raccolta e davanti ai pochi templi ancora agibili.
Interessanti le testimonianze degli esponenti religiosi delle locali Chiese cattoliche e ortodosse. Come il patriarca di Damasco Gregorio III Laham che sottolinea: «Questo estremismo islamico in Medio Oriente non c’è mai stato e non c’è modo di fare la pace se i musulmani non si riconciliano fra loro». «In questa guerra – ha detto il Patriarca greco melchita cattolico di Aleppo Jean-Clément Jeanbart che vede il crescente martirio dei cristiani sono evidenti i tre segni del “maligno” indicati nel Vangelo: menzogna, denaro e sangue».
Interpellato dagli interventi in sala e dalla sottolineatura di Tarquinio sul fatto che Avvenire  è stato per molto tempo in Italia l’unico giornale a denunciare il perpetuarsi dei massacri di cristiani, il Patriarca Ignatius Youssef III Younan ha rimarcato, con l’intensità propria di chi le cose le vive sulla sua pelle: «L’Occidente ha una responsabilità politica ed etica di fronte al fanatismo islamico in Iraq, in Siria e nei Paesi delle Primavere arabe, ma solo adesso comincia a capire. Il problema è nell’idea di unione di religione e Stato propugnata dai fondamentalisti.
Nei fatti, il programma dell’Is è lo stesso dei Fratelli musulmani: la sharia come strada, il jihad come metodo. Noi cristiani in Medio Oriente non facevamo certo paura a nessuno, non siamo contro l’islam. E oggi dobbiamo aiutare i nostri fratelli musulmani affinché comprendano che non siamo più nel VII secolo, ma nel XXI. Così come l’Occidente deve rendersi conto che quanto accade in Medio Oriente è pericoloso non solo per noi, ma per i nostri figli e per i nostri nipoti».
Riguardo alle responsabilità, anche Castagnetti non è sembrato avere dubbi: «La Siria è il luogo d’incubazione della tragica realtà dell’Is. Lì, e nella sollecitudine in favore delle Primavere arabe è stato il grave errore politico dell’Occidente. Obama non può sfuggire al giudizio della storia: armare chiunque volesse colpire il presidente Assad è stato imperdonabile».
«L’anno prossimo – ha annotato Tarquinioè il centenario dall’Olocausto armeno, il primo genocidio del ’900: oggi si continua sulla stessa strada. Noi sappiamo cosa ha significato il marchio della stella di David nel secolo scorso: oggi in Siria e in Iraq vengono marchiate le case dei cristiani. Mi auguro che i leader islamici parlino con chiarezza e senza ambiguità, altrimenti le nostre parole non basteranno...».

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venerdì, settembre 26, 2014

 

L’ambasciatore dell’Iraq: «Pericolo anche per il Santo Padre»

 
Torna a parlare Habeed Al Sadr, l'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede.
L'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede Habeeb Al Sadr spiega la strategia mediatica dell'Isis: "Anche se non si può parlare di una vera e propria minaccia verso Papa Francesco, le atrocità commesse dai terroristi verso i simboli sacri, sia musulmani che cristiani, possono indurci a pensare che un pericolo nei confronti del Santo Padre non debba essere escluso. Il clamore internazionale delle loro azioni attira nuovi combattenti". 

Per il video clicca qui

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Una colletta record per i cristiani perseguitati in Iraq

Luciano Salsi  

È impressionante la risposta dei cattolici reggiani all’appello del vescovo Massimo Camisasca per soccorrere i cristiani dell'Iraq. In meno di un mese sono stati raccolti più di 160mila euro, cifra superiore alle previsioni. «È con profonda commozione – scrive il vescovo – che ho assistito e partecipato alla corale raccolta di fondi per i nostri fratelli perseguitati ed esuli dalle loro case in Iraq. Non solo la somma raccolta ha superato ogni mia aspettativa, ma ha anche visto la partecipazione di tantissimi fedeli, sacerdoti, parrocchie, comunità e movimenti».
L’iniziativa era partita dalla Conferenza episcopale italiana che aveva lanciato in tutta Italia una giornata di preghiera per l’Iraq, il 15 agosto, giorno di Ferragosto, in concomitanza con la solennità religiosa dell’Assunta. Camisasca ha colto l’occasione per lanciare nello stesso giorno una colletta straordinaria nell’intera diocesi, rispondendo all’appello di Luis Sako, patriarca dei cattolici irakeni di rito caldeo. Parroci, diaconi e laici hanno trasmesso l’invito nelle domeniche successive, incontrando disponibilità da parrocchie, movimenti e singoli fedeli. Le somme raccolte sono confluite nella processione offertoriale della messa celebrata l’8 settembre nella basilica della Ghiara, a conclusione della Giarèda, che coincide con l’inizio dell’anno pastorale. In totale, 161.626,65 euro.
«Il patriarca dei Caldei monsignor Luis Sako – riferisce il portavoce della Diocesi, Edoardo Tincani ha già ricevuto la somma ed ha a sua volta ringraziato la Diocesi per il gesto di grande generosità». Le tragiche notizie provenienti dall’area mediorientale occupata dagli islamisti dell’Isis hanno contribuito ad aumentare la sensibilità dei cattolici. Tuttavia la Chiesa reggiana ha sempre avuto un occhio di riguardo per le popolazioni martoriate dalla guerra. In Iraq non si trovano missioni della nostra diocesi, ma i sacerdoti caldei sono da tempo in contatto con i confratelli reggiani, in particolare con Giuseppe Dossetti, parroco di San Pellegrino. Padre Saad Sirop Hanna, vescovo ausiliare caldeo di Baghdad, è venuto più volte nella nostra città. I fondi raccolti saranno distribuiti in Iraq tramite la Caritas, che è presente ovunque risieda un vescovo o un patriarca cattolico. «Il popolo reggiano - riferisce Romano Zanni, il sacerdote che guida la Caritas insieme al direttore Isacco Rinaldiè molto generoso. Per la ricostruzione del Kosovo donò circa un miliardo di lire, in favore di una diocesi dell’India colpita dallo Tsunami più di 500mila euro». Viene il dubbio, tuttavia, che ci si dimentichi delle nuove povertà che avanzano nella nostra terra. Non è così: «Registriamo – riferisce don Zanni – una richiesta crescente di aiuto tramite i 54 centri d’ascolto che fanno capo ai vicariati. Aumentano i casi di chi perde il lavoro o subisce uno sfratto. Tre anni fa la Caritas ha raccolto circa un milione di euro per le famiglie povere reggiane. Stiamo valutando la possibilità di lanciare una nuova colletta. Intanto veniamo in soccorso di chi ha subito uno sfratto esecutivo pagandogli qualche mensilità. Quindici persone, inoltre, usufruiscono della borsa lavoro. Percepiscono 400 o 500 euro al mese che ricaviamo dalla vendita di vestiario e mobili gettati tra i rifiuti».

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Patriarca Younan: preoccupazione per i cristiani in Siria e Iraq


L’Iraq e la Siria si stanno svuotando di cristiani e di minoranze, perseguitati solo perchè non professano l’islam. Dopo anni di convivenza nel Medio Oriente, è in pericolo l’idea stessa di “tolleranza”: un disastro umano e spirituale. Questa in sintesi la dolorosa riflessione del patriarca di Antiochia dei siro-cattolici, Ignace Joseph III Younan, in occasione della presentazione, oggi alla Camera dei deputati, del documentario “L’esodo dei cristiani di Siria”, curato da Elisabetta Valgiusti.
Ma ascoltiamo il patriarca Younan al microfono di Gabriella Ceraso:
 Possiamo definirlo esodo, genocidio… una calamità che nel XXI secolo non può essere accettata, né dal punto di vista della Carta dei diritti umani del ’48, né da quello della Costituzione dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Come gente pacifica può essere perseguitata solo perché di una religione differente dall’islam?
Cosa sta scomparendo dall’Iraq e dalla Siria? Abbiamo visto città distrutte, abbiamo visto chiese distrutte…
Diciamo che scompare la nostra sopravvivenza. Finora, abbiamo vissuto quanto più possibile con gli altri, ma adesso vogliono proprio annientarci! E’ una grandissima sfida per noi cristiani rimanere, specialmente riuscire a convincere la nostra gioventù a dare testimonianza della loro fede. Moltissimi sono coloro che dicono: “Come cominciamo il dialogo? L’altra parte non ti accetta, non ti riconosce!”.
All' Onu e in generale a livello internazionale si sta ripetendo di continuo: non vogliamo combattere l’islam, ma vogliamo combattere il terrorismo.E' così? 
E’ sicuro. Noi non possiamo e non dobbiamo assolutamente combattere una religione. Però, abbiamo il diritto e anche il dovere e la responsabilità di dire ai capi religiosi dell’islam di essere chiari, di essere fermi nel dire che uccidere una persona, a qualsiasi religione appartenga, è un crimine grave e non è accettato da Dio. Sono atti proprio contro la civiltà. Lo dicono anche coloro che hanno la responsabilità nei governi dei Paesi arabi, quelli del Golfo, ma finora non abbiamo visto interventi effettivi per dire ai loro cittadini che questo non è accettato. Faccio questo appello, prima di tutto ai nostri fedeli cristiani e a noi, siri-cattolici e siri-ortodossi, che ultimamente siamo stati colpiti più di tutte le altre comunità, dato che i nostri centri sono stati attaccati e abbattuti. Faccio appello ai nostri di ravvivare la loro speranza malgrado tutto: noi faremo di tutto per portare la loro voce al mondo intero.
Come cristiano, però, il messaggio è...?
Continuiamo a pregare e a essere fedeli a Gesù, che è il nostro Maestro della Verità.

