mercoledì, luglio 23, 2014

 

Un flashmob et une pétition de soutien pour les Chrétiens d'Irak

By Aleteia

La solidarité des Français commence à se répandre, non seulement via les réseaux sociaux, mais aussi dans la rue : mardi soir, un flashmob un mobilisation éclair, s'et tenu hier derrière l'Assemblée Nationale, à Paris. Une centaine de personnes se sont réunies, chacune portant une feuille où était inscrite la lettre  "ن" Objectif :  appeler legouvernement à agir enfin pour contribuer à sauver les Chrétiens d'Irak !
Face à des représentants des forces de l'ordre paisibles, pendant près de deux heures l'ensemble des présents ont constitué un grand "ن", différents députés s'étant arrêtés pour les saluer, voire s'associer à la mobilisation, tel Hervé Mariton.
C'est un premier pas, dans un crescendo qui, espérons-le, amènera la classe politique à se soucier enfin un tant soit peu du sort des chrétiens d'Irak. D'autres initiatives fleurissent ces jours ci, entre une journée de prières et jeûne de demain, des manifestations à Paris et Lyon samedi, ainsi que les prières universelles prévues pour les célébrations de dimanche.
Par ailleurs, Aleteia s'associe à une pétition de soutien "Sauvons les chrétiens d'Irak" qui vient d'être lancée au niveau international. Son but: inciter tant l'ONU que la Ligue Arabe à intervenir au plus vite pour mettre
fin aux exactions commises par l'EI et à l'éradication systématique des chrétiens d'Irak.Face à de tels maux, les mots ne sont rien, il faut désormais agir sans attendre pour rendre un espoir, un avenir, un toit aux chrétiens d'Irak.


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Ninive, l'ultima «isola» dei cristiani

Camille Eid

«La nostra gente è in preda al panico », lamenta un sacerdote caldeo della Piana di Ninive, a est di Mosul. Tra gli abitanti della fertile zona stretta tra il Tigri e il Grande Zab circolano storie sugli orrori subiti daicristiani di Mosul, oraaccolti nelle loro case. Qualcuno ritiene certi racconti «esagerati», come quello relativo al suicidio di un padre per evitare di assistere allo stupro della figlia. «Ma è difficile per noi, continua il prete, rassicurarli e chiedere loro di mantenere il sangue freddo». L’ordine intimato domenica dall’Isis ai monaci di Mar Behnam di «andar via e lasciare le chiavi» non è certo un buon segnale. Nella località di Qaraqosh, a pochi chilometri dal monastero violato, l’ultimatum ha accresciuto ulteriormente lo stato di allarme. La cittadina aveva subito, lo scorso 25 giugno, un bombardamento nel corso di scontri che hanno opposto l’Isis alle milizie curde. L’indomani, la maggioranza dei 50mila abitanti è partita verso località più remote: Erbil, Dohuk, Aqra, Alqosh e Kirkuk. Lo stesso clima di terrore regna nelle altre località. La Piana di Ninive, considerata dai cristiani iracheni come il proprio “homeland”, è di fatto diventata la prima linea di confine a ridosso dell’autoproclamato Califfato islamico. Una piccola avanzata dell’Isis nella zona significa per i cristiani la fine della loro bimillenaria presenza. La linea verticale che corre a est di Mosul è, infatti, costituita esclusivamente da località cristiane: da Qaraqosh (detta anche Baghdida), a sud, fino ad Alqosh, sulla via per Dohuk, passando per Karamless, Bartela, Baashiqa, Bahzana, Telkaif (Tel Kepe), Batnaya, Tellsqof e Sharfieh. La zona ha accolto, in diverse ondate, dal 2003, centinaia di migliaia di cristiani scappati dall’orrore delle autobomba a Baghdad. I fedeli pensavano di trovarvi un’oasi tranquilla e soprattutto un’alternativa all’emigrazione verso Paesi lontani. La Piana è, inoltre, estremamente ricca di chiese e monasteri, dove ora si rischia il ripetersi di atti vandalici e profanazioni già registrati in altri luoghi di culto cristiani finiti nelle mani dei jihadisti.
«La polizia e l’esercito di Maliki (il premier iracheno, ndr) ci hanno deluso», si sente ripetere a Bartela, a mezz’ora di macchina da Mosul.
Per evitare di essere colti di sorpresa, i 4mila abitanti hanno deciso, dopo l’occupazione di Mosul da parte dei jihadisti di al-Baghdadi, di formare una propria forza di autodifesa, “Hirasa” in arabo. Circa 600 giovani hanno indossato la divisa bianca, ma solo uno su due possiede un kalashnikov. «I nostri uomini non possono fermare da soli i jihadisti, dice il 24enne Saba, ma in caso di necessità interverranno i peshmerga», cioè i miliziani curdi. Questi ultimi hanno già da tempo istituito un check-point all’ingresso della cittadina, mentre i giovani di Hirasa stazionano intorno alla chiesa dedicata alla Vergine Maria e ad altri luoghi di culto, oppure accompagnano il sacerdote e le suore nelle loro visite alla comunità.
Si materializza così – al costo di tante tragedie e vite umane – l’antico progetto di “ghettizzazione” dei cristiani nella Piana di Ninive, come preludio all’effettiva tripartizione dell’Iraq tra curdi, sunniti e sciiti. Un progetto definito qualche anno fa da un prelato iracheno «un miraggio irrealizzabile ». Si tratta di un vero dilemma per i cristiani, che si trovano ora intrappolati, loro malgrado, tra i vari belligeranti. La gerarchia ecclesiastica irachena ha sempre ritenuto l’idea di una “zona autonoma” per i cristiani «un progetto pericoloso per il futuro della Chiesa irachena».
La missione della Chiesa, si sottolineava, è invece «quella di essere un ponte fra le diverse culture in un Paese fondato su principi civici, non in un Iraq diviso e ripiegato su se stesso». Ancora nel 2010, quando a Mosul si era verificata una prima campagna di terrore e migliaia di cristiani erano stati obbligati all’esodo, si era alzata la voce dei pastori contro la strumentalizzazione politica del dramma. Allora, un esperto caldeo aveva affermato che creare un’enclave nella Piana di Ninive porterà solo a delle complicazioni nel Paese perché, nel migliore dei casi, essa diventerà una zona cuscinetto tra arabi e curdi. Basta oggi sostituire «arabi» con «jihadisti» per capire che la previsione si è purtroppo verificata.

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I jihadisti del “Califfato” attaccano Tilkif, respinti dai Peshmerga curdi

By Fides

Nella tarda serata di ieri, martedì 22 luglio, i miliziani dell'auto-proclamato Califfato Islamico responsabile dell'espulsione di cristiani e sciiti dalla città di Mosul hanno sferrato un attacco a colpi di mortaio contro il villaggio di Tilkif, nel tentativo di penetrare in uno dei centri abitati della Piana di Ninive dove hanno trovato rifugio le famiglie cacciate dalle disposizioni settarie imposte dai gruppi che hanno preso il controllo della seconda città irachena.
“L'attacco è partito da un villaggio controllato dai jihadisti - riferisce all'Agenzia Fides il sacerdote caldeo Paul Thabit Mekko - ma è stato respinto dalle truppe curde dei Peshmerga. Nella notte il panico aveva spinto decine di famiglie cristiane a fuggire verso Dohuk, ma i soldati curdi che presidiavano un check point hanno detto loro che la situazione era sotto controllo e potevano rientrare a casa. Il parroco Louis Hadil mi ha confermato che alle quattro del mattino l'emergenza a Tilkif era rientrata”.
L'episodio è emblematico dell'incertezza che pesa su tutta l'area: da un lato, l'attacco rappresenta la prova che i miliziani del Califfato Islamico non si accontentano di controllare Mosul e vorrebbero estendere il controllo sulla Piana di Ninive.
“Ma la reazione dei Peshmerga – fa notare p. Thabit Mekko - conferma che i curdi sono decisi a proteggere quest'area e sono molto fermi nell'intenzione di respingere ogni tentativo di sfondamento da parte dei miliziani jihadisti. Qui, adesso, a garantire la sicurezza della popolazione ci sono solo le forze militari curde”.

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Iraq: Basta parole, è l'ora dei fatti.

