giovedì, dicembre 18, 2014

 

A Istanbul, nella scuola dei bambini rifugiati dalla Siria e dall'Iraq

By Comunità di Sant'Egidio

Nelle vie di Istanbul, da qualche mese, ai semafori dei grandi viali, si affollano decine bambini di ogni età: si rincorrono e si avvicinano alle macchine, chiedendo soldi e cibo. Molti di loro sono siriani e iracheni: fanno parte di quel popolo di profughi - si dice circa due milioni - arrivati in Turchia per sfuggire alla guerra e alla distruzione delle loro città.
Vivono in alloggi di fortuna, spesso case abbandonate, e hanno bisogno di tutto.
Nella grande scuola dei padri salesiani, grazie anche al contributo della Comunità di Sant'Egidio, ne sono stati accolti circa 300: possono studiare, ma ricevono anche cibo e abiti. Da qualche tempo, inoltre, sono iniziati corsi di inglese per i genitori, per aiutarne l'integrazione.
Quasi tutti sono cristiani. Papa Francesco, in visita a Istanbul pochi giorni fa, ha voluto incontrarne un gruppo.
Oggi hanno i volti felici, ma quando si chiede loro da dove vengono, si intuiscono storie drammatiche: "io sono di Erbil", "io vengo da Aleppo". Anche le insegnanti sono giovani profughe, e ci aiutano a parlare con loro.
Il 16 dicembre,infatti, i bambini hanno ricevuto la visita di un gruppo di amici italiani della Comunità di Sant'Egidio. Alcuni sono volti noti ai bambini: Andrea Riccardi e don Marco Gnavi li hanno già visitati alcuni mesi fa e proprio da allora la Comunità ha iniziato ad aiutare padre Andrés in quest'opera di accoglienza: inizialmente fornendo loro i pasti e poi contribuendo a migliorare le strutture della scuola.
Il vecchio pavimento del cortile, tutto dissestato, verrà presto sostituito da uno nuovo. Il materiale è già stato acquistato e verrà presto installato, per offrire ai ragazzi un luogo dove giocare, fare ginnastica, vivere una vita "da bambini" come è giusto che sia, lontani dagli orrori della guerra di cui sono stati testimoni.

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Iraq. Voci da "Ainkawa mall"

By Osservatorio Iraq
Eleonora Gatto


Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, ha vissuto nell’ultimo un anno un boom economico e una conseguente espansione urbana, in modo particolare in quei quartieri periferici in cui sono stati eretti grattacieli, dove i locali di lusso forniscono intrattenimenti per uomini d’affari, e i centri commerciali mostrano un’ingannevole immagine di sviluppo, mentre i leader kurdi già immaginano uno Stato potente, basato sul commercio del petrolio.
Riproducendo ciecamente il modello occidentale, Erbil sta aprendo le porte a investitori stranieri – specialmente turchi – e sta rapidamente diventando un importante snodo commerciale in Medio Oriente.
Sulla strada per il distretto cristiano di Ainkawa, eclatanti cartelloni pubblicitari mostrano i cantieri di residenze lussuose, promessa di una vita ideale, mentre tra gli scheletri di edifici in costruzione le voci suggeriscono la presenza di rifugiati e sfollati interni, fuggiti dalla violenza in Iraq.
Dal mese di giugno, il governatorato di Erbil ospita migliaia di iracheni costretti a lasciare le loro città trovando rifugio nella regione autonoma del nord, che è divenuta un paradiso per le minoranze religiose perseguitate.
Le famiglie adesso affrontano una vita dura nei campi, nelle tende, o in insediamenti “informali” in cui l’accesso ai servizi e agli aiuti non è sempre garantito.
Nelle periferie di Ainkawa un centro commerciale, conosciuto come “Ainkawa mall”, è sfuggito al suo destino di profitto divenendo invece un rifugio per 400 famiglie sfollate dalla Piana di Ninive, per la maggior parte cristiani che appartengono alla chiesa Caldea, a quella Siriaca Ortodossa e a quella Cattolica.

Voci da “Ainkawa mall”
Barbieri e commercianti animano il piano terra dell’edificio. Giovani uomini si guardano allo specchio, sistemandosi i capelli e le sopracciglia, mentre altri, in coda, aspettano per farsi la barba.
Lunghi fili aggrovigliati di panni stesi attraversano tutto lo spazio, in cerca dei raggi di un sole assente, dove invece regna il buio e l’umidità.
La croce fatta di corda sospesa all’ingresso suggerisce che le famiglie appartengono principalmente a villaggi cristiani come Qaraqosh, Bartella e Kharamles. Sono tutte fuggite dalla minaccia di Daesh, lo Stato Islamico.
A giugno, i miliziani di Daesh hanno fatto irruzione nella città di Mosul, senza incontrare resistenza. Durante gli scontri contro 3mila combattenti dello Stato Islamico, circa 60 mila soldati dell’esercito iracheno hanno abbandonato le postazioni, gettato le uniformi e sono fuggiti, lasciando dietro di sé le sofisticate armi che avevano fornito gli Stati Uniti, e che adesso sono nelle mani dell’organizzazione terrorista.
Tra coloro che sono stati costretti a fuggire c’è anche la famiglia di David e Dushi, il piccolo passerotto che lo accompagna sempre. “Ci siamo lasciati tutto alle spalle, persino i nostri documenti. Ma non abbiamo pensato due volte a portare Dushi con noi: fa parte della famiglia, e adesso ci accompagna con il suo canticchiare”, racconta.
Fuggiti a Qaraqosh all’inizio dell’estate, sono stati costretti a scappare ancora una volta trovando rifugio ad Erbil.
Anche Amar è dovuto fuggire: “Quando lo Stato Islamico ha raggiunto Mosul, ci hanno dato tre opzioni: convertirci all’Islam, pagare una tassa di protezione, o morire. In effetti non avevamo scelta. Naturalmente ero terrorizzato, soprattutto per la mia famiglia. Ma non ho potuto evitare di dire ad un miliziano dell’IS che mi sono trovato di fronte che il miscredente era lui, non io”.
Quando qualcuno inizia a raccontare la sua storia, più e più persone arrivano, e la fine di un racconto è solo il ponte verso l’inizio di un altro.
A Qaraqosh la strategia di Daesh non è stata diversa. Con la ritirata dei peshmerga sono riusciti a prendere il controllo della città in poche ore. Circa 20mila abitanti erano già fuggiti, ma molti altri sono stati colti di sorpresa o semplicemente non sono stati in grado di abbandonare le proprie case: soprattutto i più poveri, e le persone anziane.
Sono stati tenuti sotto assedio tra le loro quattro mura finché non è stato dato loro un ultimatum: riunirsi nella moschea più vicina ed essere evacuati in autobus.
Spaventati che potesse trattarsi di una trappola, ma senza riserve di cibo e acqua, non hanno avuto alternativa. Di fatto, sono stati espulsi dalla loro stessa città, e molti hanno raccontato il rapimento di giovani ragazze e donne, che nessuno ha mai più visto.
L’avanzata dello Stato Islamico nella regione è stata facilitata dalla fragilità del governo di Al-Maliki, che per decenni ha sacrificato le necessarie riforme politiche ai suoi interessi, incoraggiando la polarizzazione della società e la divisione tra identità etnico-religiose, che ha avuto come risultato il genocidio delle minoranze perseguitate, conflitti civili e disuguaglianze tra la popolazione sunnita.
Sull’onda delle “Primavere arabe” nel 2011, dalla società civile irachena era emerso un movimento nonviolento che si era sollevato reclamando un’alternativa al sistema, giustizia sociale, riforme e l’abrogazione di molte leggi emanate nel contesto del processo di “de-baathificazione” del paese. La reazione del governo è stata una violenta repressione, con un’escalation che, in seguito, ha permesso allo Stato Islamico di guadagnare consenso*.
La maggior parte dei cristiani adesso cerca un modo per lasciare il paese.
La madre di David, 80 anni, le cui rughe sono scavate nella storia, spiega perché. “Non abbiamo mai vissuto un momento di pace in questo paese. La storia si ripete, e non ho più speranza. Non voglio che i miei nipoti vivano una vita di persecuzioni”. Hanna, di Qaraqosh, madre di due bambini, aggiunge: “Questo paese è malato. Non vedo un futuro per i miei figli qui. Siamo già scappati da Baghdad nel 2007, e adesso ci troviamo rifugiati. Ancora una volta”.
Di quella che un tempo era una comunità di 1 milione di cristiani, oggi non restano che poche centinaia di migliaia di persone, e nuovi esodi sono all’orizzonte.
Al momento, un preoccupante sentimento di ostilità verso i musulmani sembra trasversale nella comunità. Nel lungo periodo, questo potrebbe condurre a nuovi cicli di violenza etnico-religiosa. Una realtà già vista nel conflitto dei Balcani.
“Perché il Papa non viene qui? Perché i cristiani non ci accolgono in Europa?”, è questa la domanda che mi viene posta spesso, in quanto italiana.
Le politiche della “Fortezza Europa” hanno contribuito a tenere i migranti fuori dalle sue mura, facilitando chi specula sulla tratta di esseri umani, invece di creare corridoi umanitari. E recentemente si è preferito creare pattuglie di controllo dei confini marittimi piuttosto che sostenere un programma come “Mare Nostrum”, che aiutava a salvare vite umane.
Le mura della “Fortezza Europa” si stanno alzando, e le sue fondamenta sono più stabili che mai. Basate su ignoranza, razzismo e interessi politici che alimentano il sistema illegale del traffico di vite umane. Per molti, l’Europa oggi resta un miraggio.