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Patriarca di Baghdad: Cristiani irakeni, siate fedeli al Vangelo nella vostra terra


Come i loro padri, così i cristiani irakeni di oggi sono chiamati a "rimanere fedeli" a Cristo e alla loro terra, perché essa "non è solo polvere" ma è fattore di "identità, lingua e costumi", e ancora di "tradizioni, storia, memoria e autenticità. La terra è sacra!".
È questo uno dei passaggi più significativi della lettera inviata alla comunità cristiana d'Iraq dal Patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako. Nel testo pervenuto ad AsiaNews, sua Beatitudine ricorda ampi passi dei Vangeli e, in particolare, quello di Giovanni in cui sottolinea che Cristo risorto "vive" e agisce nella Chiesa e nel mondo ed è guida "dei nostri passi".
Il Patriarca intende lanciare un messaggio di speranza alla minoranza perseguitata, vittima di abusi, violenze e persecuzioni da parte delle milizie dello Stato islamico. Nei giorni scorsi i terroristi hanno distrutto un altro simbolo della millenaria presenza cristiana nel Paese arabo, radendo al suolo la Chiesa verde di Tikrit (oggi una moschea); i jihadisti hanno piazzato l'esplosivo all'interno, e poi fatto brillare le cariche. 
Davanti a una logica di morte e devastazione, Mar Sako ricorda che "la fede è un percorso nella luce", capace di "indicare la strada" e di portare gioia anche nei momenti più foschi, perché "la pace è l'avvenire" e per tutti vale la prospettiva della risurrezione, come ricorda San Paolo. "La fede, per quanto povera - spiega il Patriarca caldeo - aiuta a liberarci da noi stessi e dal nostro passato, dalla nostra paura e dalle nostre logiche" limitate, per "riportarci alla logica di Dio" che guarda e promette il futuro. 
"La fede è come l'amore - prosegue sua Beatitudine - essa è una fedeltà alle cose profonde, che oltrepassa i problemi e le difficoltà". Essa cresce e cambia, ed è "incentrata sul dono" e non "conserva le cose", ma come una lampada "si consuma e trasforma in luce e gioia che illuminano la nostra notte". Mar Sako non dimentica i problemi che "minacciano di destabilizzare" la presenza cristiana in Iraq e i timori per il futuro della Chiesa locale; a fronte di un esodo massiccio, egli sottolinea che quanti sono rimasti restano "fermi e forti nella nostra vocazione". 
La missione della comunità cristiana - presenza millenaria nel Paese, fonte di ricchezza, cultura e pluralismo - è "portare il Vangelo di gioia e di speranza a tutti i nostri fratelli" sottolinea il Patriarca di Baghdad. E non risparmia toni fori contro quanti, fra laici e sacerdoti, affermano che "non c'è futuro per noi in Iraq". 
Infine, egli esorta a seguire lo Spirito che "aiuta ad ascoltare la parola di Dio" e a "metterla in pratica" in ogni aspetto della vita quotidiana. Solo attraverso la fede, avverte, "si può vedere l'opera dello Spirito Santo e di Cristo che riscatta le nostre vite". Come più volte affermato da san Giovanni, la vita dei fedeli "non è facile" e "ci sono sempre nuove sfide che bisogna affrontare con coraggio e fiducia". "Abbiamo bisogno dello Spirito - conclude mar Sako - per risollevare il nostro morale e per essere consolati, perché noi siamo poveri davanti alla violenza e all'ingiustizia di questo mondo".

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I cristiani rifugiati ad Amman sognano di emigrare

By Sir
Daniele Rocchi

“Tutto in una notte. Tutto è finito in una notte”:
lo ripete in continuazione M., singhiozzando dall’altro capo del telefono. Non vuole essere menzionata, perché dice, “ho paura che qualcuno possa fare del male a me e alla mia famiglia. Non posso fidarmi più di nessuno”. Il suo racconto è quello di decine di migliaia di rifugiati iracheni, cristiani, yazidi, ma anche musulmani, in fuga dalla brutale violenza delle milizie dello Stato islamico (Is).
Oggi M. si trova ad Amman, in Giordania, con i suoi tre figli, accolta dalla rete di accoglienza messa su da anni, ormai, dalla Chiesa caldea e dalle altre chiese cristiane. Il marito, invece, militare dell’esercito iracheno, ha trovato rifugio in Turchia, “per evitare che i ribelli lo uccidessero”. I ricordi la riportano ai primi di giugno quando, racconta, “siamo fuggiti dal nostro villaggio vicino Mosul in piena notte, con quel poco che siamo riusciti a portare con noi. Abbiamo trovato rifugio nei villaggi cristiani della Piana di Ninive, come Qaraqosh. Sulla strada abbiamo visto i cadaveri di un diacono, colpito nella fuga da un colpo di fucile e di un giovane cristiano in procinto di sposarsi”. “Nella fuga abbiamo perso tutto: il lavoro, gli affetti, la casa. Oggi - dice con voce rotta dal pianto - la mia casa è diventata un centro per le famiglie dei miliziani dell’Is, una specie di piccola moschea”. L’avanzata dell’Is non si è fermata a Mosul, ma è dilagata anche nella Piana di Ninive costringendo oltre centomila persone, tra cui M., a fuggire di nuovo, questa volta in Giordania, ad Amman. “Qui abbiamo un tetto sotto il quale dormire, abbiamo di che mangiare, ma non abbiamo soldi, lavoro per mantenerci. Come andare avanti così? Quale futuro ci aspetta?”.
Non pensate di ritornare un giorno al vostro villaggio? “Tornare? E per andare dove? - risponde senza usare mezzi termini - Se decidessi di tornare potrò fidarmi ancora del mio vicino di casa musulmano? Io amo la mia terra, la mia casa, ma non c’è sicurezza e stabilità”. Le notizie che giungono da Mosul non sono rassicuranti. Testimonianze dalla città parlano di donne velate, di uomini lapidati, di leggi imposte con la forza. “La comunità internazionale - denuncia M. - non ha fatto nulla per noi, il Governo centrale sta ancora organizzandosi, i curdi perseguono i loro interessi. Noi invece non abbiamo più nulla. Abbiamo perso tutto”. I bombardamenti americani? “Non so se porteranno a qualche risultato. Ciò che vedo è che la situazione peggiora di giorno in giorno. Le malattie si diffondono sempre di più a causa delle precarie condizioni igieniche e colpiscono soprattutto i bambini che già soffrono la mancanza della scuola e subiscono forti stress emotivi”. “La nostra unica salvezza si chiama emigrazione. Solo all’estero potremo vivere al sicuro e tentare di ricostruirci una vita. Qui abbiamo perso tutto” dice. Ora la preoccupazione per M. è quella di ricongiungersi al marito per emigrare “ma non sarà facile” riconosce, “la situazione è catastrofica, ben peggiore di quella che descrivono i giornali”.
Il racconto di M. trova ulteriore conferma nelle parole di padre Raymond Moussalli, vicario del vescovado caldeo di Giordania che da tempo si occupa delle migliaia di rifugiati cristiani nel regno hashemita, la maggior parte dei quali giunti durante le guerre settarie tra sciiti e sunniti iracheni avvenute negli ultimi anni. Il vicario spiega che dopo la proclamazione del Califfato e la presa di Mosul, “ad Amman sono arrivate oltre 1000 famiglie cristiane. Molte sono state accolte nelle chiese, qualcuna, invece, ha trovato rifugio presso dei familiari. Abbiamo anche qualche centinaio di yazidi”. Il Governo hascemita ha dato loro il permesso per entrare in Giordania, ma questa, avverte padre Moussalli, “non è la loro destinazione finale”. “Tutti - dice - hanno il forte desiderio di emigrare e rifarsi una vita altrove”. Nell’attesa di partire queste famiglie vengono assistite in tutto. “Riusciamo a sostenere il peso dell’assistenza grazie all’aiuto di benefattori, cristiani e non, e soprattutto di enti come la Caritas e la Pontifical Mission. La situazione al momento è difficile perché aumentano gli ingressi e abbiamo sistemato due o tre famiglie per ogni casa disponibile. La Chiesa locale le aiuta per pagare l’affitto, il cibo, i vestiti e qualunque altra cosa necessaria a vivere con dignità. Ci sono anche tanti bambini che purtroppo non possono essere inseriti a scuola, che qui in Giordania è già cominciata. Per loro abbiamo creato una sorta di ‘doposcuola’ in modo che possano recuperare nelle materie principali e magari essere inseriti gradualmente nelle classi con gli altri bambini. Sono arrivati qui che non avevano nulla se non gli abiti che portavano addosso. L’unico pensiero era e resta quello di salvare la propria vita”. Padre Moussalli accoglie con soddisfazione la notizia che la Conferenza episcopale italiana ha stanziato il 24 settembre un milione di euro dai fondi dell’8x1000 a sostegno delle comunità cristiane in Iraq, provate dalla violenza persecutoria scatenata dagli estremisti. “Siamo felici per questo dono. Ma oltre ai soldi serve aiuto per emigrare e costruirsi un futuro migliore per i loro figli. Sarebbe bello che qualche vescovo italiano potesse venire qui, in Giordania, in Libano e in Turchia, Paesi che accolgono milioni di rifugiati per vedere di persona la sofferenza di questa gente. Fino a quando dovranno versare lacrime?”.