By Baghdadhope*

CINQUE FAMIGLIE DI MOSUL OBBLIGATE ALLA CONVERSIONE ALL'ISLAM
In un'intervista a Al Sharq al Awsat, Duraid Hikmat Tobia, consigliere per le minoranze del governatorato di Ninive, ha affermato che ormai nella capitale del governatorato, Mosul, non rimarrebbero che 25 famiglie cristiane "che non sono potute fuggire per la presenza di congiunti anziani o invalidi". Sempre secondo Tobia alcune di queste famiglie sarebbero state costrette dai combattenti dell'ISIL a comparire di fronte al tribunale sciaraitico (tribunale islmaico che si rifà ai principi della shari'a) dove sarebbero state comunicate loro le scelte a disposizione in quanto cristiani: pagare la tassa di protezione o convertirsi all'Islam, se non addirittura scegliere tra la conversione e la "spada". Cinque di queste famiglie si sarebbero convertite all'Islam.
Nonostante questa notizia Tobia si è mostrato ottimista affermando che proprio l'espulsione dei cristiani da Mosul può rappresentare l'inizio della fine dell'ISIL in città visto che l'atto avrebbe suscitato la "pubblica indignazione" che potrebbe portare alla rivolta contro l'ISIL che potrebbe coinvolgere "altri gruppi armati"   

ISIL A MOSUL: FORSE IL CERCHIO SI STRINGE
Le parole di Duraid Tobia sembrano sostenute da notizie secondo le quali le azioni compiute dall'ISIL nei confronti dei cristiani di Mosul avrebbero suscitato indignazione anche tra gli stessi gruppi suoi alleati. Secondo vari siti alcuni gruppi armati (vedi nota in fondo alla pagina) alleati dell'ISIL che controllano i governatorati di Ninive, Kirkuk, Dyala, Anbar e Salahuddin
si sarebbero detti contrari alla persecuzione dei cristiani di Mosul. Secondo un comunicato diffuso dall'Esercito degli uomini della confraternita Naqshbandi e pervenuto al sito Shafaaq News "il nostro esercito è contrario a qualsiasi tipo di evacuazione forzata e di svuotamento dell'Iraq delle sue componenti, così come al cambiamento della mappa dell'Iraq e della regione dai punti di vista  politici e demografici."
"Il nostro esercito" continua il comunicato "crede nel diritto di cittadinanza e di pacifica coesistenza di tutti gli iracheni di diversi credi e appartenenze, nazionalità o regioni, senza discriminazioni"
I CRISTIANI IN KURDISTAN SCENDONO IN STRADA PER PROTESTA
A prendere posizione pubblica contro le azioni dell'ISIL a Mosul sono adesso anche i cristiani che vivono in Kurdistan. chiamati a partecipare ad una marcia di protesta pacifica che si terrà giovedì 24 luglio a partire dalle 10.00 e che inizierà dalla sede della Chaldean Cultural Society di Ankawa per terminare alla sede delle Nazioni Unite della città.

CAPI DELLE CHIESE CRISTIANE: E' ORA DI AIUTARE GLI SFOLLATI
In due giorni di riunione tenutasi nella sede arcivescocile caldea ad Ankawa, nel Kurdistan iracheno, i capi delle chiese cristiane in Iraq, guidati dal patriarca caldeo, Mar Louis Raphael I Sako, hanno discusso gli avvenimenti di Mosul.
Nel corso della riunione cui hanno partecipato anche rappresentanti delle Nazioni Unite, dell'Unicef e della Caritas irachena, i prelati hanno fatto appello alle organizzazioni nazionali ed internazionali perchè aiutino i profughi che si sono rifugiati ad Erbil, a Dohuk e nel villaggi della Piana di Ninive. Ringraziamenti sono stati rivolti al Governo Regionale Curdo per aver accolto e protetto molte famiglie cristiane.  
Il risultato della riunione sono tre richieste precise rivolte al governo: 
1: garantire la protezione ed i pieni diritti delle minoranze
2: garantire il sostegno finanziario alle famiglie sfollate che sono state spogliate di ogni bene e pagare gli stipendi degli impiegati al più presto assicurandone la sopravvivenza.
3.
raccogliere i dati dei danni subiti dagli sfollati e compensarli per essi ed in aggiunta provvedere a scuole, case ed università per permettere ai bambini ed ai giovani di continuarea studiare.   
Le richieste sono state comunicate ai media nel corso di una conferenza stampa da Monsignor Nicodemus Dawood Matti Sharraf, Arcivescovo siro ortodosso di Mosul, Kirkuk e della regione del Kurdistan.


CAPI DELLE CHIESE CRISTIANE: E' ORA DI AIUTARE GLI SFOLLATI (2)
Sul sito del Patriarcato caldeo è riportato, a firma del Patriarca Mar Louis Raphael I Sako, ed in calce al documento stilato dai capi religiosi cristiani ad Ankawa, che ogni voce di un accordo tra i combattenti dell'ISIL e rappresentanti della Chiesa è assolutamente falsa e che è ora che dalle condanne e dalla disapprovazione pubblica si passi ai fatti a favore dei cristiani iracheni.   

SINODO DELLA CHIESA ASSIRA DELL'EST: APPELLO ALL'OCCIDENTE ED AI MUSULMANI PERCHE' CONDANNINO I FATTI DI MOSUL
Uguale appello per la protezione degli iracheni cristiani e delle migliaia di persone sfollate da Mosul è stato rivolto al governo iracheno dal Sinodo della Chiesa Assira dell'Est che ha ricordato come il diritto alla vita sia contenuto nel preambolo della Carta delle Nazioni Unite del 1945 di cui l'Iraq è firmatario.
Chiamati in causa dal Sinodo sono anche "i paesi liberi e democratici del mondo occidentale che sono moralmente tenuti ad intervenire e condannare questo pogrom religioso nei confronti dei cristiani dell'Iraq" ed i "musulmani in Medio Oriente e nel mondo" perchè "intervengano e condannino queste atrocità" 

L'ISIL INVITA I CRISTIANI A TORNARE A MOSUL MA A CONDIZIONI INACCETTABILI
Secondo il sito Ankawa.com dai minareti delle moschee di Mosul sarebbe stato diffuso l'invito ai cristiani a tornare alle proprie case accettando di pagare la tassa di protezione già fissata giorni fa in 550.000 dinari iracheni (450$) a persona con l'esclusione degli anziani e dei bambini o accettando che i giovani cristiani si arruolino nei gruppi armati dell'ISIL.

MOGHERINI: LA UE PROTEGGA I CRISTIANI IN IRAQ 
Grande preoccupazione per la persecuzione delle migliaia di cristiani costretti alla fuga da Mosul è stata espressa dal ministro degli esteri, Federica Mogherini, durante l'incontro dei ministri degli affari esteri europei a Bruxelles. La Mogherini ha sollevato il tema, sottolineando la necessità che l'Unione europea si impegni per la protezione dei cristiani in Iraq e per garantire loro di poter restare nella regione.
Nota: L'esercito degli uomini della confraternita Naqshbandi
- Jaysh Rijaal at-Tarīqa an-Naqshabandiya / جيش رجال الطريقة النقشبندية
a cui si dice l'ISIL abbia lasciato il controllo della parte orientale della città;

l'esercito dei Mujahiddin
- Jaysh al Mujaahideen /
جيش المجاهدين
i Sostenitori della Sunna
- Ansar al Sunna /
انصار السنة 
le Brigate Rivoluzionarie 1920 
- Kataaib Thawra al Ashrayn  / كتائب ثورة العشرين
i Sostenitori dell'Islam 
- Ansar Al Islam / انصار الاسلام

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martedì, luglio 22, 2014

 

L'ISIS è peggio dei Mongoli che rasero al suolo Baghdad

L'assedio di Baghdad da parte dei soldati di Hulagu Khan

By Baghdadhope*

Domenica scorsa il Patriarca della chiesa caldea, Mar Louis Raphael I Sako, ha celebrato la Santa Messa nella chiesa di San Giorgio a Baghdad dove è stato raggiunto da un gruppo di uomini e donne musulmane che hanno voluto così testimoniare la loro solidarietà agli iracheni cristiani soggetti a persecuzioni nella zona di Mosul dove a governare è lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) che li ha praticamente cacciati dalla città.
Secondo quanto riportato dalla Reuters uno dei commenti del Patriarca agli avvenimenti di Mosul è stato: “Una cosa mai successa nella storia cristiana o islamica. Persino Gengis Khan o Hulagu non erano arrivati a tanto.”
A cosa si riferiva Mar Sako? Le figure di Gengis Khan e Hulagu non sono note in Occidente quanto lo sono in Asia, ed il riferimento è probabile fosse all’assedio di Baghdad segnò la fine del califfato abbaside che aveva fondato e regnato sulla città dall’VIII secolo.
Nella sua marcia verso ovest il condottiero mongolo Hulagu Khan assediò Baghdad nel 1258 e la distrusse completamente. Ecco come descrive l’arrivo dei mongoli nella capitale abbaside lo storico persiano del XIV secolo 'Abdallah ibn Faḍlallah Sharaf al-Din Shīrāzī: 
"Sono piombati sulla città come falchi affamati che attaccano un volo di colombe, o come lupi feroci che attaccano le pecore, con redini sciolte e visi sfrontati, uccidendo e seminando il terrore ... letti e cuscini d’oro e decorati di gioielli  furono fatti a pezzi con i coltelli e ridotti a brandelli. Coloro che si erano nascosti dietro i veli del grande Harem furono trascinati…. per strade e vicoli come fossero giocattoli…. la popolazione morì per mano degli invasori.”*
La distruzione della città fu totale, a migliaia morirono e pochi poterono raccontarne gli orrori. Tra essi, secondo il giornalista americano Ian Frazier, i cristiani. Hulagu, afferma Frazier, era stato educato da un sacerdote cristiano nestoriano, Sorkhakhtani, nestoriana era sua madre ed anche la sua prima moglie Dokuz-khatun, discendente da uno dei Magi che avevano reso omaggio a Gesù nella mangiatoia, che lo aveva convinto ad essere clemente verso i cristiani che avrebbe incontrato nelle terre da lui conquistate. Per queste ragioni nei giorni della presa di Baghdad Hulagu disse ai cristiani di rifugiarsi in una chiesa che dichiarò interdetta ai suoi stessi soldati. 
Se fosse vero che i cristiani di Baghdad furono risparmiati da Hulagu vorrebbe dire davvero, come ha detto Mar Sako, che il “condottiero” dell’ISIL, il “califfo” Abu Bakr al Baghdadi, è peggio, molto peggio del suo omologo mongolo.
Anche i cristiani di Mosul non sono stati uccisi dall’ISIL, è vero, o almeno non ancora, ma certo è che lo sono stati in senso figurato, perché si uccide una persona quando la si priva di tutto, dei beni, di un tetto, persino dell’acqua, quando le si toglie il passato recidendo le sue radici, quando la si terrorizza e la si fa sentire impotente ed indifesa, quando la si caccia nel deserto e le si dice: “Vai, cammina e non tornare”.
Da anni ormai gli iracheni cristiani subiscono questa sorte, ed i crimini dell’ISIL sono solo gli ultimi di cui sono stati vittime. Pensando al loro recente passato non si può fare a meno, infatti, di pensare nuovamente ad Hulagu perché egli non si limitò ad uccidere, ma distrusse la cultura che da secoli aveva trovato in Baghdad uno dei suoi massimi centri. I preziosissimi testi conservati nella Casa della Conoscenza (in arabo Bayt al Hikma) fondata nell’VIII secolo dal califfo Harun Al Rashid, e che già il secolo dopo era la biblioteca più fornita del mondo, furono gettati nel Tigri dai soldati di Hulagu.
Molto si narra di quel delitto: che i libri nel fiume fossero così tanti che un uomo a cavallo avrebbe potuto attraversarlo passandoci sopra, che le acque del Tigri si annerirono per l’inchiostro che vi si era sciolto, o che lo diventarono dopo essere diventate rosse per il sangue degli intellettuali che i soldati di Hulagu avevano ucciso e gettato in acqua.
Questa è la sorte che i despoti prevedono sempre per gli intellettuali, e questa è infatti la sorte degli iracheni cristiani che a migliaia sono passati da essere l’intellighenzia del paese ad un popolo di profughi in patria ed all’estero.            
Comunque le si consideri le parole di Mar Sako appaiono come un paragone storico purtroppo veritiero, segno di un’escalation di cui gli iracheni cristiani sono prigionieri da anni, soli nell’essere, con le altre minoranze etniche e religiose irachene, vittime deboli, indifese e dimenticate : le guerre, il regime, la “liberazione” americana, la guerra civile, l’ISIL.
Arrivare a paragonare, addirittura in positivo, le azioni di Hulagu Khan a quelle dell’ISIL è segno però della gravità del momento. Già in passato migliaia di cristiani avevano dovuto fuggire, ad esempio dal quartiere di Dora, a Baghdad, che per la loro alta concentrazione era soprannominato il “Vaticano d’Iraq” ma mai una intera città era stata svuotata completamente della sua componente cristiana. 