Sfide invernali
La voce profonda del sacerdote risuona nello scheletro dell’edificio in costruzione, richiamando i fedeli alla preghiera. È domenica pomeriggio e ad Aikawa mall sta scendendo il buio. L’elettricità manca da oltre una settimana, e mentre le ombre sottili si allungano verso ovest, le candele illuminano gli stretti corridoi, come lucciole. 
‘Niente elettricità’ significa che i riscaldamenti restano spenti.
Nelle stanze, che ospitano circa 5 persone per famiglia, la gente deve affrontare il freddo che entra prepotentemente negli spazi comuni ancora in costruzione. L’umidità penetra nelle ossa, si attacca ai vestiti e annuncia un inverno di angoscia e difficoltà.
‘Niente elettricità’ significa anche che l’acqua non viene pompata, lasciando interi piani senza scorte e causando un impatto immediato sulle condizioni dei bagni.
Gli abitanti del centro commerciale sanno bene che queste condizioni di vita insane causeranno loro problemi di salute, e i primi ad esserne colpiti saranno anziani e bambini. La frustrazione trova canali sbagliati di espressione, accumulandosi giorno dopo giorno, ed erompendo in scontri, liti, violenza domestica.
Inoltre, si parla di nuove fughe. Pochi chilometri più in là, la Chiesa ha iniziato a sistemare centinaia di caravan che probabilmente saranno assegnati ai cristiani di Ainkawa mall. Un nuovo esodo, tra molti altri. Un’altra incerta attesa, ancora una volta.
Uomini, donne, bambini si riuniscono intorno all’altare, uno dopo l’altro. Lasciano un bacio o una carezza al piccolo crocifisso illuminato dalle candele.
Il loro futuro resta incerto. Ma il Natale sta arrivando, e gli abitanti del centro commerciale sono pronti a celebrare la nascita di Gesù, nonostante tutto.

Clicca qui per vedere la fotogallery di Eleonora Gatto da Ainkawa mall.

*Eleonora Gatto, Community mobilization coordinator di Un ponte per…, si trova attualmente ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, per lavorare all’emergenza che ha coinvolto minoranze e sfollati iracheni. Questo articolo è stato scritto in inglese per il suo blog. La traduzione è a cura di Cecilia Dalla Negra.

**Fonte: “La crisi irachena, cause ed effetti di una storia che non insegna”, a cura di Osservatorio Iraq, Edizioni dell’Asino. 2014

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Secolarismo, divisioni sunniti-sciiti, lo Stato islamico cancellano i cristiani dal Medio oriente

 Fady Noun

Come appaiono lontani i tempi in cui montava l'indignazione contro le parole di papa Benedetto XVI, il quale sembrava aver dato il proprio sostegno agli apologeti che associavano l'islam alla violenza, mentre il Pontefice non faceva altro che riprendere una citazione di Manuele II Paleologo. Repressa dalla verità ufficiale, questa violenza appare oggi in tutta la sua portata su YouTube, sotto forma di persone torturate mediante crocifissione, di intere popolazioni private dei propri beni e cacciate dalla loro terra, di donne violentate e vendute, di prigionieri prima torturati e poi decapitati. È ormai compito dei musulmani, allarmati per la crescita dell'islamofobia, mobilitarsi e confutare quello che tutti - in particolare l'Occidente condizionato dalle notizie riportate sui media - affermano ormai essere "il vero volto dell'islam". 
I quattro militari e poliziotti libanesi assassinati dalle milizie del fronte di Jahbat Al-Nusra e il gruppo Stato islamico già in posizione, a due passi dalle nostre frontiere orientali, sono un segno evidente che questa questione, fondamentale per il futuro della regione, non ci risparmierà nel presente prossimo.  
In realtà, non lo è già da oggi. Il muftì della Repubblica, lo sceicco Abdel Latif Deriane, ha partecipato in questi giorni a un incontro in programma a Riyadh, in Arabia Saudita, incentrato sul tema: "I criteri dei conflitti all'interno dell'islam e la loro applicazione contemporanea", un tema che racchiude collegamenti diretti con la più stretta attualità. Egli aveva peraltro appena partecipato a una "Conferenza contro l'estremismo e il terrorismo" organizzata dall'università egiziana di Al-Azhar, al Cairo, a pochi giorni di distanza dall'appello lanciato da papa Francesco al rientro della visita in Turchia, che chiedeva a gran voce di "condannare questa violenza che nuoce all'islam stesso".
Padre Fadi Saou, fondatore dell'associazione Adyan, e Mohammad Sammak, co-presidente del Comitato nazionale per il dialogo Islamo-cristiano, sono da poco rientrati da un viaggio ad Abu Dhabi, dove hanno partecipato ad un Forum per la promozione della pace all'interno delle società musulmane. Una delle massime autorità del mondo musulmano, lo sceicco Abdallah el-Bayyah, nel corso del suo intervento ha lanciato una sfida ai propri correligionari, usando queste parole: "L'islam non può contribuire alla costruzione della pace all'esterno del mondo musulmano, sino a che non sarà stato in grado di realizzarla all'interno di sé". Il monito vale, in special mondo, per le divisioni fra sunniti e sciiti. 
Non si potrebbe presentare la questione in modo più chiaro. Tutto questo emerge con chiarezza nei territori della Siria e dell'Iraq controllati dalle milizie dello "Stato islamico", Basandosi su una legislazione appartenente a un'altra epoca, questo gruppo ha voluto ripristinare la fede islamica in tutta la "sua purezza". Tuttavia, esso non è riuscito a far altro che instaurare una nuova barbarie, una galassia in cui gli sciiti sono equiparati ai cristiani, agli Yazidi e alle altre minoranze, e finiscono per pagare lo stesso prezzo. La sola pace che il gruppo è riuscito a imporre è quella dei cimiteri. Dimenticate la clemenza, la misericordia, la magnanimità, virtù che l'Occidente ha associato in alcuni casi alla civiltà araba. Ciò che resta è solo il terrore, che diventa strumento di una giustizia suprema. Tutto il contrario del principio della "umanizzazione del mondo". 
Alcuni hanno voluto mettere questo tipo di tirannia nel novero della "natura" degli arabi, i quali sarebbero peraltro "refrattari alla democrazia". Secondo un principio di puro razzismo. Parlare in questo modo, vuol dire ignorare in pieno la storia, la quale annovera non solo dei progressi, ma anche dei momenti di regressione. Di contro, pensare la storia in modo diverso, significa cullarsi nel positivismo più beato. 
Del resto, gli arabi sono ben lungi dall'essere la sola parte in causa. Un attento osservatore potrebbe trovare molti punti in comune fra le politiche promosse o adottate dal gruppo "Stato islamico", dall'Iran, da Israele, da al Qaeda e dai Fratelli musulmani: la stessa ricerca dell'omogeneità ideologica e culturale, gli stessi giochetti in tema di diritti umani e libertà, il medesimo razzismo di ritorno, la stessa ricerca di un dominio assoluto sulla persona, la stessa volontà di accentramento del potere statale, la stessa intolleranza e il medesimo imperialismo. Gli esempi provenienti dagli altri continenti abbondano in modo eguale. 
Considerando la spirale di violenza che sembra imperare - difatti il re di Giordania non ha avuto il minimo dubbio nel parlare di una "Terza guerra mondiale" - si moltiplicano le voci dai toni foschi che annunciano la fine del cristiani d'Oriente. Nel frattempo al Cairo così come a Riyadh, e in tutti gli Areopaghi del mondo musulmano moderato, si chiede con insistenza ai cristiani del mondo arabo di restare nella loro terra e di non fuggire. 
"Cacciare i cristiani dalle loro case è un crimine gravissimo" si legge all'interno della dichiarazione finale della conferenza di al-Azhar. "Noi rivolgiamo loro un appello - continua il documento - perché restino nella loro patria, per cacciare tutti assieme questo estremismo. Respingiamo al contempo la soluzione dell'emigrazione, la quale porta a compimento finale gli obiettivi dell'aggressore e sparge lacrime sulla nostra società civile". 
Pur non volendo dubitare della buona fede che vi è dietro questo appello, né al tempo stesso la fermezza della condanna dell'estremismo fatta dall'imam di al-Azhar, lo sceicco Ahmad el-Tayeb, il miglior consiglio che ci sentiamo di dare agli strenui difensori di questa posizione, è di fare in fretta, prima che altre parti del mondo arabo si svuotino anch'esse dei loro cristiani, come si sono già svuotate nel recente passato la piana di Ninive, Mosul e Qaraqosh. O come finirebbe per svuotarsi il Libano, se alcuni elementi che promuovono le divisioni confessionali continueranno a proibire a volenterosi soccorritori - come è già successo non più tardi di qualche giorno fa - di fare il loro ingresso all'interno di una moschea, con il pretesto che la loro divisa porta le insegne della Croce Rossa. 
Inoltre, è noto che i Siro-cattolici hanno appena tenuto il loro sinodo annuale a Roma, non essendosi potuti riunire all'interno del territorio patriarcale, fra cui Baghdad e Damasco, ormai considerate a tutti gli effetti delle capitali in guerra, e persino anche all'interno del Libano stesso, dove alcuni vescovi della diaspora sono sempre più restii a farvi ritorno. Durante il suo incontro in Vaticano con il patriarca Ignace Joseph III Younan, papa Francesco ha incoraggiato i vertici siro-cattolici "ad adattarsi all'evoluzione della loro Chiesa". E avrebbe forse potuto utilizzare parole diverse? Egli ha inoltre esortato e incoraggiato i cristiani che non hanno ancora ceduto alla prospettiva della fuga, di tenere duro e continuare a resistere. Ecco dunque che è arrivato il tempo dell'eroismo. 
Tuttavia, le persecuzioni non sono certo il solo fattore di "scomparsa" dei cristiani d'Oriente. La Chiesa del nostro tempo deve affrontare due grandi nemici, afferma Giovanni Paolo II nel suo libro "Varcare la soglia della speranza": a Ovest, il secolarismo; a Est, la persecuzione. In Oriente sembra che questi due elementi si coniughino. La persecuzione attacca i cristiani dall'esterno, mentre il secolarismo progressista li erode dall'interno. Dunque, i cristiani potrebbero così "scomparire" dal mondo orientale proprio per dissolvimento, senza dover abbandonare necessariamente il suolo natio. Per continuare a resistere, oggi sembra indispensabile essere due volte eroi.  
Qualche tempo fa un sacerdote maronita, rammaricato non poco da questa situazione pur essendo un attivista colmo di zelo e un ardente patriota, parlando della propria Chiesa mi confidava che "la fine dei cristiani d'Oriente troverà la propria origine fra i cristiani stessi, a causa della loro rassegnazione, prima ancora che il loro annientamento possa arrivare per mano dello Stato islamico". "Noi non siamo all'altezza della nostra presenza, della nostra missione" ha quindi precisato, deplorando "l'assenza totale di una strategia, l'indebolimento estremo del senso della missione, la timidezza, l'attaccamento al denaro e alla carriera" che, secondo lui, "minano nel profondo le Chiese orientali". 
L'amaro spettacolo della divisione politica dei cristiani e il ricordo della guerra civile che spesso ha trovato gli uni frapposti agli altri, è un elemento ulteriore a conferma di questa diagnosi improntata al pessimismo. Ecco dunque che, da oltre sette mesi, il Libano è senza presidente, per colpa di un mancato accordo politico che, prima di tutto, emerge all'interno del fronte cristiano stesso; il tutto in un Paese, il Libano, unico in tutto il Medio oriente e nel mondo arabo, in cui il capo di Stato è, per prassi costituzionale, un cristiano. 
Le passioni che lacerano le Chiese e le comunità di cui esse ne rappresentano le emanazioni socioculturali e politiche rappresentano, per così dire, "dei nemici interni" altrettanto spietati, come lo sono quanti mutilano le loro anime decapitando i prigionieri davanti a una telecamera. E di questo bisognerà tornare a parlarne, in un giorno non troppo lontano.