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giovedì, settembre 25, 2014

 

Iraq, salta in aria la chiesa verde di Tikrit




L'Isis ha "distrutto completamente" la chiesa verde di Tikrit in Iraq. Lo riferisce l'agenzia Mena citando fonti della sicurezza irachena. Si tratta di uno dei più antichi monumenti cristiani in Medio Oriente.
Incalzati dall'avanzata dell'esercito iracheno, che avrebbe riconquistato la città, i jihadisti hanno piazzato l'esplosivo all'interno dell'antico sito, e poi fatto brillare le cariche, precisa la Mena.
La chiesa verde, assiro-orientale, risale al 700 e si trova nel complesso presidenziale nel centro della città. Tikrit erai la città dell'ex dittatore Saddam Hussein.
 

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mercoledì, settembre 24, 2014

 

Iraq: UN delivers food to over 1 million displaced people; refugee numbers rise sharply

September 23

Despite insecurity and the continuous movement of people, the United Nations said today it has reached more than one million people uprooted by violence across Iraq with food assistance, while also noting a sharp increase in refugees fleeing into neighbouring Jordan and Turkey.
In Jordan, the UN High Commissioner for Refugees (UNHCR) has witnessed a sharp increase in Iraqi refugees in recent weeks with 60 per cent of them citing fears of the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) as the reason for their flight.
In August and September, on average, 120 Iraqis per day have registered with UNHCR in Jordan, up from 65 per day in June and July and just 30 per day in the first five months of 2014.
“Refugees report their homes being burned, threat of forced conversion to Islam, fears of forced marriage, kidnapping and public threats,” UNHCR spokesperson Melissa Fleming told reporters in Geneva.
So far this year, 10,644 Iraqi refugees have registered with UNHCR in Jordan, with 1,383 registering in August alone – the highest monthly tally of new registrations since 2007. In Turkey, some 103,000 Iraqi refugees have come forward to be registered by UNHCR or its partners, including 65,000 since June 2014 when ISIL forces took over areas of northern Iraq.
Also today, the UN World Food Programme (WFP) said that despite the fact that displaced people are on the move and the ongoing fighting further complicates access, the agency has provided food to more than one million people in 113 of Iraq’s 18 governorates.
“With the help of our partners, we managed to scale up and expand our assistance to additional areas reaching displaced families who fled with nothing but their lives and who were previously inaccessible,” said Jane Pearce, WFP Country Director in Iraq.
Around 1.8 million Iraqis have been displaced by the conflict since mid-June. WFP noted that the humanitarian situation continues to deteriorate because of the fighting and many Iraqis are living in precarious conditions without access to food, water or shelter. Some live under bridges or by the side of roads while others live in camps or find shelter in unfinished buildings.
WFP plans to continue to expand its food operation to assist 1.2 million displaced people by the end of the year. The majority of the one million people assisted by WFP so far received food parcels containing essential items such as rice, cooking oil, wheat flour, lentils, pasta, and salt. Each parcel feeds a family of five for one month.
The agency also provided emergency ready-to-eat rations that include canned food for those still on the move with no access to cooking facilities. 

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Iraq: Presidenza CEI, un milione di Euro dai fondi 8xmille per i profughi

By SIR

A sostegno delle comunità cristiane in Iraq, duramente provate dalla violenza persecutoria scatenata dagli estremisti, la Presidenza della Conferenza episcopale italiana ha deliberato lo stanziamento di un milione di euro. La somma è stata prelevata dai fondi dell’8xmille e affidata alla Nunziatura di Baghdad, perché insieme con i Vescovi del Paese provveda ad affrontare la prima emergenza e a sostenere progetti di solidarietà. Il contributo si aggiunge a quello, analogo per entità, stanziato in luglio per far fronte all’emergenza in Siria. In entrambi i Paesi la Chiesa, anche grazie al contributo di Caritas Italiana, ha messo a disposizione le sue strutture, aprendo le porte per assicurare un’assistenza di base alle centinaia di migliaia di profughi, in grande maggioranza cristiani, costretti a fuggire dai loro luoghi d’origine.

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martedì, settembre 23, 2014

 

‘I Don’t Know What Will Happen Next Time’


“I cannot sleep because of the sound of bombs in my head,” says Evan Faraj-Tobea, an Iraqi who until recently worked as an English teacher in Qaraqosh, widely considered Iraq’s most Christian city.
Evan and his wife of one year fled the city in June, then returned when they thought threat of the Islamic State had abated. But on August 6, he says, the terror group attacked. One bomb killed two young children, as well as a young woman. Now the couple has left again.
“I saw when they took their bodies to the church,” he tells me. “It was like hell that day. We felt afraid because it was a huge sound. We couldn’t stay in that situation.” He might have stayed to defend the city, but “we don’t have guns,” he says. “We cannot stand [against the Islamic State].”
The Washington Post reported this week that around 120,000 displaced Iraqi Christians have fled to the semi-autonomous region of Kurdistan. These refugees have lost everything, also enduring a harrowing flight from their homes.
Evan and his wife fled Qaraqosh in a car until they reached a Kurdish checkpoint, then spent six or seven hours on foot, covering around 40 kilometers. Evan took refuge where he could; today, he sleeps in a half-built building in Ainkawa, a Christian suburb of Erbil in Kurdistan. His wife stays two hours away, in Dohuk, and Evan says he hopes to find a place where they can live together again soon.
Despite his Christian faith, Evan says, hanging on to hope is a struggle. In his 31 years, he has experienced more war than peace, despite his fellow believers’ best efforts.
“Jesus doesn’t teach us to kill — he teaches us to love,” Evan tells me. In addition to English, he speaks Aramaic, “the language of Jesus,” he says proudly, explaining how “even before Islam, Christians were here.” Nonetheless, Qaraqosh’s Christians have long worked hard to build a good relationship with their ethnically Arab neighbors. The town’s Christians excelled in business, exporting poultry across Iraq in the hopes that economic partnership would yield deeper amity.
But today the Islamic State, as well as a whole host of Muslim militants — some of them Evan’s former neighbors — want to extirpate Christian faith and Christian culture from Iraq. Though the Kurdish Peshmerga forces, with the help of U.S. air cover, have since reclaimed some of nearby villages, Qaraqosh remains in the hands of the Islamic State. And even if the city were liberated, many of its Christian former residents would remain reluctant to return.
“The government moved [against the Islamic State] too late,” Evan tells me. Later, he adds, “I think Obama is not so great because when he made a decision, it was too late.”
“We are like animals,” he says, adding that his people are sleeping in caves, in unfinished structures and in tents. “This time, we were smart because we ran away. We saved our lives this time. But I don’t know what will happen next time.”

Jillian Kay Melchior is a Thomas L. Rhodes Fellow for the Franklin Center for Government and Public Integrity. She is also a Senior Fellow at the Independent Women’s Forum.