* Cited in The Mongols by David Morgan, Blackwell, 2007. Trad. it. di Baghdadhope

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Last remaining Christians flee Iraq's Mosul


After the fall of Mosul to the Islamic State-led groups in early June, Michael (not his real name), an Assyrian Christian from Mosul, decided to remain.
Unlike his fellow Christians who left, Michael wanted "to keep an eye on the city's churches." Following the ultimatum, Local church leaders instructed the community members to leave out of fear for their safety.
Fighters led by the Islamic State had made a lightening assault against government forces and took over the city. Mosul is Iraq's second largest city.
Michael described how a statue of the Virgin Mary had been destroyed  from outside one of Mosul's churches, and a black flag put in its place. At the time he said he felt like "we are in the quiet before the storm".
On Thursday, that storm arrived when militants issued their decree to the Christians of Mosul.
The last remaining Christians now have fled Mosul after Islamic State militants issued an ultimatum giving them until noon on July 19, the option to convert to Islam, pay a tax, leave, or be killed if they stayed.
The ultimatum triggered a wave of criticism internationally, but also among Muslim scholars.
On Monday, the Secretary-General of the Organization of Islamic Cooperation (OIC), Iyad Ameen Madani, condemned the act against innocent Christian Iraqi citizens in Mosul and Nineveh including forced deportation under the threat of execution.
"This forced displacement is a crime that cannot be tolerated; and the practices of the Islamic State have nothing to do with Islam and its principles that call for justice, fairness, freedom of faith and coexistence," he said in a statement.
In 2003, it was thought that Christians in Mosul numbered 35,000. The number dwindled due to a wave of migration. Some estimates put the most recent numbers at 3,000 Christians out of a city of 2 million people. Before the ultimatum, Michael says only a few hundred Christian families remained in the city.
"The [religious] tax was in the official letter sent out but we heard from them via our leaders that we could only convert, leave or be killed. Saturday was our last chance."
Michael fled on Thursday evening with three other families crammed into one car - travelling to the city of Dohuk in the relatively stable Kurdistan region.
Getting through the Kurdish checkpoint meant a three-hour agonising wait. "It was not easy, they made it hard for us," he said.
"My family are very sad and crying - we left our land and everything we have so we won't be killed."
At the same time, Christians had their homes marked in red and then confiscated.
Michael is now staying with relatives, but he doesn't know for how long he and his family can remain there or what they will do in the future.
Louis Sako, the Chaldean Catholic Patriarch in Baghdad, warned on Thursday that this "discrimination" will lead to the "elimination of the possibility of coexistence between majorities and minorities".
"Should this direction continue to be pursued, Iraq will come face to face with human, civil, and historic catastrophe."
On Saturday, the prime minister of the Kurdistan Region, Nechirvan Barzani, released a statement calling on the international community to provide aid to those forced to flee, and asking the people of the Kurdistan Region to help the families.
He said that Christian families had come to Kurdistan "without being allowed to take any of their belongings".
Kurdish checkpoints are currently clogged with internally displaced persons (IDPs) trying to escape Iraq's restive regions. More than 500,000 IDPs have arrived since the fall of Mosul, adding to over 200,000 Syrian refugees already sheltering there.
Mosul has long been an important centre for Christian communities. Not far from the city are the historic monasteries of St Matthew and St Elijah's. But hard times have meant that many Christians have fled Iraq in the years preceding the US-led invasion and in the years afterwards, in the wake of increasing sectarian violence.
In 2010, an attack on the Our Lady of Salvation church in Baghdad killed 58, speeding up the exodus both internally and externally. Many Christians, who at that time fled north, now find themselves under the control of the Islamic State group and are on the move again.
Nadir (not his real name due to security issues) is in late middle age with grown up children. He is part of the Syriac Orthodox church. He studied abroad and has had a long professional career in Mosul. He left with his wife before the ultimatum was issued and now sits in his son's home in a partly finished complex of houses, a few kilometres outside the Kurdish capital, Erbil.
Evening falls as the power fails. We sit in the dark as he takes stock of the situation. "I am the first man ... [to be against] migration from Iraq, but now there is an idea accumulating in my mind to leave," he says, reflecting the feelings of many Christians to whom Al Jazeera spoke. "Everyone is leaving Iraq."
It is not only Christians that are feeling the force of the militants rule, members of other minority groups such as Turkmen, Yazidis and Shabaks have also been captured or killed as the fighting spreads. Shia Muslims remain especially vulnerable to attacks by the Islamic State group.
Air strikes carried out by the Iraqi security forces are adding to the woes of people trapped in fighting zones, many also without reliable water or electricity.
The Kurdish armed forces (Peshmerga) have moved into previously disputed areas of northern Iraq - but in many towns the front lines are not far away.
One Christian resident of Qaragosh, which is under Peshmerga control but saw heavy fighting at the end of June, describes the atmosphere in the town as "a scary kind of safety".
Qaragosh is 30km from Mosul and  Archbishop Petros from Mosul's Catholic Syrian church, speaking from Qaragosh, told Al Jazeera that between 200-250 families have arrived in the town since the Islamic State's decree was announced on Thursday. Another resident put the figure as high as 400 families.
"What [Islamic State] is doing in Mosul is not just against Iraqis, it is against all human beings," he said via phone, palpably distressed. "We do not need just letters published to say they are sorry and we are against this or that. This is the time to come to Iraq to stop this - the world should stop this."
"[The Islamic State group] seems intent on wiping out all traces of minority groups from areas it now controls in Iraq," said Sarah Leah Whitson, executive director of the Middle East and North Africa division of Human Rights Watch, in a statement released on Saturday.
"No matter how hard its leaders and fighters try to justify these heinous acts as religious devotion, they amount to nothing less than a reign of terror."
A prominent Muslim leader could not agree more. Sheikh Khalid Al Mulla, head of the Iraqi Scholars Association in the south of the country, in a recent interview, condemned the displacement of Christians from Mosul and accused the Islamic State of "falsely wearing the dress of Islam to displace the Christian brothers who live with us for thousands of years".
"Religious scholars should take responsibility in upholding the true voice of Islam,"  he said.