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Lo Stato Islamico trasforma in prigione il monastero di San Giorgio, divelta la croce sulla cupola

By Fides

Nella città di Mosul, conquistata a giugno dai miliziani jihadisti dello Stato Islamico (IS), le chiese cristiane continuano a essere trasformate in carceri. Durante l'ultimo fine settimana i jihadisti dell'IS hanno trasferito almeno 150 prigionieri bendati e ammanettati nell'antico monastero di San Giorgio, appartenente all'Ordine antoniano di Sant'Ormisda dei caldei. Lo riferiscono fonti locali, entrate in contatto con il website iracheno ankawa.com. Tra i prigionieri, in precedenza detenuti presso la prigione di Badush – evacuata nella previsione di un possibile attacco da parte della coalizione anti-Califfato – ci sarebbero capi tribù sunniti oppositori dello Stato Islamico ed ex membri degli apparati di sicurezza smantellati dai jihadisti.
Le ultime foto del monastero circolanti via internet documentano che anche la croce della cupola di San Giorgio è stata divelta, seguendo il destino toccato anche alle altre chiese cristiane occupate dai jihadisti. In precedenza, fonti locali avevano riferito all'Agenzia Fides che presso il medesimo monastero erano stati portati gruppi di donne.
“Le notizie e le foto delle chiese occupate dai jihadisti - commenta all'Agenzia Fides Rebwar Audish Basa, Procuratore dell'Ordine antoniano di sant'Ormisda dei Caldei - rendono ancora più dolorose le ferite interiori dei cristiani fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive, che si preparano a passare il primo Natale lontano da quei luoghi da loro tanto amati. Chiese e monasteri adesso subiscono profanazione da chi non mostra di avere alcuna pietà, per niente e per nessuno”.

 
Ankawa.com: ISIS destroyed the cross of St George (Mar Georgis) monastery in Mosul and transferred it to a prison for its opponents


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mercoledì, dicembre 17, 2014

 

Iraq’s quiet Christian genocide

By Fox News
Johnnie Moore

The blood had splashed everywhere, even on the ceiling of the Our Lady of Salvation church in Baghdad. The terrorists had arrived dressed as security guards. Then they locked the doors and unloaded their weapons.
They were yelling “God is Great” as they slaughtered men, women and children. They killed 58 and injured 100 more that morning.
What took thousands of years to build has been destroyed in a single decade, and in plain sight of the world.
And who was responsible?
The “The Islamic State,” of course, and they did it under the orders of their newly appointed leader, Abu Bakr al-Baghdadi.
Yet this massacre didn’t occur in 2014 as ISIS marched from city to city, chopping off the heads of their opponents as they went. The Baghdad church massacre happened in 2010 — a full four years before ISIS had captured one contiguous piece of Iraqi and Syrian land the size of the United Kingdom.
Actually, by 2010, most Iraqi Christians had already been targeted. In fact, 40 of Baghdad’s 65 churches had been bombed, along with 60 more in Iraq’s second largest city, Mosul. The conflict had allowed extremists to finally rid Iraq of its ancient Christian minority, and hardly anyone noticed their systematic efforts in the fog of war.
The Christians were not dying in crossfire; they were being picked off the way a sniper stalks his target.
By 2010, nearly every church in Iraq had been forced to build blast walls around its sanctuary to provide at least one extra layer of protection between its congregants and the inevitablecar bomb. The stories of kidnappings and murders of preachers and parishioners were numerous. All of this forced one million of Iraq’s surviving 1.5 million Christians to leave the country between 2003 and 2010.
Now ISIS is trying to finish the job, carefully targeting those portions of Iraq where Christians, and other religious minorities, have lived for centuries.
They aren’t starting a campaign to eliminate Christianity from Iraq; they are finishing it. And the tragedy is that the world is only now realizing what’s been going on for so long.
And it might be too late.
This summer ISIS emptied the ancient cities of Mosul and Qaraqosh of their Christians. After 1,600 years of continuous worship, there now are no church bells ringing in Mosul. There is no Catholic Mass, no Sunday school. There are no monasteries. And there is nothing but rubble at many of its ancient pilgrimage sites.
For centuries Iraq sheltered one of the largest Christian populations in the region. At one point Baghdad was the center of Christian scholarship in all of the Middle East, and pilgrims visited its ancient monasteries and its shrines to prophets like Jonah, Daniel, Ezekiel and Nahum.
Iraq was, after all, the place where Christians believed God created mankind. It was where Abraham was born, and within its borders rests the ancient cities of Nineveh and Babylon. The Gospel had arrived in Iraq from the preaching of one of Christ’s apostles who eventually converted nearly every Assyrian.
Now, what took thousands of years to build has been destroyed in a single decade, and in plain sight of the world.
Can it be that we have stood by quietly while nearly 2000 years of Christianity have been nearly eliminated from Iraq?
The Archbishop of Mosul told me when I met him in Iraq last month, “I am an archbishop and I now have no churches. I have nothing but God. I am not afraid of anything. I have lost everything.”
Behind the bombs and bloodshed, beyond the sectarian violence and political posturing, a war is raging against individual lives whose stories are as heartbreaking as they are numerous — like the Iraqi woman I read about yesterday whose only child, a beautiful 3-year-old girl, was taken by ISIS.
The mom and her husband were then driven out of the city and thrown out of a bus to walk for seven hours to the nearest city. To this day, they have no idea what has come of their precious child.
All of this happened for one reason: They were Christians.
Now that desperate couple, along with hundreds of thousands of others, lives as refugees inside their own country, facing a frigid Iraqi winter with insufficient shelter to survive it.
If something doesn’t happen, they will have survived ISIS, only to freeze to death. Then ISIS will win anyhow, and their only child will not have parents to come back to if she is eventually freed.
The cover of the monthly magazine published by ISIS recently featured a picture of St. Peter’s Square at the Vatican, with an ISIS flag superimposed atop the Egyptian obelisk that adorns the entryway to the global Catholic Church.
That picture was a chilling reminder of the ambitions of these maniacs. The article promised that ISIS would break the crosses of the Christians and sell and trade their women.
This is what they have done there, and it is what they would like to do here.
I am numbered among a group of Christians — and Muslims who are friends of Christians — who are working very hard through The Cradle Fund to provide winterized shelter and other support for families who have been displaced by ISIS.
We shall defy ISIS’ evil with our love for those whose lives they have nearly destroyed. We shall attack their hatred with our generosity — and with the same determination, except to help those Christians they’d love to see die by the sword or by the cold.
But we must move fast, because winter is coming …