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Cent cinquante chrétiens d'Irak arrivent en France

By Reuters.fr
20 septembre 2014 11h59
John Irish -  Antony Paone

Leurs valises renfermaient les souvenirs de vies qu'ils ont laissées derrière eux, au moins temporairement, en Irak : quelque 150 chrétiens et une poignée de Yazidis sont arrivés samedi matin en France, où ils viennent retrouver un peu de liberté.
Dans la nuit chaude d'Erbil, au Kurdistan, femmes, enfants et hommes âgés, qui composaient l'essentiel des passagers, ont patienté jusqu'à 03h00 environ, avant d'embarquer à bord de l'A310 qui, vendredi, avait acheminé dix nouvelles tonnes d'aide humanitaire en Irak.
Pris en charge par des militaires, accompagnés médicalement par deux réservistes de l'Etablissement de préparation et de réponse aux urgences sanitaires, rattaché au ministère de la Santé, ils ont été accueillis un peu après 09h00 (07h00 GMT) à l'aéroport de Roissy-Charles de Gaulle par le ministre des Affaires étrangères, Laurent Fabius.
A leur départ, tous portaient le même message : l'Irak ne peut plus faire cohabiter chrétiens et musulmans.
Shakeep, 46 ans, était il y a peu avocat au principal tribunal de Mossoul. Il emmène sa femme, sa mère, sa fille et son neveu à Tours, où vit son oncle. Chacun a eu droit à une seule valise. Ils ont quitté Mossoul il y a six semaines.
"Il n'y a pas d'avenir en Irak. Il ne peut pas y avoir d'avenir entre musulmans et chrétiens. J'ai renoncé à ma vie, je suis partagé entre la tristesse et la joie. Mais avec Daech (l'acronyme arabe pour l'Etat islamique, ndlr), on ne peut pas rentrer", dit Shakeep.
Pour beaucoup, ce nouveau départ est aussi une plongée dans l'inconnu : peu parlent français, la plupart n'avaient jamais pris l'avion, encore moins pour aller en Occident.
"C'est comment ? C'est sûr ? Au moins, il n'y a pas de bombes au moins",
s'enquiert Shakeep.
De nombreux dirigeants politiques ou d'associations ont accentué ces derniers mois la pression sur le gouvernement afin qu'il accueille davantage de réfugiés chrétiens du Moyen-Orient.
Les 150 Irakiens arrivés samedi rejoignent la centaine qui ont trouvé refuge en France depuis le début de l'offensive djihadiste de "l'Etat islamique" en juin dernier.
Une quarantaine d'entre eux, de confession chrétienne, sont arrivés du nord de l'Irak fin août, à Paris, après avoir attesté qu'ils avaient des attaches familiales sur place ou assez de ressources pour vivre en France. Une soixantaine d'autres sont venus par leurs propres moyens.

"ÇA NE MARCHE PAS EN IRAK"

Lors de sa visite à Erbil, il y a une semaine, François Hollande avait rappelé que l'objectif de la France était d'aider les chrétiens à "rentrer chez eux" mais qu'elle pourrait recevoir "les cas les plus douloureux".
Selon l'Association française d'entraide aux minorités d'Orient (AEMO), quelque 10.000 chrétiens irakiens ont déposé une demande d'asile auprès du consulat à Erbil depuis juin dernier.
Des responsables français soulignent qu'en accueillant trop de réfugiés, les Occidentaux offriraient aux djihadistes qui veulent éliminer d'Irak tous ceux qui contestent leur vision rigoriste de l'Islam, un succès symbolique.
Mais pour beaucoup de chrétiens irakiens, la menace est devenue trop grande ces trois derniers mois. Ils ne veulent plus être exposés aux violences quotidiennes dans un pays déchiré par les divergences ethniques et religieuses.
Sami, 28 ans, déroule ainsi une histoire compliquée. Sunnite de Falloudja, il a quitté Bagdad il y a dix ans, à la chute de Saddam Hussein, avec son épouse, chrétienne.
"Je suis musulman et elle est chrétienne. Ça ne marche pas en Irak. Je vois ça comme une chance de commencer une nouvelle vie", dit-il. "J'ai eu de la chance de monter dans cet avion", ajoute celui qui, contrairement à la plupart des 150 réfugiés, n'a pas d'attache en France.
Behnam, médecin de 27 ans, et Sarah, future professeur d'anglais de 19 ans, sont de ceux, parmi des milliers, qui ont tout abandonné à Karakosh, que les djihadistes sont arrivés.
"On a un sac, c'est tout. Dès que la bataille a commencé, on a pris peur. Je ne pense pas qu'on puisse jamais rentrer. On ne peut pas vivre là personne n'a confiance en personne", dit Behnam, qui sentait déjà l'hostilité des sunnites avant même l'explosion de violences.

1,2 MILLION DE DÉPLACÉS

La population chrétienne d'Irak est passé d'environ un million de personnes avant la chute du régime de Saddam Hussein en 2003 à 400.000 en juillet dernier.
Aux chrétiens réfugiés samedi en France se sont joints des Yazidis, des Kurdes dont la religion s'inspire du zoroastrisme et que les activistes de l'organisation baptisée Etat islamique ont massacré en masse en août dans les montagnes du Sinjar.
Si aucune des minorités victimes des islamistes n'est exclue du dispositif humanitaire, les chrétiens sont les plus concernés parce que les plus nombreux à être menacés en Irak.
On estime à 200.000 le nombre de chrétiens qui ont fui leurs maisons dans la province septentrionale de Ninive après les passages dévastateurs des islamistes qui leur ont donné comme choix de se convertir, de payer pour poursuivre leur culte, ou de mourir.
Beaucoup se sont réfugiés au Kurdistan, plus au nord, où la plupart vivent dans des conditions précaires, dans des camps ou des écoles réaménagées.
Selon le Haut commissariat de l'Onu pour les réfugiés (HCR), on compte aujourd'hui 1,2 million d'Irakiens déplacés.
La France s'est jointe à l'offensive internationale contre l'organisation radicale sunnite issue d'Al Qaïda et a effectué vendredi matin une première frappe aérienne.
Mais elle est surtout à l'initiative de l'assistance humanitaire européenne aux minorités persécutées. Les dix tonnes d'aide acheminées vendredi s'ajoutent aux 77 déjà livrées depuis le 10 août, date d'une visite de Laurent Fabius, dans la région d'Erbil.
Cette nouvelle cargaison comprend plusieurs tonnes de couvertures, de jerricanes et de tentes afin de pouvoir affronter l'hiver qui approche, précisait-on au Quai d'Orsay.

(Avec Marine Pennetier, Grégory Blachier, édité par Yves Clarisse)

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Il Patriarca caldeo a sacerdoti e religiosi emigrati senza permesso: tornate per servire chi ha più bisogno

By Fides

Un richiamo perentorio a sacerdoti e religiosi usciti dall'Iraq senza aver chiesto e ottenuto il necessario consenso dei propri superiori è stato diffuso lunedì 21 settembre dal Patriarca di Babilonia del Caldei, Louis Raphael I.
Nel pronunciamento, pervenuto all'Agenzia Fides, il Primate della Chiesa caldea augura a tutti di riscoprire “la gioia assoluta del servizio del Vangelo” e ricorda che, per la loro condizione, i sacerdoti e i monaci non possono decidere “dove servire, come servire e chi servire”, operando scelte in chiave individualistica, senza dare conto a nessuno delle proprie decisioni. “Dobbiamo vivere e morire nel luogo dove Dio ci chiama” ripete il Patriarca caldeo nel suo messaggio. Inoltre – aggiunge - sacerdoti e religiosi non devono avere come aspirazione la ricerca di condizioni di vita confortevoli, ma servire i fratelli seguendo Cristo, anche accettando di portare la croce, quando ciò viene richiesto dalla circostanze. Per questo nessuno può abbandonare la propria diocesi o la propria comunità religiosa senza l'approvazione formale del Vescovo o del proprio superiore, secondo quanto è stato ribadito anche in occasione del Sinodo dei Vescovi caldei tenutosi nel giugno 2013. Già in quell'occasione, per mettere un freno ad un malcostume diffusosi negli ultimi anni, il Sinodo dei Vescovi caldei svoltosi a Baghdad aveva stabilito che nessun sacerdote può spostare la sua residenza da una diocesi all'altra senza il consenso di ambedue i Vescovi.
Adesso, dopo i tragici eventi che nel nord iracheno hanno coinvolto decine di migliaia di cristiani costretti ad abbandonare le proprie case davanti all'avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico (IS), il Patriarca Louis Raphael I richiama tutti i sacerdoti e i religiosi caldei che hanno lasciato l'Iraq, trasferendosi presso le comunità della diaspora caldea sparse nel mondo, a rientrare nel proprio Paese e a mettersi al servizio di chi si trova maggiormente nel bisogno. Il Patriarca avverte infine che saranno presi provvedimenti disciplinari per chi, entro un mese, non avrà risposto al richiamo dando conto della sua situazione ai propri superiori.