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Iraq's Waterless Christians: The Campaign to Expel a Religion

By Bloomberg Businessweek
Jason Motlagh

Qaraqosh is one of the last refuges in northern Iraq for Christians fleeing persecution by the militants of Islamic State in Iraq and the Levant, who swept into the region in June. A historic Christian city of 50,000 about 19 miles southeast of Mosul, Qaraqosh is under the formidable protection of the well-armed Peshmerga—the Kurdish fighters whose autonomous region disputes the area with both ISIL and the Iraqi central government based in Baghdad. Now, in a further effort to oust Christians from land they have inhabited for two millennia, the Islamic militants have begun turning off a precious utility: water.
Since taking Mosul on June 10, ISIL militants have squeezed Qaraqosh and nearby Christian villages by  blocking the pipes that connect the communities with the Tigris river. Without a sufficient number of deep wells to fill the gap, the city must have water trucked in, at huge cost, from Kurdish-controlled areas just 15 miles away. Since ISIL took over key refineries in northern Iraq, the price of fuel has spiked across the region. The parched residents of Qaraqosh must pay about $10 every other day to fill up emergency water tanks, no small sum in this economically depressed part of Iraq.
Outside one of the town’s 12 churches, people queue from 6 a.m. until midnight to get their daily rations from a well. Flatbed trucks are joined by children with pushcarts and riders on bicycles bearing empty jugs.
“Our lives revolve around water,” says Laith, 28, a school teacher who returned with his family a day earlier from a suburb of Erbil, the Kurdish regional capital, 45 miles away, to which thousands of threatened Christians have migrated. Though aid agencies have erected several water depots around town, supplies are limited, barely enough to sustain large families in the 100-degree-plus heat. Plans to dig new wells will take at least several months to fulfill.
Christians have been fleeing ISIL-controlled territory since the militants and their allies overwhelmed the garrisons of the Baghdad government in Mosul, Iraq’s second-largest city and its most Christian. The Islamic State, which sees itself as the restoration of the caliphate to rule all Muslims, immediately imposed anti-Christian rules, ordering Muslim employers to fire Christian workers. The homes of Christian religious leaders were ransacked and occupied by militants. A Christian population as old as the faith shrank from 3,000 families to several hundred in weeks.
On July 18, ISIL ordered non-Muslims to convert or pay a tax last imposed during the Ottoman empire. If not, they would face “death by the sword,” according to a decree that was read out in city mosques and broadcast from loudspeakers around town. Many families then fled to Qaraqosh. Keen to absorb the disputed territory, the Kurds dug in around Qaraqosh and three smaller Christian villages, to the relief of refugees and locals who have faced the mortar attacks accompanying ISIL’s offensive.
“The [militants] want to erase our history and break our faith,” says Father Amanoel Adel Kalloo, a Syrian Catholic priest from Mosul who has taken shelter in Qaraqosh with more than 470 families. “We must struggle to preserve this, but so much has already been lost.”
Father Yosef, a second displaced clergyman, said that the hard deadline set by the militants to depart or convert has forced people to abandon homes and businesses, often with little more than a car and some clothing.
Apart from the enforced drought conditions, electrical blackouts last most of the day. Merchants say business has been hamstrung further by a trade “embargo” that ISIL has placed on surrounding Muslim towns that used to trade with Qaraqosh. Shops are mostly shuttered, and work is scare.
Firaz Petros, 27, says the situation has compelled him to car-pool an hour each way to Erbil, where he works in waste disposal. “We’re barely earning enough to live,” he says, adding that he and fellow local commuters share the cost of a $45 daily gas bill.
Despite the hardships—and the presence of jihadists less than a mile beyond the city limits—local religious leaders say that must resist the urge to leave, or risk losing their centuries-old identity. For Christianity to endure in Iraq, “we must stay until the end,” says Archbishop Basile Casmoussa of the Syrian Catholic church in Mosul, who was kidnapped for a day by radical gunmen in 2005. With his exiled flock in Qaraqosh, he laments that mass is not celebrated in Mosul for the first time in 1,600 years. He draws hope, however, in the fact that churches in Qaraqosh are still drawing crowds. “Our faith is being tested,” he says.

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Salafiti egiziani, l'espulsione dei cristiani di Mosul è un crimine riprovevole


 "L'espulsione dei cristiani di Mosul è un crimine riprovevole che va contro tutti i valori umani, oltre ad essere incompatibile con tutte le leggi e le religioni rivelate".
E' quanto ha dichiarato il portavoce del partito salafita 'Egitto forte', Ahmad Imam, che in una nota ha commentato le notizie recenti secondo cui lo Stato islamico in Iraq e nel Levante (Isil) ha costretto i cristiani di Mosul a scegliere tra la conversione all'Islam, il pagamento di una 'tassa di protezione' o l'abbandono della città.
"Coloro che pretendono di parlare in nome dell'Islam, confermano con i loro gesti che sono lontanissimi dai principi e dalla morale di questa religione", si legge nella nota, secondo cui 'Egitto forte' "si rifiuta di dare una connotazione confessionale al conflitto cui si assiste in Iraq e respinge quei piani che mirano a dividere il Paese, affermando il suo sostegno all'unità dell'Iraq e all'integrità del suo territorio".

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In odio alla fede. E i responsabili vanno indicati chiaramente

Luigi Negri,Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

È un fatto enorme questo gigantesco esodo in massa di cristiani espulsi dai luoghi dove da millenni era radicata la presenza cristiana, esclusivamente perché cristiani. Quindi per quello che la tradizione cattolica chiama l’odio della fede. E questo deve essere detto esplicitamente: non sono soltanto buttati fuori dalle loro case, privati di tutti i loro beni, privati di tutti i loro diritti e quindi della possibilità di sussistenza; ma la ragione di tutto questo è la fede.
E questo i cristiani, la Chiesa, non possono non sentirlo come un evento terribile e insieme grandioso, perché è l’evento del martirio.
Ho ascoltato con molta gratitudine domenica l’intervento all’Angelus di papa Francesco, così forte, così appassionato e insieme così profondamente compreso di dolore, di compassione. Con non meno gratitudine ho letto la lunga intervista del cardinale Kurt Koch all'Osservatore Romano, che ha offerto un momento di dolorosa riflessione su questo evento. Non si capisce perché alcune cose vengano chiamate Shoah e per queste non venga usato lo stesso termine, che dice di una spaventosa e dissennata ideologica violenza contro l’altro semplicemente perché ha una posizione religiosa diversa dalla propria.
Ma il cardinale Koch ha insistito su un aspetto che non è sempre in primo piano negli interventi del mondo cattolico. Il problema è che c’è una grande difficoltà a una denuncia esplicita. I responsabili di questi spaventosi avvenimenti hanno nomi e cognomi espliciti, e non soltanto quelli degli ultimi, degli epigoni di questa vicenda di criminalità ideologica. Ma c’è una tradizione che risale lungo i secoli della presenza islamica nel Medio Oriente e in Europa.
Ora, il cardinale Koch dice che dovremmo essere più coraggiosi nella denuncia. Ecco, il coraggio è sempre un elemento fondamentale per una presenza cristiana, ma più che mai in un momento come questo. Il coraggio è un aspetto della testimonianza cristiana, è un aspetto fondamentale dell’impatto con la realtà del mondo e degli uomini che ci vivono. Queste responsabilità dunque devono essere dette e proclamate, altrimenti anche le denunce e la volontà di condividere la situazione tremenda di tanti nostri fratelli rischiano di essere parziali.
Certamente noi occidentali, in particolare noi cristiani di questo Occidente che giustamente negli ultimi tempi è stato indicato come caratterizzato da una profonda stanchezza, rischiamo di non affrontare la realtà secondo tutti i suoi fattori. Soprattutto cerchiamo di nascondere o quantomeno di ridurre l’impatto con questo mondo islamico che, ci piaccia o no, ha la responsabilità storica di questi eventi oggi come lungo i secoli che hanno preceduto questo ultimo.
Forse c’è una prevalenza della volontà di dialogo a ogni costo che deprime la verità. E un dialogo senza la verità o che non parta dalla verità non è un dialogo: è un compromesso, è una connivenza, è un’ignavia.
Ricordo ancora gli interventi di papa Benedetto XVI nel corso dell’indimenticabile Sinodo sulla nuova evangelizzazione quando intervenne dicendo che «il dialogo è in misura della forza della propria identità»; e la forza della propria identità è la pienezza della coscienza critica della propria identità. Il dialogo è espressione di una cultura: il dialogo non produce cultura, la esprime. E la varietà di culture che si esprimono nella loro diversità è un apporto fondamentale a una convivenza pluralistica e democratica.
Ci nascondiamo o rischiamo di nasconderci di fronte a questa terribile minaccia che incombe sull’Occidente, e non solo sull’Occidente, facendo un po’ quello che hanno fatto le cosiddette democrazie liberali borghesi nei confronti della terribile vicenda hitleriana, nei tempi immediatamente precedenti la Seconda guerra mondiale. Si era tutti protesi a dialogare con Hitler, a concedere sul piano immediatamente politico la spartizione di alcuni territori sacrificando qualche volta diritti di popoli che sarebbe stato giusto potessero continuare a vivere la propria esperienza di popolo, di nazione e di stato. Fra tutte la cosa più tragicomica fu quella famosa conferenza di Monaco fatta nell’anno 1938 in cui si andò ancora una volta con il cappello in mano convincendosi che Hitler non era poi così tanto cattivo e che con lui ci potevano essere possibilità di intesa.
Sono così vecchio da aver visto alcuni fotogrammi dei ministri degli Esteri che tornavano nelle rispettive capitali europee lieti di avere segnato un colpo straordinario per l’avvenire pacifico dell’Europa e del mondo. Pochi mesi dopo Hitler rifiutò tutti gli accordi sottoscritti e in pochi altri mesi fece scoppiare quella guerra mondiale che ingoiò sui campi di battaglia o di sterminio 15 milioni di uomini.
La piaggeria, l’ignavia, la mancanza di coraggio non sono virtù, non sono mai virtù. Allora di fronte al sacrificio di centinaia, di migliaia di nostri fratelli uccisi o espulsi in odio alla fede abbiamo il dovere di una profonda solidarietà: nella preghiera e nella carità con loro certo, ma abbiamo non meno grave la responsabilità di dire che ci sono delle responsabilità storiche che fanno capo a certe formulazioni ideologico-religiose che rendono permanente il pericolo che i cristiani, e non solo loro, possano essere oggetto di violenze anche sul territorio nell’ambito dell’Europa o dell’intero mondo civile.
Non avere il coraggio di questa denuncia è esattamente nella misura della debolezza della fede.