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Iraq, mons. Nona tra i profughi: servono case per famiglie


Almeno 150 donne sono state messe a morte in Iraq dai miliziani del sedicente Stato islamico, nella provincia di al-Anbar, nel nordovest del Paese, dopo essersi rifiutate di sposare i jihadisti. Intanto, sono più di settemila i cristiani fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive verso la Giordania e le risorse disponibili per la loro assistenza finiranno entro due mesi. A lanciare l'allarme è la Caritas giordana. Stesso dramma stanno vivendo i rifugiati cristiani nel Kurdistan iracheno. Fra loro, c’è mons. Amel Shamon Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, che al microfono di Emanuela Campanile spiega necessità e stato d’animo di questo momento:

Sicuramente, il problema più grosso per noi rifugiati è trovare le case per tutti. Questo è un grosso problema. Abbiamo centinaia di famiglie nei container e anche Aiuto alla Chiesa che soffre ha partecipato per circa 150 container, un container per ogni famiglia. Ma abbiamo anche un altro progetto: prendere le case in affitto e anche in questo Aiuto alla Chiesa che soffre ci ha sostenuto molto. Rimane il bisogno delle case, perché il numero delle famiglie rifugiate in Kurdistan è molto alto. Quindi, il problema più grosso è quello delle case.
Come siete stati accolti dalle comunità di questa zona?
Veramente non abbiamo nessun problema con le comunità locali di questa zona, né in quella dei curdi o di altre etnie. Perché non siamo solo noi i rifugiati. Ci sono anche altre etnie rifugiate qui, in Kurdistan, gli arabi sunniti, gli sciiti e altre… Ringraziamo Dio che non abbiamo nessun problema con le comunità locali.
A Mosul, la comunità cristiana quanto contava, in quanti eravate?
Prima dell’ultima crisi, nella stessa città di Mosul, tutti i cristiani contavano circa 2.000 famiglie. Il numero non era preciso perché c’erano sempre le famiglie che andavano via, ma prima della crisi c’erano circa 2.000 famiglie.
Che cosa chiedono queste persone al loro pastore, in un momento in cui il loro pastore condivide la loro stessa sorte?
All’inizio della crisi, chiedevano sempre  cose materiali: trovare una casa, trovare qualcosa per mangiare… Ma col passare del tempo questi bisogni sono cambiati, perché  adesso ci chiedono del futuro: di quale futuro ci auguriamo qui dopo circa sei mesi, quale futuro possiamo avere qui, se torneremo alla nostra terra, alle nostre case o rimarremo qui. A queste domande non posso rispondere, perché non sappiamo cosa succederà in futuro. Ma abbiamo questi problemi e queste difficoltà e la nostra gente sta perdendo la fiducia nel futuro e in questa terra.
Mons. Nona, Mosul è il nome che diedero gli arabi all’Antica Ninive, la capitale assira, citata anche nella Bibbia, una zona di appartenenza millenaria. E’ pensabile che la presenza cristiana venga spazzata via così, che cosa secondo lei potrebbe succedere?
Può succedere che la situazione rimarrà così. Per noi è molto importante il tempo. Quanto più rimarremo in questa situazione senza trovare una soluzione, tanto più perderemo le nostre famiglie, perché tutti i giorni ci sono famiglie che ci lasciano, che vanno via. Speriamo di restare, anche se come piccola comunità, ma avere la speranza che rimarremo qui.
Ci stiamo avvicinando a Natale, un periodo in cui dovrebbe risorgere la speranza, un periodo in cui bisognerebbe anche, come cristiani, pregare di più…
Certo. Noi attendiamo con gioia la nascita del nostro Signore Gesù fra i nostri rifugiati, fra i nostri fedeli cristiani, ma anche con tanta preghiera. Ci stiamo preparando a celebrare il Natale con gioia, con una fede forte. Nessun ostacolo può farci lasciare la nostra fede. Noi cristiani, soprattutto i cristiani dell’Iraq, abbiamo lasciato di tutto per non lasciare la nostra fede e per questo siamo orgogliosi della fede cristiana, siamo orgogliosi di essere cristiani, nonostante viviamo in una situazione molto difficile. La nostra vita cristiana è più importante di tutte le altre cose. Speriamo che il Signore quest’anno nasca fra la gente, fra i nostri cristiani, e che troveremo presto la soluzione per la nostra situazione.


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Caritas Iraq intensifica gli aiuti per 6mila famiglie di rifugiati a Dohuk

By Fides

L'equipe della Caritas irachena operante nella regione di Dohuk, nel Kurdistan iracheno, ha attivato il programma di sostegno che prevede la distribuzione di aiuti e la fornitura di assistenza a 6mila famiglie di rifugiati sparse in diverse zone della provincia dell'omonimo Governatorato.
Nelle prossime settimane, il ritmo delle iniziative umanitarie della Caritas a favore dei rifugiati della regione verrà intensificato.
Lo riferisce al website iracheno ankawa.com il dottor Imad Noel Noam, vice-direttore della sezione Caritas locale. I destinatari degli aiuti sono profughi musulmani, cristiani e yazidi, fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive, cadute sotto il controllo dei jihadisti dello Stato Islamico.
Il programma prevede la distribuzione di beni di sussistenza – alimenti, vestiti, stufe - ad almeno cento famiglie ogni giorno, e l'organizzazione di programmi ricreativi per i bambini. Nella prima fase – spiegano i responsabili della Caritas – il tempo impiegato nella raccolta delle liste dei destinatari e lo scarso coordinamento con le agenzie governative e internazionali, hanno rallentato l'avvio del programma di aiuti. Ma adesso la distribuzione dei viveri e del materiale avviene a pieno regime, in luoghi e tempi prestabiliti.

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martedì, dicembre 16, 2014

 

Persecution of religious minorities in conflict regions: a silent war

By Aid to the Church in Need

Aid to the Church in Need’s (ACN) Worldwide Religious Freedom Report 2014 was presented on Thursday 11th December at the European Parliament in Brussels. Speaking to an audience of 110 invited MEP’s and NGO representatives, the report’s Chairman of the Editorial Committee, Peter Sefton-Williams, invited the European policy-makers “to call on religious leaders to speak together against religiously inspired violence”.

In addition to presenting the key-note speech for this 2-day seminar hosted by the European People’s Party, ACN supported the event with the participation of four witnesses Bishop Steven Mamza of Nigeria (Yola Diocese), Sister Hanan Yousef of Lebanon, Mrs. Dina Raouf Khalil of Egypt and Dr. Paul Bhatti of Pakistan who each related their own experiences of persecution, or care of those who suffer persecution or discrimination at the hands of others.

Nigeria’s Bishop Mamza, who feeds 60,000 refugees in his diocese and gives shelter to 10,000 in Church buildings as a consequence of the terrorist aggression said, “Boko Haram is only looking for power, they say it is like ancient Islam but even local imams say Islam has never been such a heartless religion”. Pakistan’s Dr. Paul Bhatti added, “The Taliban inspires the hate speech of many imams in Pakistan, Afghanistan and India and the lack of education makes it difficult to protect the young from this kind of fundamentalism”.
The speakers highlighted that religious persecution is generating unprecedented waves of migration and displacement, often affecting the most vulnerable - women and children.
Sister Hanan Youssef of the Good Shepherd Sisters working with Iraqi and Syrian refugees in the poor quarters of Beirut, said that in 2014 her small dispensary alone had served 18.000 patients. Illness such as polio long eradicated from Lebanon, have returned with the refugees and that the majority of the 120 new patients she treats everyday have no means with which to pay for the medication having been stripped of every possession in their flight.

Mrs. Dina Raouf Khalil, coordinating the development of 35 schools with 12.000 students in the poorer regions of Upper Egypt, explained that in many ways Egypt had been spared the tragedy presently tearing apart the fabric of societies in neighboring countries. As she explained, although Egypt clearly faces a number of challenges there are small signs of hope such as “a young population that is beginning to renew an educational interest in the arts, which is also indicative of a move away from violence”.