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Premio Sakharov: tra i candidati Mons. Sako e Aiuto alla Chiesa che Soffre

By SIR

Cristiani perseguitati, attivisti della primavera araba, difensori dei diritti fondamentali e della libertà in varie parti del mondo: durante la riunione odierna a Bruxelles delle commissioni affari esteri e sviluppo e della sottocommissione per i diritti umani dell’Europarlamento, vengono presentati i sette candidati al Premio Sakharov 2014, istituito nel 1988 per sostenere persone, associazioni e istituzioni che si occupano della libertà di pensiero e dei diritti umani. I candidati sono stati proposti dagli eurodeputati (occorrono 40 firme per sostenere una candidatura); il vincitore finale sarà indicato dalla conferenza dei capigruppo dell’Assemblea Ue a ottobre, mentre la premiazione avverrà in seduta plenaria a Strasburgo il 26 novembre.
Tra i nominativi figurano il professore Mahmoud Al Asali, ucciso in Iraq dalle milizie Is, assieme a Louis Raphael Sako, patriarca cattolico iracheno; le organizzazioni Aiuto alla Chiesa che soffre, Open Doors, Chredo, Oeuvre d’Orient impegnate per la difesa dei cristiani in Medio Oriente; tre esponenti della Primavera araba finiti agli arresti, ossia il rapper marocchino Mouad Belghouate, il blogger egiziano Alaa Abdel Fattah, il rapper tunisino Ala Yaacoubi.
Gli altri candidati al Sakharov 2014 sono: Ayaan Hirsi Ali, politica e scrittrice somala naturalizzata olandese, che si batte contro gli estremismi religiosi; il ginecologo congolese Denis Mukwege che si occupa delle donne vittime di violenza; Leyla Yunus, attivista per i diritti umani in Azerbaigian; Mustafa Nayem, Ruslana Lyzhychko, Yelyzaveta Schepetylnykova, Tetiana Chornovo quattro dimostranti di Maidan (Ucraina), in rappresentanza di tutti coloro che si battono per la pace e i diritti nel Paese europeo.

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lunedì, settembre 22, 2014

 

Lo Stato islamico avanza in Iraq. Almeno 130 mila profughi in Turchia

By Radiovaticana
Debora Donnini

Lo Stato islamico riprende in Iraq le città di Saqlawiyah e Alsger mentre in Siria i curdi frenano la loro avanzata verso Kobane anche se gli jihadisti hanno ripreso il controllo di oltre un centinaio di villaggi a maggioranza curda nella zona situata nella provincia di Aleppo. L’offensiva dell’Is verso una delle principali enclave curde della Siria ha dunque messo in fuga migliaia di persone che hanno cercato rifugio in Turchia. Almeno 130mila hanno attraversato il confine e il governo turco ha iniziato a chiudere i passaggi di frontiera. Sul fronte iracheno, un deputato ha accusato l’Is di aver usato il gas asfissiante al cloro in un attacco compiuto oggi a Fallujah, che ha ucciso 300 militari iracheni. Arriva, intanto, un nuovo messaggio audio dell’Is diffuso via Twitter. Vi si minaccia di “conquistare Roma”, intesa come simbolo del cristianesimo. Poco prima, in un altro messaggio, sempre il portavoce degli estremisti Al-Adnani aveva esortato i suoi miliziani a uccidere qualsiasi infedele.
Sui motivi dell’offensiva dei jihadisti in questa zona curda della Siria, Giancarlo La Vella ha intervistato Domenico Chirico, direttore di “Un ponte per…”, rientrato da poco dalla zona:
E’ un’area a maggioranza curda, ma ci sono anche moltissimi cristiani. Nell’area del nord della Siria, infatti, ci sono molti cristiani che avevano avviato un’esperienza di convivenza anche con i curdi siriani, creando un’area autonoma. L’attacco dell’Is è una conseguenza dell’offensiva in Iraq. I jihadisti si stanno concentrando, cioè, molto di più in questi giorni sulla Siria, perché sono alle strette in Iraq, dove l’offensiva internazionale sta puntando a farli uscire dal Paese. Peraltro, va detto che l’area di Kobane, da cui pare siano fuggite 130 mila persone nelle ultime ore, è a 100 km da Raqqa, quartier generale dei miliziani, ed è strategico per l’Is conquistarla.
La Turchia stessa sembra stia trovandosi in difficoltà di fronte all’arrivo di questa ondata imponente di profughi...
Nelle aree curde della Siria, c’erano già tantissime persone sfollate da altre aree. Già era quindi una situazione di estrema fragilità. Queste persone hanno cercato di andare ora verso la Turchia e Ankara ha aperto inizialmente le frontiere, ma poi le ha richiuse. E c’è l’Iraq, l’altra area dove potrebbero in teoria fuggire, ma anche lì le frontiere sono chiuse. Queste persone quindi sono in trappola. E’ una situazione pazzesca e non si capisce bene se ci sia la possibilità di aiutarle, anche perché va detto che l’area nord della Siria è una zona difficilissima da raggiungere, anche per gli aiuti umanitari, ed è stata anche un’area molto negletta, in termini di interventi.
Questa volta, tra l’altro, si fugge non solo per andare a trovare situazioni migliori rispetto ai luoghi di partenza, ma forse anche per salvare la vita, dato che le offensive dello Stato islamico si rivolgono spesso anche contro i civili...
Quello che noi abbiamo visto ad agosto in Iraq è stato terribile, nel senso che i metodi dell’Is sono medievali: sono quelli dell’assedio, del togliere l’acqua, la luce, del rapire donne e bambini. In alcune comunità cristiane, dove lavoriamo da tempo, hanno rapito anche giovanissimi senza una reale ragione, se non quella del terrore, cioè terrorizzare le persone e la popolazione: insomma la crudeltà, proprio, come strumento scientifico di guerra. I profughi fanno fatica a tornare, anche quando questi luoghi vengono progressivamente liberati. Il trauma, infatti, è enorme di fronte ad un nemico di una forza oscura.
E’ immaginabile una via d’uscita da questa situazione?
Sarà necessario nel domani lavorare, come è stato 20 anni fa in Bosnia, con alterni successi, sulla convivenza. Molto spesso, infatti, questo nemico crudele non è una forza venuta dall’esterno, ma può essere anche la persona del villaggio vicino, che è semplicemente di un’altra religione. Quindi c’è paura, soprattutto tra gli appartenenti alle minoranze cristiane e yazide, che dicono: io come faccio domani a tornare nel mio villaggio, quando le persone del villaggio vicino sono state i miei aguzzini?

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Documentario: Syria's Christian Exodus

Salvaimonasteri
presenta

IRAQ - SIRIA, il dramma dei Cristiani

Un’iniziativa promossa dalla Vice Presidente della Camera dei deputati
On.Marina Sereni e dall' On. Pierluigi Castagnetti

Presentazione documentario
SYRIA'S CHRISTIAN EXODUS
di
Elisabetta Valgiusti

Partecipano:
S. B.Ignatius Youssef III Younan
Patriarca di Antiochia dei Siri Cattolici
Marco Tarquinio
Direttore Avvenire

venerdi 26 settembre - ore 9.30
Sala del Mappamondo 
Camera dei deputati 
Piazza Montecitorio
Ingresso principale
Roma

Accrediti
entro 24/09/14 salvaimonasteri@tiscali.it
Info:
www.savethemonasteries.org
Accrediti stampa fax 06.6783082
Documento riconoscimento valido per l'accesso.
Obbligo giacca per gli uomini.