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Cristiani in Iraq. Mons Nona: basta parole occorre solidarietà concreta


Sempre più drammatica la situazione dei cristiani in Iraq, costretti alla fuga dall’avanzata violenta dello Stato islamico: un esodo di tremila persone, secondo l’Unicef.
Particolarmente grave la situazione a Mosul dove gli jiihadisti hanno occupato chiese e conventi, bruciato l’arcivescovato siro-cattolico e imposto ai cristiani o la protezione o la conversione.
Papa Francesco continua a far sentire la sua vicinanza, come conferma la telefonata di domenica al patriarca di Antiochia dei siro cattolici, Ignatius Youssef III Younan, e l’udienza di oggi al nunzio apostolico in Iraq e in Giordania, mons. Giorgio Lingua. “Ora abbiamo bisogno di solidarietà concreta e coraggiosa da parte di tutti”, fanno sapere oggi i vescovi iracheni riuniti a Baghdad.
L’appello riecheggia nelle parole di mons. Amel Shamon Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, intervistato da Gabriella Ceraso:
 Abbiamo fatto un appello a tutto il mondo spiegando quello che è successo ai cristiani di Mosul: un crimine contro l’umanità. Abbiamo chiesto inoltre tre cose molto importanti: la protezione per noi e tutte le altre minoranze, poi di supportare le famiglie fuggite dalla città di Mosul e di trovare case e scuole per queste famiglie che hanno lasciato tutto.
Quindi, un appello alla comunità internazionale e alla comunità locale…
A tutti gli uomini dell’Iraq e di tutto il mondo di trovare una via d’uscita e soprattutto per la città di Mosul, dove c’è un patrimonio di Chiese e manoscritti importantissimi per la nostra storia, patrimonio di tutta l’umanità.
E’ di qualche ora fa la notizia che il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha condannato le persecuzioni. Forse questo aiuterà?
Sicuramente ci aiuterà, ma abbiamo bisogno di cose reali. Abbiamo sentito tante dichiarazioni, tanti appelli ma la nostra gente ha bisogno di sicurezza perché i cristiani di tutto l’Iraq hanno molta paura.
Abbiamo notizia, le chiedo di confermarla, di tanti gesti di solidarietà dei musulmani nei confronti dei cristiani, sotto forma di accoglienza, sotto forma addirittura di manifestazioni pubbliche, in particolare a Baghdad. Domenica scorsa, alcuni musulmani si sono presentati con la lettera “N” sui loro vestiti, quella stessa lettera che era stata simbolo da parte dei jihadisti di persecuzione…
A Baghdad erano presenti circa 100 persone che hanno dimostrato la loro solidarietà verso tutti i cristiani. Ci sono stati anche altri gesti nella città di Mosul: alcuni musulmani hanno accompagnato dei cristiani fuori dalla città con le loro macchine. Sì, ci sono gesti di solidarietà ma non così tanti.
Secondo lei, a cosa stiamo assistendo? Ci sono alcuni giornalisti che addirittura parlano di “pulizia religiosa”…
Sì, è vero. È un termine brutto ma è reale, è quello che è successo e sta succedendo. È proprio così.
Nella riunione che avete compiuto con il Patriarca le parole del Papa vi hanno accompagnato, sono state ribadite?
Le parole del Papa ci danno una grande forza. Aspettiamo che anche tutti gli altri cristiani mostrino solidarietà con azioni concrete. Ci sono anche altre Chiese che hanno cominciato a dimostrare solidarietà ma vogliamo di più: che tutti i cristiani in tutto il mondo mostrino questa solidarietà, senza aver paura di parlare di questa tragedia.
Cosa dirà alla comunità che segue dopo questo incontro?
Non portiamo le parole ma portiamo le azioni, le parole non fanno niente oggi. L’importante sono le nostre reazioni contro quello che è successo.
C’è più paura o più coraggio in questo momento tra voi?
Ci sono entrambe le cose. Non da parte nostra, ma c’è comunque un po’ di disperazione da parte dei nostri fedeli perché, dal 2003 fino ad oggi, c’è questa situazione terribile di persecuzione. Per questo ci sono sia paura che coraggio. Non dobbiamo negare che tantissime famiglie cristiane e sacerdoti hanno lavorato in modo molto coraggioso nell’accogliere le famiglie e aiutarle a vedere il futuro in un modo migliore.

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Ultimo esodo da Mosul, coinvolti quasi tremila cristiani

By Fides

Gli ultimi cristiani che hanno lasciato Mosul dopo l'ultimatum rivolto loro dai jihadisti dell'auto-proclamato Califfato Islamico sono quasi tremila. Un numero molto più alto delle stime approssimative finora circolate, secondo cui soltanto poche centinaia di battezzati erano rimasti a Mosul dopo che la seconda città irachena era stata occupata degli insorti sunniti guidati dai miliziani dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL).
Lo conferma all'Agenzia Fides il medico triestino Marzio Babille, responsabile Unicef per l'Iraq. “La maggior parte di loro - riferisce Babille - si è mossa verso la tradizionale direttrice nord che da Mosul va verso i centri abitati di Tilkif, Batnaya e Alqosh. Una quarantina di famiglie si sono spostate a est, verso Qaraqosh, e una trentina sono state accolte nella provincia di Dohuk. Venti famiglie hanno raggiunto Erbil, la capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, dove è stato creato un piccolo centro di accoglienza in collaborazione con l'arcidiocesi caldea”.

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Cristiani iracheni, intellettuale musulmano: hanno più diritto di noi a restare

Fabio Colagrande

Oso dire che i cristiani iracheni di Mossul hanno più diritto di noi alla loro terra e alle loro case. Abitano la città da prima dell'arrivo dell'islam e delle tribù arabe. Noi abbiamo perciò il dovere morale di tutelarli e di proteggerli". A parlare così è lo scrittore iracheno Younis Tawfik, musulmano sunnita, nato proprio a Mossul e in Italia dal 1979.
"La cacciata dei cristiani e la devastazione di Mossul, la mia città - spiega - sono per me una ferita molto profonda". "Arrivai qui in Italia alla fine degli anni '70, proprio grazie a un cattolico, il mio maestro padre Yuosuf Habbi, studioso della Divina Commedia, laureato all'Università Cattolica, uomo aperto al dialogo tra Oriente e Occidente".

Tawfik non considera purtroppo una sorpresa l'avanzata dei jihadisti dell'Isis in Iraq. "E' il risultato di un governo fallimentare, inquinato dalla corruzione, che non è riuscito a portare avanti il processo di democratizzazione del Paese". "I cristiani iracheni, nel corso dei secoli, hanno giocato un ruolo importante per la crescita dell'Iraq - spiega ancora - sono stati molto generosi. I maggiori scrittori, artisti, medici, scienziati erano proprio di fede cristiana. Uomini che hanno saputo valorizzare la cultura araba, tanto che i primi dizionari moderni di arabo e i primi studi su questa cultura sono opera proprio di cristiani d'Oriente".

"Anche tra i miei famigliari che sono ancora in Iraq c'è molta solidarietà nei confronti dei cristiani perseguitati", aggiunge Tawfik. "Purtroppo possono fare poco per aiutarli. I miei stessi parenti sono praticamente agli arresti nella loro stessa città presidiata dagli uomini dell'Isis di Abu Bakr al-Baghdadi". "Importante però - spiega Tawfik - è stato il pronunciamento ufficiale degli ulema,dei dotti dell'islam di Mossul, che hanno condannato fermamente l'azione dell'Isis e la considerano contraria ai principi dell'islam e alla condotta del Profeta". "Non è più epoca di califfati, non siamo più nell'impero ottomano - aggiunge Tawfik - oggi siamo tutti cittadini di un Paese al quale i cristiani appartengono e dove hanno, anzi, più diritto di noi di restare". "E poi questo califfato è in realtà un'organizzazione criminale".

"Un mio amico scrittore, cristiano iracheno, mi ha inviato un messaggio via web per raccontarmi il dramma allucinante di queste persone cacciate dalle loro case, le cui porte sono state segnate con la lettera 'N'. Ho visto le immagini del quartiere cristiano di Mossul completamente vuoto. E' un fatto incredibile, mai successo nell'epoca moderna e deve essere condannato. Non solo, com'è successo, dai dotti dell'islam di Mossul, ma da tutti i musulmani a livello internazionale e dai governi arabi. E qualcuno deve poi muoversi per mettere fine a questo dramma". 
 

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Il Cec: la fuga dei cristiani è una tragedia per tutti


È con profonda preoccupazione che il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) guarda all'esodo dei cristiani dalla città irachena di Mosul. "È una tragedia sia per i cristiani sia per i musulmani", ha dichiarato il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Cec.
"È con grande dolore che assistiamo a quella che sembra la fine della presenza cristiana a Mosul, in un luogo che è stato sede di una comunità cristiana fin dai primissimi secoli del cristianesimo", ha aggiunto Tveit.
La minaccia dell'autoproclamato Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis) di passare per le armi i cristiani, a meno che non si convertano all'islam, paghino la jizya (la tassa di compensazione per i non musulmani) o lascino la città, riguarda anche altre minoranze religiose. Per questo Tveit ha invocato le preghiere di tutte le Chiese membro del Cec "per l'intero popolo iracheno, specialmente per chi, appartenendo a una minoranza religiosa, tanto cristiana quanto musulmana, è costretto a lasciare la propria casa".
Tveit ha infine ricordato una recente dichiarazione del Comitato centrale del Cec, riunitosi a inizio luglio a Ginevra, che esprimeva il sostegno dell'intero movimento ecumenico alle Chiese cristiane irachene, auspicando per l'intera regione "l'inizio di un processo politico inclusivo per rafforzare i diritti umani fondamentali, con particolare riferimento alla libertà religiosa".