As summarized by the Members of the European Parliament chairing the panels, there is no time to lose to stop the advance of religious extremism and that strong words from governments must be accompanied by actions that support the persecuted minorities worldwide. So too, here in the West, action must be taken to address a growing concern regarding the level of religious illiteracy and the fertile ground this creates for radicalization as reflected by the number of young Europeans and Americans joining the jihadists.

Among the proposals, Father Patrick Daly Secretary General of the Bishops’ Conferences of Europe to the European Union, suggested that public and private education should work to increase the religious literacy of young Europeans: historically accurate and factual information about religion and beliefs and their role in society’s cultural, historical and artistic development. “Churches and religious communities are ready to cooperate in this important task to help people understand the cultural background and the religious environment that surrounds us”. No less, officers in public services and diplomatic and external services should be trained in religious affairs to better understand the social fabric in the areas of their expertise.

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Five official languages endorsed for Kurdistan

By The Daily Star (Lebanon) 

Iraqi Kurdistan President Massoud Barzani endorsed Monday new legislation that establishes five official languages for the largely autonomous region.
Tarek Jawhar, media adviser to the Kurdistan parliament, made the announcement in a news conference.
According to the official website of Irbil governorate, the first article of the law designates Kurdish and Arabic as Kurdistan’s official languages, while the second article allows three others – for the Turkmen, Assyrian and Armenian communities – to become official languages in administrative units where these communities form the majority of the population. Kurdistan’s Parliament ratified the law in late October.

Iraqi Kurdistan President Massoud Barzani endorsed Monday new legislation that establishes five official languages for the largely autonomous region.
Tarek Jawhar, media adviser to the Kurdistan parliament, made the announcement in a news conference.
According to the official website of Irbil governorate, the first article of the law designates Kurdish and Arabic as Kurdistan’s official languages, while the second article allows three others – for the Turkmen, Assyrian and Armenian communities – to become official languages in administrative units where these communities form the majority of the population. Kurdistan’s Parliament ratified the law in late October.
- See more at: http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/Dec-16/281185-five-official-languages-endorsed-for-kurdistan.ashx#sthash.OTzUa8PH.dpuf


Iraqi Kurdistan President Massoud Barzani endorsed Monday new legislation that establishes five official languages for the largely autonomous region.
Tarek Jawhar, media adviser to the Kurdistan parliament, made the announcement in a news conference.
According to the official website of Irbil governorate, the first article of the law designates Kurdish and Arabic as Kurdistan’s official languages, while the second article allows three others – for the Turkmen, Assyrian and Armenian communities – to become official languages in administrative units where these communities form the majority of the population. Kurdistan’s Parliament ratified the law in late October.
- See more at: http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/Dec-16/281185-five-official-languages-endorsed-for-kurdistan.ashx#sthash.OTzUa8PH.dpuf

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Iraq: Appello di padre Basa a Gubbio, "non dimenticare i cristiani perseguitati."

By SIR

“Abbiamo avuto tante, tante guerre in Iraq. Ma ogni giorno, adesso, la situazione diventa sempre più difficile. Ogni guerra peggio della precedente. Tutto questo porta tanto dolore e tanta sofferenza tra la nostra gente”.
A dieci giorni dal Natale, padre Rebwar Audish Basa ha rinnovato ieri l’appello della Chiesa caldea del Kurdistan iracheno a non dimenticare i cristiani che stanno vivendo nella precarietà e nella sofferenza fra Iraq, Siria e Turchia.
Il procuratore generale dell’Ordine antoniano di Sant’Ormisda dei Caldei ne ha parlato durante serata di musica e solidarietà organizzata a Gubbio, in occasione del “Concerto sotto l’Albero” 2014.
“I cristiani cacciati dalla città di Mosul e dalla pianura di Ninive in Iraq - ha detto ancora padre Basa - per la prima volta non potranno celebrare il Natale. Purtroppo questi profughi cristiani, yazidi e di altri popoli che sono vittime della violenza del terrorismo fondamentalista, hanno nella mente un passato di guerre sanguinose e un presente tragico sotto le tende, lontani dalle loro terre, case e chiese”. Alle parole di padre Basa si sono unite quelle del vescovo di Gubbio monsignor Mario Ceccobelli, che ha invitato tutti a “pregare per i cristiani perseguitati e martirizzati in Oriente”.

Clicca qui per l'articolo de Il Giornale dell'Umbria

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Giordania: Più di 7000 i rifugiati cristiani provenienti dall'Iraq; per Caritas Jordan “fra due mesi non avremo più risorse per assisterli”

By Fides

I cristiani iracheni fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive che hanno trovato rifugio in Giordania sono ormai più di 7000, e le risorse disponibili per la loro assistenza finiranno entro due mesi. A lanciare l'allarme è Wael Suleiman, direttore di Caritas Jordan. “Il 70 per cento dei profughi cristiani - riferisce Suleiman all'Agenzia Fides - si trova concentrato nell'area di Amman. Mille di loro sono ospitati in 18 parrocchie, gli altri hanno trovato sistemazione nelle case. Vivono sognando di fuggire in America, in Australia e in Europa, in uno stato logorante di attesa che pesa soprattutto sui ragazzi e le ragazze in età scolare: passano giornate senza fare niente, anche perchè, per motivi burocratici, non hanno accesso alle scuole giordane”.
Sui profughi cristiani iracheni ospitati nel Regno Hascemita pesa un futuro incerto. “Come Caritas Jordan” spiega Suleiman “siamo in grande difficoltà. Sosteniamo gli affitti delle famiglie cristiane, distribuiamo cibo e beni di prima necessità, ma entro due mesi i fondi destinati a queste iniziative di assistenza saranno prosciugati. Dovremo dire a questa gente di lasciare le case e andare a vivere per strada. Finora ci hanno aiutato le Caritas di Germania e Usa. Ma nessun aiuto ci è venuto da altri enti. Nessun organismo umanitario internazionale offre aiuto ai cristiani, per non essere accusato di agire in maniera discriminatoria”.

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La regione autonoma del Kurdistan include anche il siriaco e l'armeno tra le lingue ufficiali

By Fides

Il Presidente della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massud Barzani, ha approvato la nuova legislazione che include anche l'armeno e il siriaco tra le cinque lingue ufficiali usate nel territorio sottoposto al suo governo. Secondo quanto riportato dal website del governatorato di Erbil, il primo articolo della legge indica come principali lingue ufficiali della regione il curdo e l'arabo, mentre il secondo articolo autorizza ad usare anche l'armeno, il turkmeno e il siriaco come lingua ufficiale nelle circoscrizioni amministrative in cui tali lingue vengono utilizzate dalla maggioranza della popolazione. Il Parlamento del Kurdistan iracheno aveva già ratificato la legge lo scorso ottobre.
Nel Kurdistan iracheno, iniziative politiche a sostegno della lingua siriaca erano state inaugurate già negli anni Novanta. In tempi recenti, anche il Parlamento nazionale iracheno aveva riconosciuto il siriaco, l'armeno e il turkmeno come lingue ufficiali del Paese. La legge nazionale sulle lingue ufficiali era stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti lo scorso 7 gennaio, e ha rappresentato il punto d'arrivo di dieci anni di sforzi e mobilitazioni tesi a ottenere tale riconoscimento legislativo come applicazione del principio costituzionale che garantisce l'uguaglianza dei diritti esercitati da tutti i cittadini iracheni.

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Vescovo di Mosul: Gesù nasce fra i container dei rifugiati. Continua la campagna "Adotta un cristiano di Mosul"

By Asia News
Amel Nona

Quest'anno Gesù Bambino nascerà fra i container, le aule e le scuole dove sono ammassati i profughi cristiani fuggiti da Mosul, incalzati dalle milizie dello Stato islamico. E' quanto ci scrive l'arcivescovo di Mosul mons. Amel Nona, anch'egli rifugiato in Kurdistan, impegnato ad affrontare l'emergenza materiale spirituale dei suoi fedeli. Il vescovo racconta che nella miseria dell'aver perso tutto, i profughi cristiani non hanno perduto la fede e perfino il desiderio di testimoniarla nella loro stessa terra, da cui sono stati scacciati.