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By Asia News

"Uccidete i miscredenti nei loro letti", che siano americani o europei, in particolare "gli sporchi e malefici francesi", così come gli australiani e i canadesi, o "qualsiasi altro miscredente", soprattutto quelli appartenenti "ai Paesi della coalizione contro lo Stato islamico".
Continua la campagna mediatica degli islamisti, che proprio ieri hanno diffuso l'ultimo appello in cui invitano a uccidere infedeli e miscredenti "in qualunque modo" e di attaccare anche "i civili".
A lanciare il messaggio di guerra è il portavoce dello Stato Islamico (SI) Abu Mohammad al Adnani, che in un video di 42 minuti postato in rete invita al jihad mescolando riferimenti religiosi e politica internazionale. Intanto dall'Europa arriva un nuovo attestato di solidarietà e vicinanza ai cristiani irakeni, vittima come altre componenti del Paese - sciiti, curdi, turcmeni e gli stessi sunniti - della follia islamista. Il movimento cattolico Pax Christi chiede di "non dimenticare l'Iraq" e sostenere l'opera della Chiesa locale a favore di profughi e sfollati. 
Il portavoce del movimento terrorista che ha conquistato ampie porzioni di Iraq e Siria, fondando un Califfato in cui vige la sharia, parla di "campagna finale dei crociati" ma avverte che saranno "i soldati dello Stato islamico a condurre l'attacco". Egli annuncia che "conquisteremo la vostra Roma, faremo a pezzi le vostre croci, ridurremo in schiavitù le vostre donne".
Al Adnani definisce il presidente Usa Barack Obama "servo degli ebrei e vigliacco", quindi invita i sunniti a non aderire alla coalizione e a non fornire uomini né mezzi. 

Il portavoce del Califfato esorta a uccidere "militari e civili" e, in risposta alle condanne delle autorità religiose musulmane dei giorni scorsi, aggiunge inoltre che "siete autorizzati a farlo, non è peccato". Infine, usando i termini cari alla propaganda di al Qaeda chiede di colpire anche con armi improprie o rudimentali: "spaccate la testa con un sasso, tagliate la gola con un coltello, strozzate o avvelenate...", perché chiunque secondo questa logica può essere strumento del jihad, non solo l'infiltrato ma pure il semplice "simpatizzante". 
Nel mirino degli estremisti islamici vi è anche la Francia e i suoi cittadini, in seguito alla decisione dell'Eliseo di unirsi agli attacchi aerei della coalizione colpendo, fra i primi obiettivi, un centro logistico dello SI nel nord-est dell'Iraq. E proprio dalla Chiesa di Francia arriva l'ultimo, in ordine di tempo, attestato di forte solidarietà alla minoranza cristiana.
In un comunicato a firma di mons. Marc Stenger, vescovo di Troyes e presidente di Pax Christi, si rinnova l'invito a "non dimenticare l'Iraq".
Il prelato sottolinea il lavoro di "sensibilizzazione" dell'opinione pubblica francese sulla "tragica situazione" dei cristiani e di altre minoranze; tuttavia, è necessario "rimanere vigili" per sostenere i "perseguitati" rimasti in patria e "accogliere" gli esuli. 

Il presidente di Pax Christi, movimento internazionale cattolico nato in Francia nel 1945, ricorda il messaggio di "speranza cristiana" più volte rilanciato dal patriarca caldeo mar Louis Raphael I Sako, pur a fronte di una realtà drammatica. Esso non consiste in una "parola vuota", avverte il prelato, ma si deve tradurre in "azioni concrete"; fra queste la formazione di "organizzazioni cristiane competenti", che siano in grado di "analizzare la situazione e le conseguenze", oltre che proporre "piani per l'avvenire". "È compito di Pax Christi - sottolinea il presidente - e di altri organismi, fornire il proprio sostegno a queste organizzazioni". 
Mons. Stenger chiede di adottare un inventario delle famiglie di sfollati e le perdite subite, perché possano beneficiare di risarcimenti adeguati, rispondere alla sfida educativa per evitare il pericolo di "una generazione non istruita". Infine, il prelato avverte che non basta l'intervento per sconfiggere gli islamisti sul piano militare, ma "bisogna costruire" e per questo è oggi ancor più necessario "sostenere l'Iraq" e il suo futuro, perché "è in gioco anche la pace e il futuro di tutto il mondo".

Nota di Baghdadhope: Leggi il comunicato di Pax Christi Francia
Communiqué du 19 septembre 2014 -

Communiqué 190914

 N’oublions pas l’Irak

 L’été dernier, grâce à diverses initiatives prises par les Eglises, grâce à des prises de position d’organisations, grâce aussi à une couverture médiatique importante des évènements, l’opinion française a été sensibilisée à la situation tragique des réfugiés chrétiens et d’autres minorités spoliées, chassées et tuées par l’Etat Islamique auto-proclamé qui fait ses ravages en Irak. Nous avons pu communier à la souffrance de ces minorités. Le gouvernement français a décidé d’accueillir un certain nombre de réfugiés.
Même si d’autres préoccupations occupent une certaine place dans notre attention quotidienne, nous devons continuer à rester vigilants pour soutenir les minorités persécutées qui sont restées là-bas et pour accueillir ceux qui arrivent chez nous. Nous n’avons pas le droit d’oublier l’Irak ! Le dernier message, daté du 4 septembre, du patriarche chaldéen Louis Raphaël Sako, un homme de paix et de dialogue, s’intitule : « Après un mois de déplacement les chrétiens en Irak vont vers leur extinction ». Le texte évoque les violences du quotidien dont sont victimes les chrétiens et d’autres minorités, et qui manifeste clairement une volonté d’anéantir ces minorités.
Face à ces situations désespérées, le patriarche en appelle cependant à l’espérance chrétienne qui ne doit pas être un vain mot, mais qui doit se traduire en actions concrètes. Il énumère quelques suggestions qui méritent une grande attention.
Parmi celles-ci nous retenons la nécessité de former des organisations chrétiennes compétentes, capables d’analyser les situations et leurs conséquences, et de proposer des solutions et des plans pour l’avenir. Il est du devoir de Pax Christi et d’autres organismes d’apporter leur soutien à ces organisations.
Nous retenons aussi l’importance de dresser un inventaire des familles déplacées et des dommages causés pour que les victimes aient l’espoir d’une compensation qui leur permette d’envisager l’avenir. L’Occident devrait mettre son savoir-faire à la disposition de ceux qui auront à prendre en charge ce travail.
Le Patriarche propose également l’instauration d’un Comité pour l’Education qui prenne en compte les problèmes posés par le déplacement pour l’éducation des jeunes à tous les niveaux de l’enseignement.
Il faut enfin au plan international créer une commission d’enquête qui relève les violations des droits de l’homme et fasse la vérité sur les atrocités et crimes commis par le soi-disant Etat Islamique.
Un certain nombre de pays viennent de décider une intervention militaire pour mettre fin aux menées du soi-disant « Etat Islamique ». Au-delà de cette décision il faut construire.
N’oublions pas l’Irak. Soutenons ceux qui croient en l’avenir. Dans ce qui se passe là-bas, c’est l’avenir de notre monde et de la paix qui est en jeu.
 
+ Monseigneur Marc STENGER     
Evêque de Troyes
Président de Pax Christi France
 
Catherine BILLET
Déléguée nationale          
 
Dominique LANG, aa      
Aumônier national

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World Chaldean Group Urges US to Resettle 70,000 Refugees

By Rudaw
James Reinl

A US-based group of the Chaldean Christians has called on the United States to open its doors to members of the religious minority who fled from the advancing Islamic State (IS) army in Iraq.
The Minority Humanitarian Foundation, a US-based charity, has contact with 70,000 Chaldeans who fled from Mosul and its surrounding areas when IS – an extremist Sunni Muslim militia – stormed the region in July and imposed draconian religious laws.
“The US and likeminded countries should open their doors,” said Mark Arabo, the group’s spokesman for Chaldean Christians. “Some 70,000 innocent lives have contacted us in the last two weeks, begging to be rescued and go anywhere they could because they cannot return to their homes."
"This is not about giving them an extra sandwich, blanket or pillow. It's about telling the world we’re giving homes to the victims of genocide. We’re going to treat this like we treated Bosnia, with resettlement as a top priority.”
Thousands of people fled Mosul and its surrounding areas when IS, which is also known as ISIS and ISIL, reached the city and demanded that Christians either convert, submit to their radical laws and pay a religious tax or face death by the sword.
Members of other faiths in the once diverse city, including Yazidis, Shi’ites and Shabaks, also fled from the hard-line militants, who have blown up mosques, churches and shrines and seized the belongings of fleeing minorities.
§Most fleeing Chaldean Christians sought refuge in Kurdish areas, where they get basic supplies and shelter but fear the approaching winter. Some 70,000 Chaldean families in the US are willing to sponsor and assist those who can come to the US, Arabo said.
“We have to settle them and the US is their best choice,” Bishop Sarhad Yawsip Jammo, the senior Chaldean Catholic Bishop of America, told Rudaw. “We already have 250-300,000 Chaldeans in the US. They cannot go home. Bedouins and other Muslims, who were their neighbours, collaborated with ISIS. ISIS booby trapped their houses. If they go home, boom.”
A spokesman for US State Department said the US has taken in 110,000 Iraqi refugees in recent years, including 45,000 from minority religious groups. The US also works with the US refugee agency, UNHCR.
"We meet regularly with representatives from a variety of Iraqi religious groups, and we are aware of a number of different proposals for how best to respond to the security needs of members of Iraq’s religious and ethnic minority groups,"
the spokesman said.