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Papa Francesco: telefonata al Patriarca Siro Cattolico Youssef III Younan

By SIR

Nel pomeriggio di domenica 20 luglio Papa Francesco ha chiamato al telefono il patriarca di Antiochia dei siro cattolici Ignatius Youssef III Younan per “rassicurarlo che segue da vicino e con preoccupazione il dramma dei cristiani cacciati e minacciati nella città irachena di Mosul”.
Secondo quanto riferisce il patriarcato siro cattolico, “la conversazione è durata 9 minuti nel corso dei quali il patriarca Younan ha ringraziato il Papa e chiesto di intensificare gli sforzi con i potenti del mondo mettendoli davanti al fatto che nella provincia di Ninive si sta consumando una pulizia di massa basata sulla religione. Che vergogna per il silenzio del cosiddetto mondo civilizzato! Alla fine della telefonata, Papa Francesco ha dato la sua benedizione apostolica a tutto il popolo cristiano di Oriente, assicurando che sarà sempre presente nelle sue preghiere per la pace e la sicurezza”.
Solo pochissimi giorni fa il patriarca aveva denunciato l’incendio del palazzo episcopale dei siro-cattolici di Mosul da parte degli estremisti islamici dell’Isil.
 




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Isis, Svizzera molto preoccupata


La Svizzera è "estremamente preoccupata" per le violazioni gravi del diritto internazionale umanitario commesse dallo Stato islamico (Isis) in Iraq e Siria. La deportazione forzata di cristiani da Mossul (Iraq) è inaccettabile, scrive il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) in un comunicato diffuso lunedì sera.
Gli atti commessi in Iraq e Siria potrebbero persino essere considerati crimini contro l'umanità e crimini di guerra, sostiene il DFAE.
La Confederazione condanna con estrema fermezza le discriminazioni gravi e sistematiche di cui sono vittima le minoranze religiose da parte dell'Isis e dei suoi alleati. Altrettanto severa la condanna di trattamenti crudeli e degradanti in particolare contro le donne. Il DFAE fa riferimento in particolare alle lapidazioni e alle crocifissioni.

DFAE: La Suisse est extrêmement préoccupée par les exactions contre la population civile en Irak, en particulier les minorités et les femmes

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Consiglio di Sicurezza condanna persecuzione cristiani in Iraq


 Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato le persecuzioni contro i cristiani nel nord dell'Iraq, sottolineando che i provvedimenti adottati dallo Stato Islamico (Isil) contro le minoranze religiose potrebbero essere considerati crimini di guerra.
Il Consiglio, con una dichiarazione approvata all'unanimità, ha condannato "la sistematica persecuzione di membri di minoranze e di quanti in Iraq rifiutano l'ideologia estremista dell'Isil e dei gruppi armati associati". "I membri del Consiglio di Sicurezza - prosegue la dichiarazione - ribadiscono che i diffusi e sistematici attacchi diretti contro i civili a causa della lorhttps://www.blogger.com/blogger.g?blogID=17398784#editor/target=post;postID=3846705130321338807o etnia, del loro credo religioso o della loro fede potrebbero costituire un crimine contro l'umanità".
Nei giorni scorsi l'Isil ha ordinato a tutti i cristiani di Mosul, città dell'Iraq settentrionale, di scegliere tra il pagamento della jizya, ossia la tassa di protezione dovuta dai non musulmani secondo la sharia, la conversione o l'abbandono della città. Molte chiese sono state attaccate e i crocifissi sono stati rimossi dalle facciate, mentre le case dei cristiani sono state segnate con la N di "nasara" (cristiani in arabo).

United Nations: UN chief strongly condemns systematic persecution of minorities in northern Iraq

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Cristiani di Mosul nel mirino, la denuncia dei paesi islamici

By Misna

“Lo spostamento forzato dei cristiani di Mosul è un crimine intollerabile (…). Le atrocità commesse e le pratiche in atto non hanno nulla a che vedere con l’Islam, con i suoi principi di tolleranza e convivenza”: l’Organizzazione della cooperazione islamica (Oci) denuncia con forza le violenze degli insorti sunniti dello Stato islamico, che hanno preso il controllo della seconda città irachena il mese scorso.
Nel comunicato diffuso dal gruppo di 57 paesi musulmani, il segretario generale dell’organizzazione, il saudita Iyad Madani, ha dato la disponibilità dell’Oci a “fornire l’assistenza umanitaria necessaria alle persone sfollate, in attesa che possano rientrare a casa”.
Da settimane il gruppo radicale dello Stato islamico – che ha creato un califfato a cavallo tra il nord dell’Iraq e l’est della confinante Siria – ha avvertito che gli abitanti cristiani di Mosul “devono convertirsi all’Islam e pagare un tassa speciale”, nel caso contrario rischiano “la pena capitale” e “devono lasciare” il capoluogo della provincia di Ninive.
Prima dell’assalto dello Stato islamico, la comunità cristiana di Mosul era costituita da circa 3000 persone, ma in un mese almeno un terzo di loro ha abbandonato la città settentrionale.
Secondo l’ultimo bilancio diffuso dall’Onu, dall’inizio dell’offensiva dei combattenti sunniti, partita da Fallujah (ovest) lo scorso gennaio, in Iraq almeno 5576 civili sono stati uccisi, di cui 2400 nel solo mese di giugno, e altri 11.662 sono rimasti feriti.

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Iraq. Mosul, solidarietà da musulmani, ”anche noi siamo cristiani”


‘Sono un iracheno, sono un cristiano’: questa la scritta apparsa su cartelli e sulle magliette di alcuni dei 200 musulmani che hanno partecipato ad una messa a Baghdad celebrata dal patriarca caldeo, Louis Sako, in segno di solidarietà con le migliaia di cristiani espulsi con la violenza da Mosul dai jihadisti dello Stato Islamico (Isis) che controllano la città.
Un segnale che non è isolato e che mostra la consapevolezza del pericolo che gli odi interconfessionali finiscano con il distruggere le basi della convivenza e quindi dell’esistenza dello Stato iracheno. Lo ha sottolineato lo stesso primo ministro, Nuri al Maliki, lanciando un appello a tutti i Paesi del mondo perchè “reagiscano uniti contro l’ultimo crimine dello Stato islamico (Isis) che ha espulso con la forza i cristiani da Mosul”.
Maliki, inoltre, ha incontrato il responsabile della chiesa cattolica siriana di San Giuseppe a Baghdad, mons. Pius Qasha, al quale ha ribadito “il sostegno del governo ai cristiani vittime di questo crimine”.
Dopo una presenza di duemila anni, i cristiani sono stati costretti a lasciare lo scorso fine settimana la città, dove fino al mese scorso ne vivevano circa 25.000. Mentre fuggivano verso i territori controllati dalle forze curde, sono stati fermati ai posti di blocco dei jihadisti, che si sono impossessati di tutto il loro denaro, degli oggetti di valore, dei telefoni cellulari, delle auto e persino dei documenti di identità. “Siamo rimasti solo con i vestiti che indossavamo
ha detto uno dei profughi, Selwan Noel.
Quando un miliziano con il volto coperto ci ha chiesto di consegnare il denaro e il resto, abbiamo cercato di dire che non avevamo niente, ma lui ha replicato che in tal caso ci avrebbe portato via nostro figlio di 4 anni”. Papa Francesco ha chiesto a tutti di pregare per la sorte dei cristiani di Mosul, ricordando la difficile prova che attraversano: “Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati – ha detto il pontefice rivolgendosi loro – io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male”. Durante la messa celebrata da mons. Sako a Baghdad, alcuni musulmani si sono presentati anche con la lettera ‘N’ sui loro vestiti, quella tracciata con fini intimidatori dai jihadisti sulle porte delle case dei cristiani a Mosul, che sta a significare ‘Nazareno’, il nome usato nei tempi antichi per indicare i cristiani tra gli arabi.
Inoltre, episodi di solidarietà concreta sono segnalati nella stessa Mosul. Secondo il racconto di Selwan Noel, infatti, un ridotto numero di famiglie cristiane sono rimaste in città, dove “si nascondono presso famiglie musulmane, ma presto probabilmente partiranno anche loro”. Intanto per non si fermano le azioni contro i cristiani da parte dell’Isis. Lunedi si è avuta notizia che nel pomeriggio di domenica i miliziani jihadisti si sono impossessati anche del monastero di Mar Behnam, risalente al IV secolo, una ventina di chilometri a sud di Mosul, costringendo i tre monaci e alcune famiglie residenti ad andarsene. La notizia, riferita dalla stampa, è stata confermata all’agenzia Fides dall’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, Yohanna Petros Moshe.