La lettera di mons. Nona, che pubblichiamo integralmente, è la risposta al terzo invio di aiuti raccolti con la campagna "Adotta un cristiano di Mosul". Agli inizi di novembre, infatti, AsiaNews ha inviato altri 212.901,88 euro.  Con i 672.517,72 euro inviati in precedenza, abbiamo potuto donare finora 885.419,6 euro. Di questa abbondante generosità vogliamo ringraziare il Signore e tutti voi che avete contribuito anche con sacrifici.
Molti lettori e amici ci domandano se la campagna continua, se "adottare" un cristiano di Mosul significa una decisione a offrire aiuti oltre l'emergenza immediata. Noi crediamo di sì: l'emergenza e i bisogni degli oltre 120mila cristiani - a cui si sommano i profughi yazidi e musulmani - continuano ad essere radicali ed essenziali.  Questi rifugiati nostri fratelli hanno bisogno di solidarietà.
Il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, visitando i profughi nel Kurdistan ha chiesto ai suoi fedeli in Iraq di digiunare nei giorni precedenti il Natale e di celebrare le feste  - compreso Capodanno - con sobrietà, proprio per avvicinarsi alle ferite  e all'abbandono di chi ha perso tutto a causa della fede, domandando al Signore Gesù il ritorno a casa, a Mosul.
Noi di AsiaNews proponiamo a tutti voi amici lo stesso gesto di digiuno e di sobrietà e vi domandiamo che il corrispettivo del superfluo risparmiato sia donato per i bisogni essenziali dei nostri fratelli profughi, continuando la campagna "Adotta un cristiano di Mosul".
In calce a questo articolo elenchiamo le modalità con cui potete contribuire alla campagna. (BC)

P. Bernardo Cervellera
Direttore
AsiaNews

Le confermo che il comitato dei vescovi per aiutare i cristiani iracheni rifugiati, ha ricevuto nel mese di Novembre due donazioni da parte vostra (Asia News):
1.    La somma di (86.569 $) nel 19 Novembre 2014.
2.    La somma di (180.085 $) nel 30 Novembre 2014.
In Totale: 266.654 $.
Queste donazioni sono usate per aiutare i nostri fedeli nella loro condizione difficile in particolare nel periodo d'inverno dove il freddo, la pioggia e la neve fanno drammatica di più loro vita.
Il maggior numero delle nostre famiglie vive ancora in container o nelle aule di catechismo o ancora nelle scuole pubbliche. Non è facile vivere in una situazione del genere dove non c'è più una privacy per la famiglia, o uno spazio libero per realizzare un minimo di diritti alla vita umana. 
Sono passati circa 6 mesi, e i segnali positivi per liberare la nostra terra dai militanti islamici non si vedono ancora. Anzi ci sentiamo abbandonati al nostro destino, condannati a rimanere rifugiati nel nostro Paese. Non è facile per un uomo vivere come rifugiato nella sua patria, senza casa, lavoro, o uno sguardo positivo al futuro.
Questa situazione drammatica non ci ostacola nell'annunciare con forza la nostra fiducia nella fede nostra: siamo orgogliosi di essere cristiani nonostante tutti gli ostacoli contrari al nostro credo. Non abbandoneremo mai il nostro modo cristiano di vivere e di agire. Possiamo perdere tutto, ma non abbandoniamo la fede cristiana. Sopportiamo le difficoltà dolorose, ma rimaniamo fedeli al nostro Signore: Lo attendiamo con gioia che nasca fra di noi e fra tutti i popoli, perché tutti gli uomini possano cercare la pace mondo nel Bambino Gesù.  
Il Signore vi benedica
+ Amel NONA
Arcivescovo di Mosul dei caldei
14 dicembre 2014


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lunedì, dicembre 15, 2014

 

La fuite éperdue des chrétiens d’Irak


Ils ont fui les exactions de l’Organisation de l’État islamique (OEI) et sont arrivés au Liban après quelques semaines passées à Erbil, au Kurdistan irakien. Beyrouth ne devrait être qu’une étape pour eux, avant l’Australie, le Canada ou encore les États-Unis. En attendant, les Irakiens chrétiens survivent au milieu de centaines de milliers d’autres réfugiés.

«  Ce n’est plus votre pays, c’est le nôtre  », leur ont dit des membres de l’Organisation de l’État islamique (OEI) en déchirant devant eux leurs cartes d’identité. Elham raconte comment ils ont réquisitionné le taxi de son mari. «  Soit tu nous donnes ton taxi, soit tu restes avec nous  », avaient-ils menacé. Elle se souvient encore qu’«  ils enlevaient des femmes  ». Alors, Elham, son mari et leurs quatre enfants sont partis grâce aux passeports qu’ils avaient conservés. Ils ont quitté l’Irak quatre jours après la prise de Mossoul le 10 juin 20141. Arrivés à Erbil ils ont pris un vol pour Beyrouth. Ils survivent aujourd’hui au Liban grâce à l’aide humanitaire distribuée par l’évêché chaldéen au Liban. Ils attendent d’en repartir.
Ranad vivait lui aussi dans la région de Mossoul et tenait une épicerie qu’il a dû abandonner. Il raconte les pillages de l’OEI et l’humiliation subie : «  Daesh nous a humiliés  ; ils nous ont pillés, ils ont tout cassé. On avait déjà été humiliés dans le passé, mais là ils nous ont chassés de chez nous. Ils marquaient nos maisons avec la lettre “noun”2. «  Ce sont des barbares, ils sont cruels  ». Ranad souligne aussi la présence d’une majorité d’étrangers parmi eux, racontant «  qu’il y avait bien quelques Irakiens  », mais que le gros des troupes venait «  de tous les pays : on sentait bien qu’ils n’étaient pas d’ici  ».

Des minorités plus ou moins protégées

La fuite des chrétiens d’Irak n’a pas commencé en 2014. Sous Saddam Hussein, beaucoup ont fui les guerres successives à cause de l’instabilité et de la situation économique catastrophique amplifiée par les sanctions internationales à l’encontre du pays. Mais à cette époque, les chrétiens et d’autres groupes parvenaient à maintenir leurs cultes et leurs traditions malgré les politiques forcées d’arabisation de Saddam Hussein. Le régime jouait aussi la carte de la protection pour asseoir sa légitimité. Tarek Aziz, ami d’enfance de Saddam, incarnait cette politique. Né à Mossoul dans une famille catholique chaldéenne, il est devenu ministre de l’information puis des affaires étrangères et a été deux fois vice-premier ministre.
Les chrétiens arabes d’Irak appartiennent à la culture arabe depuis des siècles et ont participé à son développement. Mais cette politique d’octroi de quelques privilèges est une façade : «  En réalité, les chrétiens, comme tous les autres Irakiens souffraient du manque de liberté et de l’instabilité  », précise le père Fadi Daou, à l’origine de la Fondation Adyan pour le dialogue islamo-chrétien au Liban, dont il est le président. «  Alors que le pays n’était ni libre ni démocratique, ces minorités étaient jusqu’à un certain point protégées des attaques que Saddam Hussein perpétrait contre les chiites et les Kurdes, notamment parce qu’ils jouaient cette carte de la protection et faisaient profil bas  », ajoute Harry Hagopian, avocat et consultant auprès des Églises arménienne, orthodoxe et catholique au Royaume-Uni et en Irlande.

L’ère de la division
L’invasion américaine en 2003 et la nouvelle Constitution approuvée en 2005 ont changé la donne et ont sonné «  la faillite de l’Irak et le drame des chrétiens  » selon le père Daou. Car cette nouvelle Constitution ne définit plus l’Irak comme étant arabe, mais comme un pays aux 
«  multiples ethnies, religions et confessions  »,3 Kurdes, chrétiens, Yézidis, mandéens, sabéens, etc. Les chrétiens deviennent donc «  une minorité assyro-chaldéenne non arabe : ils sont désormais une ethnie à part, et non plus arabe  », ajoute le père Daou.
Le régime dictatorial de Saddam Hussein prenait appui sur les sunnites. Ils ont été écartés du pouvoir lors de la formation du nouveau gouvernement, majoritairement composé de chiites et de Kurdes soutenu par les Américains en 2003. Quant aux chrétiens, ils apparaissent comme les grands perdants de ce découpage confessionnel qui ne va qu’attiser les tensions dans les années 2000. «  Sous Nouri Al-Maliki, les chrétiens n’existent plus dans la vie publique  », commente le prêtre.
«  Les chrétiens et les autres communautés ont réussi à survivre à la décennie de menaces, d’attaques à la bombe et de meurtres qui a suivi l’invasion américaine  », explique Hagopian. Il estime que jusqu’en 2003, l’Irak comptait environ un million de chrétiens — principalement des catholiques chaldéens et syriaques orthodoxes, ainsi que des membres des églises arméniennes.4. Avant les attaques de l’OEI, plus de 65 % d’entre eux avaient déjà quitté le pays. «  L’État islamique ne peut pas être le seul coupable. Mais ce qu’ils ont introduit dans les réalités de la région et de l’Irak est une sauvagerie qu’ils interprètent de manière erronée comme une forme pure de l’islam, puisque l’organisation et ses membres sont motivés par une logique d’extermination — qu’ils en soient conscients ou non  ».