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venerdì, settembre 19, 2014

 

Cristiani ad Erbil. Padre Douglas Bazi: Il nostro futuro sono i bambini. Salviamoli!

By Baghdadhope*
Padre Douglas Bazi, sacerdote caldeo, è uno che nella vita ne ha viste tante. Nato nel 1972 da bambino ha visto la guerra contro l'Iran ed ha vissuto sotto il regime che lo ha controllato fino al 2003 passando per la guerra del 1991 ed i tragici anni dell'embargo internazionale. Una volta "liberato" dagli americani ha condiviso con altri iracheni esperienze terrificanti: gli hanno sparato, hanno fatto esplodere una bomba a fianco della sua chiesa e lo hanno rapito per 9, terribili, giorni. Ha vissuto nella capitale irachena le drammatiche ondate di violenza che hanno colpito i cristiani nel 2004, nel 2006 e nel 2010 e dal 2013 vive e lavora nel Kurdistan iracheno. Dal 2003 ha anche molto viaggiato ed ad onor del vero ha rifiutato di sistemarsi in un paese europeo dove sarebbe stato accolto a braccia aperte perchè: "mi manca la mia gente, mi manca il mio paese" diceva. 
Quel paese cui, a differenza di molti, è sempre tornato ma che ora sente meno suo.
Padre Bazi è responsabile ad Ankawa di due centri che accolgono i cristiani che sono sfuggiti dalle violenze dell'IS.
Baghdadhope lo ha intervistato.
"Centri"
e non "campi" specifica e "parenti" e non "rifugiati" perchè "parole come 'centro' e 'rifugiato' fanno pensare a stranieri mentre invece è la nostra gente, la nostra famiglia." 

Il centro del Santuario di Mar Eliyya ospita 214 famiglie mentre quello chiamato Shlama Mall (Shlama significa pace in aramaico) che si trova vicino alla chiesa di San Giuseppe ne ospitava 111 fino a pochi giorni fa qunado si è riusciti a trasferirne 60 in case prese in affitto. Se si considera una media di 5 persone per famiglia il conto è presto fatto: quasi 1650 persone la maggior parte dovrà affrontare l'inverno nelle tende.
In entrambi i centri, pur con le ovvie difficoltà e le differenze, la situazione è, secondo Padre Bazi, "sotto controllo" .
Nel centro di Mar Eliyya non mancano cibo, medicine per le quali possono anche rivolgersi alla vicina Ankawa Clinic e medici che assistono le persone in un piccolo caravan. I "parenti" come preferisce chiamarli il sacerdote, dormono tutti sotto le tende, e nei primissimi giorni dopo il loro arrivo all'inizio di agosto, quando il centro non era ancora organizzato, hanno potuto contare sulle famiglie cristiane che vivevano già in città che li hanno nutriti, vestiti, ospitati ed offerto loro bagni e docce, aiutati anche dalla comunità cattolica di lingua inglese per il quale Padre Bazi celebrava e celebra la Messa. Ora bagni e docce sono nel centro e bastano per tutti così come il cibo fornito per tutti e due i centri all'80% dalla diocesi caldea di Erbil retta da Mons. Bashar Matti Warda (diocesi che sostiene come dichiara Padre Bazi la maggior parte dei 26 centri nel suo territorio) e per il 20% dalla generosa comunità cristiana di Ankawa. 
A descriverlo così il centro sembra un luogo di disagio, certo, ma anche senza problemi, che invece ci sono, specialmente per quanto riguarda il futuro di quelle persone. "Ogni mattina c'è una riunione" spiega Padre Bazi "con l'altro sacerdote che opera nel campo, Padre Danial al Khoury dell'Antica Chiesa dell'Est, e con i 25 volontari che lavorano con noi. Per prima cosa si stabilisce il programma della giornata e ciò che bisogna procurare per la vita del centro, successivamente si decide, sulla base di quanto osservato, il livello di sicurezza nel centro che va da verde se tutto è tranquillo, ad arancione quando la gente appare annoiata, aggressiva, o si riunisce in gruppi tra i quali può salire la tensione, a rosso quando le tensioni esplodono o, purtroppo, ci sono dei tentativi di suicidio." 
"Per le prime settimane" continua il sacerdote "la nostra priorità sono stati i bambini per i quali abbiamo organizzato varie attività come giochi e proiezioni di film che li tengono occupati tutto il giorno. Qualche giorno fa abbiamo anche iniziato a farli studiare con volontari che insegnano mstematica, inglese, arabo e qualche altra materia. I bambini hanno vissuto esperienze durissime ma non direi che sono traumatizzati, raccomandiamo sempre agli adulti, parenti ed operatori, di non trasferire le angosce sui bambini che meritano una vita quanto più normale, se li perdiamo perdiamo il loro ma anche il nostro futuro."
"Ora che le giornate dei bambini sono organizzate ci stiamo prendendo cura delle giovani ragazze che non possono lasciare il centro e che, troppo grandi per giocare ma troppo piccole per sfuggire al controllo familiare cominciano a risentire dell'isolamento e potrebbero cercare di fuggire o mettersi nei guai."
"A breve termine le prime vittime delle azioni dell'IS possono essere proprio loro mentre a lungo termine ci preoccupa il futuro dei bambini."
"In sostanza posso dire che tutti i problemi materiali possono essere risolti o superati, d'altra parte gli iracheni non sono morti di fame neanche durante l'embargo, ma che quelli psicologici legati ai traumi subiti da chi è stato vittima di violenza o legati alla forzata convivenza in condizioni disagiate sono più difficili da risolvere." 
La situazione nel centro di Shlama Mall è diversa da quella di Mar Eliyya perchè diverse sono le persone che abitano il palazzo ancora in costruzione in alcune sue parti. Al pian terreno abitano famiglie provenienti dal villaggio di Qaraqosh, al primo provenienti da Qaraqosh e Karamles ed al secondo solo da Karamles.
"Sono tutte famiglie imparentate tra loro ed autosufficenti dal punto di vista organizzativo tanto che noi forniamo ciò che loro serve ed ad esempio ognuna cucina per sè e gestisce i propri membri. Certo bisogna controllare anche lì che la tensione non salga e non si formino gruppi ostili agli altri ma nel complesso direi che anche a Shlama Mall la situazione è sotto controllo." Certo non deve essere facile per i due sacerdoti ed i 25 volontari gestire una situazione che per quanto "sotto controllo" è potenzialmente esplosiva come sempre accade quando migliaia di persone sono costrette a convivere "in cattività" senza speranza di poter riavere una vita normale.
Quella che ci vuole è un'organizzazione quasi militare che Padre Bazi già in passato ha dimostrato di poter gestire, ma anche fantasiosa. Con qualche trucco, spiega il sacerdote, "nel centro di Mar Eliyya abbiamo risolto il problema dei rifiuti prodotti da così tante persone" dice ridendo "con un metodo magari poco ortodosso ma efficace: paghiamo i bambini che ce la portano. In questo modo tutto funziona e sono contenti. Il centro è pulito ed i bambini che ricevono uno snack, una bibita o un pacco di biscotti si sentono utili, e lo sono davvero."
Padre, che ne sarà di questa gente?

"Non so quando l'IS sarà sconfitto in Iraq e se e quando queste persone potranno lasciare i centri. Il 50% cercherà di fuggire all'estero e l'altro 50 cercherà di tornare alle proprie case, forse una metà di loro recupererà qualcosa se ancora c'è e si trasferirà in Kurdistan. Magari non ad Erbil che ha un costo della vita altissimo, forse nelle vicinanze. Tutto è da vedere. Penso che il governo e la chiesa potranno sostenere queste persone per il cibo e l'affitto ma rimane il problema del lavoro che in Kurdistan non c'è per tutti."
Molti, secondo la sua opinione, cercheranno di lasciare l'Iraq, ci riusciranno?

"Non lo so. Ho apprezzato la Francia quando si è dichiarata disponibile a concedere visti agli iracheni cristiani, bisognerà vedere se sarà davvero così e se altri paesi saranno disposti ad acccoglierli. 