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Iraq: monaci in fuga dal monastero di Benham e Sarah

By Oasis

 Traduciamo e pubblichiamo l’appello inviato da p. Anis Hanna, domenicano iracheno, sulla drammatica situazione dei cristiani iracheni.
Padre Anis Hanna, o.p. | lunedì 21 luglio 2014

Nel pomeriggio di domenica 20 luglio 2014, i combattenti dello Stato Islamico si sono impossessati del monastero dei martiri Benham e Sarah. Hanno obbligato i monaci a lasciare il monastero, ma hanno impedito loro di portare via alcunché. Esattamente come hanno fatto con le famiglie cristiane cacciate da Mosul giovedì 17 luglio. I monaci hanno preso la strada di Karakoche, che dista solo 19 chilometri dal monastero.
In una conversazione telefonica il superiore della comunità monastica di Sant’Efrem, padre Yacoub Hassou ha detto con poche parole: «Qui va tutto malissimo». Tutta la comunità dei monaci si trova attualmente a Karakoche. Costernata, indignata, triste e disorientata. Questa comunità si lascia alle spalle un luogo importante di spiritualità, un monumento storico di rara bellezza, una biblioteca piena di antichi manoscritti, di libri liturgici e un luogo simbolo dell’incontro islamo-cristiano. Il monastero era un porto di pace, di spiritualità, di riferimento religioso sia per i cristiani che per i musulmani.
La sera di venerdì 18 luglio i terroristi dello Stato Islamico avevano bruciato l’arcivescovado dei siro-cattolici, che si trovava nel quartiere di al-Meidan, nel centro di Mosul.
Il pomeriggio di sabato 19 luglio i terroristi dello Stato islamico si sono impossessati del convento di San Giorgio, a nord di Mosul, unico luogo monastico a Mosul dei monaci caldei appartenenti all’ordine dei Sant’Antonio il Grande.
Bisogna dire che a Mosul c’erano molte parrocchie, chiese e conventi. Una città abitata da caldei, siro-cattolici e siro-ortodossi con i rispettivi Arcivescovi. Attualmente Mosul è una città dominata dallo Stato Islamico, un contingente di 25.000 combattenti terroristi che applicano la sharî‘a islamica, secondo cui i cristiani non devono esistere nello Stato Islamico.
Mons. Charbel, vescovo co-adiutore a Karakoche, mi ha confidato oggi, 20 luglio, con grande tristezza e in lacrime, la sorte miserabile dei cristiani della piana di Ninive. Mons. Charbel lancia un appello ai dirigenti delle potenze del mondo affinché aprano alla possibilità di un’emigrazione collettiva per tutti i cristiani d’Iraq e salvino i cristiani che rimangono dalla morsa dei gruppi terroristi islamici che distruggono la cultura e la civiltà cristiana.
Solo l’emigrazione collettiva può salvare i cristiani che rimangono dalla morte e dallo sterminio. Invitiamo ed esortiamo i dirigenti dei Paesi occidentali come il Canada, gli Stati Uniti e l’Australia e prendere sul serio la nostra richiesta. Vogliamo salvare i cristiani d’Iraq che rimangono.


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Cristiani perseguitati in Iraq. Mons. Syroub: occupati anche monasteri


Fratelli e sorelle “perseguitati”, “cacciati via” dalle loro case, “spogliati di tutto”. Sono i cristiani di Mossul, e in generale dell’Iraq, nelle parole del Papa, in occasione dell’Angelus domenicale. Il Pontefice ha pregato ancora una volta per la riconciliazione e la pace nel Paese in preda alle violenze e agli attacchi dei miliziani jihadisti dello Stato islamico. Il servizio di Giada Aquilino:
"Un crimine contro l'umaità". Sulle persecuzioni dei cristiani di Mossul per mano dei miliziani jihadisti dell’Isil e dei gruppi armati ad esso legati interviene anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Dopo che nella seconda città d’Iraq è stato bruciato il palazzo episcopale dei siro-cattolici, nelle ultime ore gli estremisti dell’auto-proclamato ‘Califfato islamico’ si sono impossessati dell’antico monastero di Mar Behnam,, vicino Qaraqosh, fino ad ora affidato ai monaci siro cattolici.
Lo ha confermato l’arcivescovo siro cattolico di Mossul, Yohanna Petros Moshe, all’agenzia Fides. Sull’emergenza dei cristiani di Mossul, oggi è in programma ad Ankawa, vicino Erbil, nel Kurdistan iracheno, una riunione dei vescovi locali con diplomatici stranieri e politici del Paese. Mentre in tutto l’Iraq continuano le violenze e gli attacchi, con 16 vittime solo stanotte a Mahmoudiya e ad Abu Ghraib, sobborgo occidentale di Baghdad, la comunità cristiana d’Iraq appare sempre più a rischio sopravvivenza. Anche il primo ministro iracheno, Nuri al Maliki, ha rivolto un appello a tutti i Paesi del mondo perché "reagiscano uniti contro l'ultimo crimine dello Stato islamico, che ha espulso con la forza i cristiani da Mossul".
E "immenso dolore per la sorte disperata di tante persone innocenti" è stato espresso dal
cardinale Leonardo Sandri , prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, alla Messa celebrata ieri a Los Angeles in occasione della festa maronita di San Charbel e di Sant'Elia. Il porporato, che ha ricordato pure le sofferenze dei cristiani di Siria e di tutto il Medio Oriente, ha ricordato le parole di Papa Francesco subito dopo l’Angelus di domenica. “La violenza si vince con la pace”, aveva ribadito il Pontefice. Sulla preghiera del Santo Padre per i cristiani d’Iraq, la testimonianza di mons. Saad Syroub, vescovo ausiliare caldeo di Baghdad, che nei giorni scorsi aveva lanciato un vibrante appello di pace anche attraverso Aiuto alla chiesa che soffre:
L’appello del Papa è venuto proprio nel momento giusto, perché sono davvero perseguitati: sono stati cacciati dalle loro case, dal loro territorio, dalla loro città solo perché sono cristiani! Una persona viene quindi maltratta e perseguitata per la sua religione, per la sua confessione.
Queste famiglie cristiane adesso dove si trovano?
Alcune sono andate verso nord, verso il Kurdistan; altre verso Erbil; altre ancora nei villaggi cristiani che si trovano nella piana di Ninive. Dunque sono vari i posti in cui queste famiglie si trovano oggi. Sono in una situazione molto difficile, perché non hanno niente: sono state derubate della loro macchina, dei loro soldi, della loro casa, del loro lavoro. E non possono tornare. Quindi la situazione è molto critica; c’è bisogno di un intervento urgente per aiutare tali famiglie a superare questa tragedia, questa sofferenza.
Hanno saputo delle parole del Papa?

La sofferenza è così grande nel loro cuore, nelle loro case oggi, che a volte non ascoltano tutte le notizie…

Quindi attraverso di voi riceveranno questo pensiero del Papa…

Certamente. La nostra è una responsabilità come preti, vescovi, autorità. Il nostro patriarca ha fatto più di un appello per calmare la situazione, che però è molto critica.

Negli ultimi giorni è stato bruciato il palazzo episcopale dei siro-cattolici a Mossul. Anche a Qaraqosh il monastero - fino a ieri affidato ai monaci siro cattolici - è stato occupato dai jihadisti…
Più di un monastero è stato derubato da questi gruppi, che hanno cacciato via i monaci. Hanno preso il monastero di San Giorgio, la Casa delle suore del Sacro Cuore, il monastero dei domenicani, il monastero dei siro-cattolici, che si trovano tutti a Mossul.
Si può dire che la comunità cristiana è a rischio sopravvivenza?
È a rischio sopravvivenza a Mossul, perché ormai nessun cristiano si trova lì, le poche famiglie che sono rimaste forse si trovano nei villaggi al confine con la città.
I vostri appelli hanno avuto un riscontro presso le autorità? Ci sono contatti per permettere, in futuro, un ritorno di questa gente?
La situazione politica è molto complicata. Il disaccordo che c’è tra i partiti politici rende difficile arrivare ad una soluzione per tutto il Paese, perché la soluzione per queste famiglie dipende - in qualche modo - anche dalla situazione politica in generale. Gli appelli non hanno ancora giovato in questo senso. Speriamo che le personalità politiche, anche ragionevoli, possano arrivare ad un accordo per mettere fine a questa tragedia. Tante famiglie hanno perso la speranza; sono disperate per il futuro e forse sceglieranno anche di non rimanere. Questo è il grande pericolo che noi affrontiamo oggi: la migrazione di questa comunità, o di ciò che rimane di questa comunità.
“La violenza si vince con la pace”, ha detto il Pontefice. Come risuonano quindi queste parole in Iraq?
Noi portiamo con responsabilità le parole del nostro Papa, perché sono le parole del Vangelo. Noi tutti siamo portatori e fattori di pace; vogliamo lavorare e vivere in pace con tutti i nostri concittadini. Però, purtroppo, questo fanatismo che è cresciuto nel nostro Paese rende difficile la convivenza pacifica tra le genti e noi vogliamo lavorare in questo senso. Abbiamo fatto tanti appelli. Ieri c’è stato un incontro a Baghdad tra musulmani e cristiani; abbiamo sempre questi contatti con la comunità moderata. Abbiamo rapporti, abbiamo amici che sanno che tutto ciò è sbagliato. Certamente noi coltiviamo questi rapporti pacifici, per costruire una convivenza sociale più giusta per tutti.