Une étape avant l’Amérique ou l’Australie
Depuis juin, 1 300 familles chrétiennes sont arrivées au Liban (environ 6 000 personnes selon le Haut Commissariat aux réfugiés, HCR). Entre 20 et 30 familles continuent d’arriver chaque semaine d’après Mira Kassarji, responsable de la communication de l’évêché chaldéen de Beyrouth. Le Liban est une étape pour eux : «  Ils vont rester deux ou trois ans, puis partiront quand ils auront obtenu l’asile dans des pays comme l’Australie, le Canada ou les États-Unis  ». Le Liban est facile d’accès depuis Erbil. Fort d’une importante population chrétienne, les Irakiens s’y sentent en sécurité. Ils y reçoivent de l’aide grâce aux dons privés reçus par les églises et les ONG qui peuvent ensuite leur fournir les produits alimentaires de base et quelques soins médicaux.
Le Liban accueille en réalité peu d’Irakiens, car il n’a pas de statut officiel pour les réfugiés5 qui sont en fait enregistrés auprès du HCR, en attendant qu’un autre pays les accueille. «  C’est un problème lié à la mauvaise gestion politique libanaise, au problème des Palestiniens depuis 1948 et à la politique de protection démographique du gouvernement libanais  », explique le père Fadi Daou. Les Palestiniens ne sont pas reconnus par l’État libanais – c’est l’office des Nations unies pour les réfugiés palestiniens au Proche-Orient (UNRWA) qui les prend en charge. Ils n’ont jamais pu accéder à la nationalité libanaise et de nombreuses professions leur sont interdites. Ils ne peuvent pas non plus acheter de biens immobiliers au Liban. Le problème ressurgit avec les Syriens — désormais plus d’un million et demi dans le pays sur une population de 4 millions d’habitants — et les Irakiens.
Le gouvernement libanais a facilité la coordination et la planification de l’aide internationale mais n’a aucune politique d’accueil et de gestion des réfugiés. Il vient de fermer son point de passage officiel aux Syriens sauf pour «  les cas humanitaires extrêmes  » dont les critères n’ont pas été définis ni transmis au HCR. Cette mesure intervient après l’offensive du Front Al-Nosra et de l’OEI contre l’armée libanaise en août dernier à Ersal, une ville à la frontière syrienne qui sert de base arrière à de nombreux combattants de l’opposition au régime de Bachar Al-Assad. Tripoli, la deuxième ville du pays, a aussi été le théâtre de violents combats, toujours entre des combattants se revendiquant de Jabat Al-Nosra ou de l’OEI et l’armée libanaise, les 25 et 26 octobre. Le manque de financement pèse aussi sur le pays : seuls 38 % de la somme promise par les donateurs au gouvernement libanais, à l’ONU et aux ONG ont été versés cette année.

1Le 7 août, les djihadistes ont pris Karakoch, la plus importante ville chrétienne d’Irak, près de Mossoul.
2Nûn  », la lettre n en arabe fait référence aux «  Nazaréens  », «  nazara  » en arabe, c’est-à-dire les chrétiens.
3Irak, Constitution de 2005, titre 1er, art. 3.
4En 20 ans, la population chrétienne d’Irak serait passée de 1 million à 400 000 personnes.
5Le Liban n’a pas signé la Convention de 1951 sur les réfugiés, mais il a signé la plupart des autres traités de défense des droits humains pertinents pour la protection des réfugiés.

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Ennesima offesa alla comunità irachena cristiana

By Baghdadhope*
Photo Ankawa.com

La chiesa siro ortodossa di Mar Ephrem, a Mosul, è stata una delle prime a cadere nelle mani dei miliziani dello stato islamico all'inizio di giugno e molte volte, in questi mesi, è stata colpita e dissacrata. La croce è stata abbattuta e sostituita dagli altoparlanti necessari a diffondere il richiamo del muezzin ed i suoi arredi sono spariti così come preziosi manoscritti e testi liturgici.
L'ultima offesa, riportata dal sito Ankawa.com riguarda l'effige del defunto patriarca Mar Ignatius Zakka I scomparso lo scorso marzo e che da quel giorno ornava l'altare della chiesa. 
La foto con la quale la comunità aveva salutato il suo pastore defunto è a terra, pestata dal piede di un uomo. In realtà la foto e l'articolo non provano che a calpestare l'effige del patriarca sia un membro dello stato islamico o un civile ma certo è l'ennesima offesa alla comunità irachena cristiana.  


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Kurdistan: apre la prima scuola donata da ACS ai piccoli rifugiati

By Aiuto alla Chiesa che Soffre

«L’educazione dei bambini è tra le priorità della nostra fondazione. Non dobbiamo permettere che si ripeta in Iraq quanto già accaduto in Siria, dove a causa della guerra tanti bambini e ragazzi non frequentano la scuola da anni, con danni gravissimi alle generazioni future».
Con queste parole il presidente esecutivo internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, Johannes Heereman, ha inaugurato lo scorso 11 dicembre la prima scuola prefabbricata donata da ACS ai piccoli rifugiati nel Kurdistan iracheno. La struttura - che si trova ad Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil – è parte del piano di aiuti di quattro milioni di euro varato dalla fondazione pontificia in favore dei cristiani fuggiti dalla violenze dello Stato Islamico. Due dei quattro milioni di euro serviranno all’acquisto e all’istallazione di otto scuole prefabbricate - quattro ad Ankawa e quattro nella città di Duhok - che accoglieranno oltre 7mila e 200 piccoli rifugiati.
«Sono davvero felice – ha proseguito Heereman – perché inaugurando questa scuola diamo un piccolo ma essenziale contributo alla salvaguardia della presenza cristiana in Iraq».
La realizzazione del piano di aiuti è coordinata da padre Andrzej Halemba, responsabile ACS per il Medio Oriente. «Le otto scuole non riusciranno a soddisfare tutte le necessità dei rifugiati, ma è un buon inizio», ha affermato padre Halemba, sottolineando che le strutture accoglieranno anche i bambini appartenenti alla minoranza yazida.
Con il massiccio afflusso di rifugiati nella regione semi-autonoma, la maggior parte delle strutture scolastiche sono state adibite all’accoglienza dei profughi. «Un’ulteriore fonte di tensione per le tante famiglie sfollate, preoccupate che i propri figli non possano più tornare a scuola», spiega padre Halemba.
L’opera di ACS è molto apprezzata dalla Chiesa irachena. «Questi progetti sono per noi dei segni di speranza», ha commentato il patriarca caldeo, Louis Raphael I Sako, dopo aver visitato la struttura. Anche l’arcivescovo caldeo di Erbil, monsignor Bashar Matti Warda, presente all’inaugurazione della scuola, ha ringraziato la fondazione pontificia: «Queste scuole donano ai rifugiati una nuova prospettiva. E noi siamo davvero grati ai nostri benefattori».
Entro la fine di gennaio 2015 le otto scuole saranno operative. A causa dello spazio ridotto le lezioni saranno organizzate in due turni – mattina e pomeriggio - ciascuno dei quali sarà frequentato da circa 450 alunni. I corsi saranno tenuti da insegnanti cristiani che sono stati costretti a fuggire dalle proprie città e villaggi, ora occupati dallo Stato Islamico.

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Il governatore di Kirkuk proclama il 25 dicembre giorno festivo, per solidarietà con i cristiani

By Fides

Il governatore della provincia di Kirkuk, il curdo Necmettin Karim, ha dichiarato il prossimo 25 dicembre giorno festivo, per esprimere in maniera pubblica la solidarietà delle istituzioni e di tutta la società verso i cristiani, in occasione della festività del Natale del Signore.
Quel giorno tutte le istituzioni pubbliche della provincia, comprese le scuole – si legge nel comunicato diffuso dall'ufficio del governatore e pervenuto al'Agenzia Fides – osserveranno un giorno di riposo. La decisione è stata resa nota ieri, domenica 14 dicembre, in occasione della visita tributata al governatore Necmettin dal Patriarca caldeo Louis Raphael I, che era accompagnato da una delegazione che comprendeva anche Mons.Yousif Thoma Mirkis OP, Arcivescovo caldeo di Kirkuk.
Nel loro colloquio, il Patriarca e il governatore hanno avuto una scambio di idee e di considerazioni sulla travagliata fase politica vissuta dal Paese, soffermandosi sui problemi della sicurezza e soprattutto sull'emergenza-profughi, provocata dalla conquista di Mosul e della Piana di Ninive da parte dei jihadisti dello Stato Islamico (IS). Nel corso dell'incontro, il governatore Necmettin ha elogiato l'impegno profuso dal Patriarca Louis Raphael I e dalla Chiesa caldea nel tentativo di custodire e rafforzare la convivenza tra le diverse componenti etniche e religiose presenti nel Paese.