Nell'ultima omelia ho detto chiaramente alla gente che il loro primo pensiero  devono essere i loro figli ed il loro futuro, e che nessuno ha il diritto di dire loro cosa fare o dove vivere. Spero che il mondo occidentale voglia dare a queste persone l'opportunità di ricostruirsi una vita altrove da qui se lo desiderano.
Che vantaggio c'è nell'essere uccisi in Iraq? Di cosa è meglio parlare, dei cristiani iracheni vivi, magari all'estero, o di quelli morti?
Abbiamo sofferto abbastanza, ora il nostro dovere è di non far soffrire le prossime generazioni.
I nostri antenati hanno fatto la storia della cristianità in questa parte del mondo e noi li ammiriamo per questo, noi ora però fuggiamo dal demonio. Tutti ci auguriamo che queste persone possano tornare alle loro case, al loro lavoro. Ma ci sono ancora quelle case? Ci sono ancora quei lavori per loro? Se consideriamo gli ultimi avvenimenti con la ragione e non con il cuore come possiamo pretendere che queste persone si fidino a tornarvi? Nessuno le ha difese dallo Stato Islamico. Possiamo rassicurali che un domani non sarà lo stesso? Perchè chiedo che l'Occidente apra i confini a chi non ce la fa più a vivere in questa situazione? Perchè penso che se ai cristiani non verrà data questa opportunità potranno essere uccisi, potranno sopravvivere ma pagando la tassa che la legge islamica impone ai non musulmani, qualcuno potrebbe alla fine convertirsi pur di salvarsi e qualcun'altro potrebbe addirittura provare a reagire con la forza innescando l'ennesima spirale di violenza. Sono alternative queste? Voi in Occidente le accettereste? Dico questo soffrendo perchè, da sacerdote, se perdo la mia gente cosa mi rimarrà? Io amo il mio paese e non l'ho mai abbandonato neanche nei periodi più bui, ma queste persone hanno figli ed anche per noi, come per voi, i bambini sono il futuro. Ed il futuro non deve essere negato a nessuno."

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Christians in Erbil. Father Douglas Bazi: Our future is in our children. Let's save them!

By Baghdadhope*

Father Douglas Bazi, a Chaldean priest, had a hard life. Born in 1972, as a child he saw the war against Iran and lived under the regime that controlled his life until 2003, going trough the 1991 war and the tragic years of the international embargo.
Once "freed" by the Americans he shared with other Iraqis terrifying experiences: he was shot, a bomb exploded next to his church and he was kidnapped for 9, terrible days. He lived in the Iraqi capital the dramatic waves of violence that affected the Christians in 2004, in 2006 and 2010 and since 2013 he has been living and working in Iraqi Kurdistan. Since 2003 he also travelled a lot and, to tell the truth, he refused to settle down in a European country where he would be welcomed with open arms because: "I miss my people, I miss my country," as he used to say.
The country to which, unlike many others, he always returned, but that now he feels to be less his.
Father Bazi is responsible in Ankawa of two hospitality centres for Christians who fled from the violence of the IS.
Baghdadhope interviewed him.
"Centres" and not "camps" the priest specifies and "relatives" and not "refugees" because "words such as 'centre' and 'refugee' make people think about foreigners while they are our people, our family."
The centre of the shrine of Mar Eliyya hosts 214 families, while the centre called Shlama Mall, (Shlama means peace in Aramaic) which is located near the church of Saint Joseph, hosted 111 families until some days ago when 60 of them were moved in rented houses. If you consider an average of 5 people per family the account is easily done: almost 1650 people, most of whom will have to face the coming winter living in tents.
In both centres, despite the obvious difficulties and differences, the situation is, according Father Bazi, "under control."
In Mar Eliyya centre there is no shortage of food or medicines, that can be provided also by the near Ankawa Clinic, or doctors who assist people in a small caravan. All the "relatives" as the priest prefers to call the guests, sleep in tents, and in the first few days after their arrival in early August, when the centre was still not organized, they could rely on Christian families already living in the city who fed, clothed and housed them offering them their baths and showers, aided by the English speaking Catholic community for which Father Bazi celebrated and celebrates the Holy Mass. Now bathrooms and showers are in the centre and they are enough for all, as well as the food that is mostly (80%) provided for the two centres by the Chaldean diocese of Erbil managed by Mons. Matti Bashar Warda (diocese that as the Father Bazi declares support most of the 26 centres in its territory) and for the remaining 20% by the generous Christian community of Ankawa.
Such described the centre looks like only a place of discomfort but there are problems too, especially as for the future of these people.
"Every morning there is a meeting," says Father Bazi "with the other priest, Father  Danial Al Khoury of the Ancient Church of the East, and the 25 volunteers who work with us. Firstly we decide the schedule of the day and what we need, then we decide, based on what we observed, the level of safety in the centre that goes from green when everything is quiet, to orange when people appear bored, aggressive, or gather in groups among which the conflicts can arise, to red when there are conflicts or, unfortunately, in case of suicide attempts. "
"For the first weeks," the priest continues, "we focused on children for whom we have organized various activities such as games and films that keep them busy all day. Some days ago we even started lessons for them, the volunteers teach Math, English, Arabic and some other subject. The children lived harsh experiences and we always recommend adults, parents and professionals to not transfer their anxieties to them who deserve a normal life, if we lose the children we lose their and our future."
"Now that children’s days have been scheduled we are taking care of the younger girls who cannot leave the centre and who, too old to play but too small to get away from the control of their families, begin to feel the effects of isolation and may try to escape or get into trouble. "
"In the short term the first victims of the actions of the IS can be these girls, while in the long term we are concerned about children’s future."

"Basically, I can say that all the material problems can be solved or overcome - on the other hand the Iraqis didn’t starve during the embargo - but the psychological ones related to the trauma suffered by those who have been victims of violence, or related to the forced cohabitation in poor conditions are more difficult to solve."
The situation in Shlama Mall centre is different from that of Mar Eliyya because the people who live in the still under construction building are different. The ground floor  is occupied by families from the village of Qaraqosh, on the first floor the families come from Qaraqosh and Karamles and on the second there are only families  from Karamles.
"They are all families related to each other and self-sufficient from the point of view of organization so that we deliver what they need, and for example, they cook the food and manage their members. Certainly we must check to prevent the arising of conflicts among the groups but overall I would say that also in Shlama Mall, the situation is under control."
It is not easy for the two priests and the 25 volunteers to handle a situation that can be "under control" but is potentially explosive as always happens when thousands of people are forced to live together "in captivity" with no hope of being able to get back to a normal life.
What is necessary is an almost military organization capability Father Bazi has previously shown to have, but also imagination. With a few tricks, as the priest says "in Mar Eliyya centre we solved the problem of waste produced by so many people," he laughs, "maybe in an unconventional but effective method: we pay the kids if they take it to us. In this way everything works. The centre is clean and the children who receive a snack, a drink or a packet of biscuits feel useful, and they really are. "
Father, what will be these people’s fate?
"I don't know when the IS will be defeated in Iraq and if and when these people can leave the centres. 50% of them will try to flee abroad and the other 50% will try to go back to their homes, perhaps a half of them will recover something if something is still there, and will be moving in Kurdistan. Maybe not in Erbil that has a high cost of living, perhaps nearby. We will see. I think the government and the church will be able to support these people for food and the rent but there are no jobs for all of them in Kurdistan."
In your opinion many will try to leave Iraq,  will they succeed?
"I don’t know. I appreciated when France declared its willingness to grant visas to Iraqi Christians, we will see if it is really so, and if other countries will welcome them.
In my last homily I've made it clear to people that their first thought should be their children and their future, and that no one has the right to tell them what to do or where to live. I hope that the Western world wants to give these people the opportunity to rebuild their lives elsewhere from here if they wish.
What is the advantage of being killed in Iraq? What is better to talk of: living Iraqi Christians, even if  abroad, or those who died?
We have suffered enough, now it is our duty not to make the next generation suffer.
Our ancestors made the history of Christianity in this part of the world and we admire them for that, but now we flee the devil. We all hope that these people can return to their homes, to their jobs. But are there still those houses? Are there still those jobs for them? If we consider the recent events from a rational point of view and not with our heart how can we expect these people to feel safe in returning to their houses? No one defended them from the Islamic State. Can we assure them that tomorrow it will not be the same? Why do I ask to the West to open its borders to those who can't
live in this situation any longer? Because I think that if Christians will not be given this opportunity they could be killed, they could survive paying the tax that Islamic law imposes to non-Muslims, that someone could eventually be converted in order to save himself, and that someone might even try to respond with force triggering another spiral of violence. Are these alternatives? You in the West, would you accept them? I suffer saying this because, as a priest, if I lose my people what  will I have? I love my country and I never deserted it even in the darkest times, but these people have children and for us, as it is for you, the children are the future. And no one must be deprived of his own future."

 














by World Watch Monitor 

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