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Mosul, la gente a fianco dei cristiani



​«Che ne dicono i musulmani moderati? Non si sentono voci di denuncia». Lo ha chiesto il patriarca maronita Béchara Rai nella sua omelia domenicale a proposito dell’ultimatum lanciato dallo Stato islamico di al-Bahghdadi ai cristiani di Mosul. La denuncia del porporato è condivisa da molti giornalisti arabi, come l’editorialista Basim Tweissi che ieri esprimeva il suo rammarico per l’imbarazzante silenzio dei dignitari arabi e musulmani di fronte al dramma di Mosul. Poche dichiarazioni – scrive sul quotidiano giordano al-Ghad – che non sono all’altezza dell’accaduto, quando «salvare la cristianità araba deve essere, invece, la battaglia degli stessi arabi e musulmani contro l’oscurantismo» dell’Isis.
Non si è ancora udita la voce del grande imam al-Azhar né quelle degli ulema delle “capitali” dell’islam, dalla Mecca a Islamabad e da Casablanca a Giacarta, ma forse qualcosa comincia a muoversi. In Iraq, gli ulema sunniti hanno definito l’ultimatum intimato «un’ingiustizia contro una popolazione innocente e un comportamento che va contro le raccomandazioni del Profeta». Gli ulema hanno, inoltre, ritenuto che la spogliazione delle case, dei soldi e dei beni è considerata dalla sharia islamica alla stregua della rapina, chiedendo agli autori del «grave errore» di rimediare subito con l’autorizzazione al rientro dei cristiani.
Più dure ovviamente le reazioni dalla controparte sciita, anch’essa finita nel mirino dei jihadisti. Lo sceicco Alì al-Khatib, vice presidente dei Beni religiosi in Iraq, ha parlato di «barbarie» e ha definitio le azioni contro i cristiani «comportamenti disumani che non hanno alcun legame con l’islam».
Una condanna senza mezzi termini è stata espressa domenica dal segretario generale della Lega araba. Svuotare Mosul della sua popolazione cristiana , ha dichiarato Nabil al-Arabi in un comunicato, «è una intollerabile infamia. Ciò costituisce un crimine contro l’Iraq e la sua storia, contro i Paesi arabi e anche contro l’islam e l’insieme dei musulmani».
Pure l’Isesco (Organizzazione islamica per l’educazione, le scienze e la cultura, l’equivalente islamico dell’Unesco) ha deplorato ieri le azioni dell’Isis contro i cristiani di Mosul. «Il trattamento incivile del cosiddetto Isis è una prova di corruzione e deviazione dai dettami dell’islam di questa organizzazione». L’Isesco ha chiesto agli Stati membri e agli ulema musulmani di «condannare questo crimine atroce» e di adoperarsi per il rientro dei cristiani sfollati e la «protezione delle loro vite, chiese, beni e dignità».
Ad Amman, cento personalità musulmane e cristiane, tra cui diversi parlamentari, hanno sollecitato le autorità giordane a condannare espliticamente «la pulizia religiosa» in atto contro i cristiani di Mosul e Ninive. In un comunicato comune i firmatari chiedono al governo di esercitare tutta l’influenza di cui gode nelle zone settentrionali e occidentali dell’Iraq per mettere fine «all’azione criminale che influirà sul futuro di tutti i cristiani arabi nel Levante, inclusi i cristiani giordani».
L’esodo forzato dei cristiani di Mosul ha toccato un (pentito) Walid Jumblatt, lui stesso responsabile nel periodo 1983-1985, durante la guerra in Libano, di un simile sfollamento ai danni dei civili cristiani dello Chouf. «Condanno e biasimo con forza quanto è avvenuto ai cristiani di Mosul», scrive il leader druso sul giornale del Partito socialista. «Ciò rappresenta un duro colpo ai concetti di diversità, pluralismo e convivenza che richiama la presenza cristiana in Oriente, una presenza che salvaguardata a qualsiasi prezzo».Ma forse la condanna più sincera, quella espressa non solo a parole, arriva come sempre dalla gente comune. Come da quei musulmani di Mosul che sono cresciuti, hanno studiato o lavorato con cristiani e che hanno aiutato i loro ex compagni o colleghi a salvare i loro risparmi dal saccheggio sistematico operato dall’Isis. Alcuni rifugiati scappati da Mosul raccontano di essersi sentiti proporre dai loro vicini di casa o da amici musulmani di affidare loro i propri soldi o altri beni preziosi prima di lasciare la città. «Questi amici, raccontano, hanno attraversato indisturbati i check point dei terroristi con i nostri averi e ci hanno aspettato per la riconsegna in una zona sicura dicendoci che sperano di rivederci presto a Mosul».
A Baghdad oltre duecento musulmani hanno partecipato domenica, in segno di solidarietà, alla Messa celebrata dal patriarca della Chiesa caldea, monsignor Louis Sako. Molti innalzavano cartelli con la scritta: «Sono un iracheno, sono un cristiano». Altri portavano cartelli con la frase «kulluna masihiyyun», siamo tutti cristiani, con una “N” finale che riproduce la lettera tracciata dai terroristi del califfato sulle abitazioni di cristiani. La stessa lettera, con cui l’Isis intendeva umiliare il nome cristiano, era stampata su alcune magliette.

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Mosul decristianizzata. l’islam tace. Il cuore spezzato

Luigi Geninazzi

È il cuore di una Chiesa antica che non aveva mai smesso di battere, nonostante i colpi violenti subiti negli ultimi anni. Due giorni fa quel cuore si è fermato, una tragedia tanto più grande quanto più segnata dall’orrore del presente e dall’angoscia per il futuro. A Mosul, culla della Chiesa caldea, la comunità cristiana è morta. Da quando la città del nord dell’Iraq è diventata la capitale del "Califfato" proclamato dall’Isis, il nuovo e aggressivo movimento jihadista, è aspro regolamento di conti con gli sciiti, marchiati con la «R» di rawafed (rinnegati), ma non c’è più posto per i cristiani, marchiati con la «N» di nazara (nazareni, come Gesù ) tracciata sulle loro case e costretti a una fuga precipitosa dopo essere stati insultati, picchiati e depredati.
Monasteri bruciati, croci divelte, statue mariane distrutte. In questo modo gli estremisti musulmani intendono sradicare una comunità presente in Iraq «fin dai tempi in cui la religione islamica era di là da venire». Me l’aveva fatto notare monsignor Emil Nona, appena nominato pastore di un piccolo e martoriato gregge, quando lo incontrai nella sede dell’arcivescovado caldeo di Mosul. Alle sue spalle stava il ritratto del predecessore, monsignor Paulos Rahho, assassinato dagli integralisti islamici nel 2008. Mi condusse sul terrazzo dove mi mostrò la grande croce bianca che spiccava in cima alla cupola dell’unica chiesa rimasta aperta ai fedeli, meno di un migliaio di famiglie che avevano deciso di restare malgrado tutto, con la vita quotidiana cadenzata da attentati alle chiese, sequestri di fedeli e uccisioni di sacerdoti. Eppure viviamo e restiamo qui, diceva con un mesto sorriso quel coraggioso vescovo.
Oggi non più. Ho ancora davanti agli occhi quella grande croce bianca sulla cupola che l’esercito dell’Isis pochi giorni fa ha ricoperto con un drappo nero, simbolo del califfato. Non era mai successo, neppure nei momenti più terribili vissuti dalla Chiesa irachena in seguito alla sciagurata guerra del 2003. Per la prima volta nella sua storia, Mosul non ha più abitanti cristiani, non ha più traccia di una cultura e di una fede che erano diventate patrimonio di civiltà. Dalla Siria all’Iraq l’odio anti-cristiano dilaga come un fiume in piena.
«È una nuova pulizia etnica, un nuovo genocidio», denuncia il patriarca caldeo di Baghdad, monsignor Louis Sako. Non a caso un intellettuale laico francese, Regis Débray, ha definito la persecuzione dei cristiani nel terzo millennio come "il nuovo anti-semitismo".
«Siamo tutti cristiani»; è la campagna lanciata da un abitante di Mosul e condivisa sul web da centinaia di iracheni. Un gesto ammirevole che però non sembra coinvolgere la maggioranza del mondo arabo e musulmano. E cos’hanno da dire in proposito i capi religiosi della "umma", l’autorità di Al-Azhar del Cairo e più in generale i leader dei Paesi islamici? Nulla finora, ad eccezione ovviamente del premier iracheno al-Maliki che si trova nell’occhio del ciclone.
Eppure, come ha scritto recentemente la rivista Oasis, «il califfato proclamato dallo Stato islamico con sede a Mosul non ha trovato molti sostenitori tra i pensatori musulmani». Intellettuali che ispirano la Fratellanza musulmana ed esponenti del movimento salafita hanno criticato l’idea del califfato. Senza però accennare minimamente a quel che sta succedendo sul campo, come se la persecuzione dei cristiani marchiati come gli ebrei ai tempi del nazismo non li riguardasse direttamente. Come se i fanatici dell’Isis venissero da un altro pianeta e non fossero sostenuti, armati e finanziati da Paesi potenti della penisola arabica cui sono legati dalla comune ideologia wahhabita, la stessa che ha partorito al-Qaeda. Con l’Isis il terrorismo islamico sta diventando un fenomeno di massa e rischia di essere più pericoloso delle cellule di al-Qaeda.
Ma gli intellettuali del mondo musulmano fanno finta di non vedere, mentre l’Occidente si guarda bene dal chiedere conto a un Paese come l’Arabia Saudita, alleato degli Stati Uniti, strategico per le forniture di petrolio. Ancora una volta è la croce il segno di contraddizione piantato nel cuore della storia
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