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venerdì, dicembre 12, 2014

 

Riuscirà l'attuale politica americana a battere l'Isis? Il parere del Patriarca dei siro-antiocheni, la minoranza più colpita dal male dello stato islamico

By Theologia

A giugno e ad agosto di quest’anno è accaduto, sotto i nostri occhi e con la nota dolente di un’assordante silenzio d’indifferenza internazionale, un esodo forzato dalle dimensioni bibliche. Più di 120 mila famiglie cristiane sono state costrette a lasciare tutto e ad abbandonare le terre di Mossul e Qaraqoshe, quelle terre di cui sono i residenti nativi e più antichi, per diventare rifugiati. La Chiesa siro-cattolica è stata di gran lunga la comunità più colpita da questo male causato dall’Isis.
Questa tragedia è stata il tema centrale del sinodo ordinario della chiesa siro-antiochena cattolica, conclusosi mercoledì 10 dicembre.
Abbiamo voluto incontrare S.B. Mar Ignatius Youssef III Younan, Patriarca di Antiochia e tutto l’Oriente per i siro-cattolici per parlare dei temi fondamentali del sinodo e per sentire la sua valutazione della politica, americana e internazionale, adottata per gestire questo dramma umanitario e geopolitico.
Sua Beatitudine, nel Suo discorso di apertura del sinodo, Lei aveva indicato che il sinodo avrebbe trattato il tema della formazione sacerdotale. Ci spiega il motivo per cui è stata fatta questa scelta, in un momento così critico e drammatico per la vostra chiesa?
Gli avvenimenti dolorosi che hanno colpito la nostra chiesa negli ultimi mesi sono stati il motivo principale che ci ha spinto a scegliere questo tema, e a discutere della nostra presenza e del nostro destino come chiesa sira nel medio oriente.
Come cristiani siri, siamo esposti attualmente a una grandissima sfida. I nostri sacerdoti si sono trovati improvvisamente in una situazione gravemente squilibrata. E abbiamo sentito l’esigenza di radunarci per studiare le modalità efficienti per affrontare l’attuale situazione.
Ad esempio, solo dall’eparchia del Mossul, sono fuggiti un vescovo e 25 sacerdoti. Tanti di loro vivono adesso con i rifugiati. Volevamo prendere in seria considerazione questa situazione difficile.

Lei ha paragonato il disastro avvenuto a Mossul alla tragedia che è accaduta un secolo fa a “Sowaiqat”. Ci può spiegare cos’è successo realmente?
Fino a giugno scorso, pativamo, come cristiani del nord dell’Iraq, una situazione precaria di insicurezza e mancanza di tutela ufficiale dello stato. Le minoranze pagavano il prezzo maggiore di quella situazione.
Nel mese di giugno, siamo stati letteralmente sradicati da Mossul. Eravamo più di 15 mila famiglie. Ma la tragedia maggiore è avvenuta ad agosto, quando ben 120 mila famiglie cristiane dalla Piana di Ninive sono state cacciate, dal giorno alla notte, dalle loro terre d’origine. Lì avevamo ben nove chiese.
Tra le altre minoranze, i cristiani costituivano il gruppo più grande. Eravamo il 40% della popolazione. In poche ore, la piana era svuotata dai cristiani. Un esodo tragico e sofferto.

Ha definito la chiesa siro-cattolica come una chiesa “testimone e martire dai tempi antichi”. Perché considera i siri come i più danneggiati da questa tragedia?
Ciò che è accaduto alla Piana di Nineve ha colpito i siri più di ogni altra minoranza, perché eravamo la maggioranza lì. Il nostro numero era di circa 60 mila persone. Ora che siamo a Kurdistan, non abbiamo eparchie di appoggio. Per cui siamo letteralmente degli sfollati.
A differenza dei fratelli caldei, che sono il maggior numero dei cristiani, i quali hanno il patriarcato di Babele, noi non abbiamo più strutture. Per questo, i nostri fedeli vivono in tende in una situazione di dolorosa precarietà.
Statisticamente, possiamo dire che – purtroppo – più di un terzo dei fedeli della chiesa siro-cattolica è stato sfollato ed è in diaspora. E solo Dio sa, quando tornano e se tornano.

Nel documento finale del sinodo, viene chiesto alla comunità internazionale di “accelerare l’operazione per liberare il Mossul e le città della Piana di Ninive”. Come valuta la politica internazionale attuale in Siria e Iraq?
Abbiamo lanciato un appello accorato alla comunità internazionale. Davanti alla tragedia che ci ha colpito, non possiamo che condannare chi ha contribuito alla sua genesi. È senza dubbio che questi criminali non sono nati dal nulla. C’è un progetto politico più grande che segue una politica machiavellesca, abusando dei deboli per realizzare meschini fini geopolitici.
Da qui, è dovere delle nazioni che hanno creato questa situazione mostruosa adoperarsi per liberare le terre che ci sono state rubate. È obbligo loro restituirci la nostra dignità e costituire una situazione di vita degna e sostenibile.

Come valuta gli attacchi aerei americani contro gli obiettivi dell’Isis? Sono sufficienti ed efficienti?
Ogni persona di buona volontà e minimamente oculata sa che questi attacchi aerei da lontano non sono sufficienti. I banditi di Isis non sono un esercito regolare, per questo si mimetizzano tra la popolazione e diventa realmente difficile colpirli. Essi, inoltre, hanno approfittato degli scontri interconfessionali (tra sunniti e sciiti) e raziali (tra arabi e curdi). Per cui, gli attacchi aerei, possono ferirli lievemente, ma non possono annientarli e neppure colpirli seriamente.
Il sinodo ha elogiato le dichiarazioni del Convegno di Al-Azhar avvenuto in Cairo il 3-4 di dicembre dove è stato dichiarato tra l’altro che “i musulmani e i cristiani in Oriente sono fratelli, fanno parte di un’unica civilizzazione e di un’unica nazione”. Che importanza riveste questa dichiarazione?
Come patriarchi e vescovi cristiani, abbiamo lungamente invitato i fratelli musulmani a radunarsi e a denunciare ufficialmente il terrorismo in nome della religione. E non solo, ma anche a combatterlo concretamente e a proteggere le minoranze, come quella cristiana.
L’iniziativa di Al-Azhar è veramente un segnale positivo. È stato affermato che il terrorismo in nome della religione non è parte dell’identità musulmana.
Speriamo che queste dichiarazioni abbiano un seguito pratico sul terreno della realtà, attraverso una richiesta rivolta agli stati per combattere i terroristi, e per lanciare una seria formazione alla tolleranza nei convegni religiosi, nelle moschee e nelle scuole.

Ieri è iniziata la vostra vista ad limina apostolorum. Cosa chiederete al Santo Padre durante i vostri colloqui?
Saremo una grande delegazione di circa 320 membri tra patriarca, vescovi, padri sinodali e sacerdoti. La nostra visita dal santo Padre è una visita filiale che vuole ribadire i legami di unità tra la sede d’Antiochia e quella di Roma, la Chiesa che presiede nell’amore, secondo la felice espressione di sant’Ignazio d’Antiochia.
In questa settimana che la nostra chiesa ricorda san Giovanni il Battista, desideriamo che Papa Francesco continui ad essere una voce che grida per la verità e per l’affermazione della giustizia. Desideriamo che prosegua la sua difesa per la causa dei cristiani in medio oriente, specie i siro-antiocheni perseguitati nel nord dell’Iraq.
Sono convito che questa visita sarà una fonte di bene e benedizione per noi, e un tocco di consolazione per i sofferenti della nostra chiesa.

Robert Cheaib è docente di teologia presso varie università tra cui l'Università Cattolica del Sacro Cuore, La Pontificia Università Gregoriana e la Facoltà Teologica del Teresianum. Svolge attività di conferenziere e di scrittore.




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Il Patriarca caldeo propone tre giorni di digiuno per chiedere che i rifugiati ritornino alle proprie case

By Fides

Digiuno, preghiera e penitenza nei tre giorni che precedono il Natale, e l'invito a rinunciare a feste con musica e balli in occasione delle feste natalizie e del Capodanno: sono questi i gesti di penitenza che il Patriarca Louis Raphael I propone a tutti i fedeli della Chiesa caldea per invocare la liberazione di Mosul e della Piana di Ninive e per manifestare vicinanza concreta e solidale a tutti i profughi iracheni, costretti a abbandonare le città e i villaggi caduti sotto il controllo dei jihadisti dello Stato Islamico (IS).
“Nel tempo di Avvento – scrive il Primate della Chiesa caldea in un messaggio pervenuto all'Agenzia Fides – ci si prepara al Natale con il digiuno, la preghiera, la penitenza e le opere di carità. E soprattutto quest'anno – aggiunge il Patriarca - noi viviamo qui e ora in attesa della sua venuta nelle nostre vite e nelle nostre case, mentre il nostro Paese vive circostanze tragiche e dolorose”.
Per questo S. B. Louis Raphael I Sako chiede “a tutti i figli e a tutte le figlie” della Chiesa caldea di praticare il digiuno stretto da lunedì 22 fino alla sera del 24 dicembre, per invocare dal Signore il dono della liberazione di Mosul e della Piana di Ninive, così che tutti i rifugiati possano “ritornare in sicurezza alle proprie case, al proprio lavoro e alle proprie scuole”. Nel suo messaggio, il Patriarca Sako si dice certo che “Cristo ascolterà le nostre preghiere”, e cita le parole di Gesù riportate nel Vangelo di Matteo: “Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno” (Mt 17,21).
Inoltre il Primate della Chiesa caldea suggerisce ai cristiani di non organizzare feste con musica e balli in occasione del Natale e del Capodanno. Invita piuttosto tutti a sostenere iniziative di solidarietà concreta rivolte ai fratelli che si trovano nell'emergenza. “ho potuto toccare con mano la loro croce pesante e dolorosa” aggiunge il Patriarca, facendo riferimento anche alla sua recente visita ai profughi che hanno trovato rifugio nella città di Amadiya, e invita tutti ad aiutare e confortare quelli che vivono in simili situazioni di emergenza, invece di spendere energie e risorse nell'organizzazione di “concerti rumorosi”.

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